Presentazione - Telese Terme 22 maggio 2019: Felice Casucci presenta 'Lamore casomai' di Rita Pacilio





Conversazione con Rita Pacilio

Mercoledì 22 maggio 2019, ore 18.30
Fondazione Gerardino Romano
Piazzetta G. Romano 15
Telese Terme (BN)

Mercoledì 22 maggio, alle ore 18.30, la Fondazione Gerardino Romano, presso la sede sociale di Piazzetta G. Romano 15, Telese Terme (BN), ospita la scrittrice Rita Pacilio. All’incontro, coordinato dal prof. Felice Casucci, si presenta il libro L’amore casomai, la Vita Felice, 2018. Il testo di Rita Pacilio è un esperimento letterario che affronta vari generi letterari e li ricompone. Narra e si lascia narrare, con una vigilanza atroce e una deriva pericolosa, quella che dagli occhi chiusi conduce al nulla. Non un nulla opaco, disperante ma un vuoto che riempie la vita. Gli angeli hanno riccioli? Le strade hanno peregrinazioni? Le domande una risposta? Le domande sono come le cose, hanno una forza in sé. “Dammi la mano non voglio cadere”. Certi dettagli colgono la poesia. La prendono e la sollevano dove lo sguardo non può arrivare. Una “borsa semiaperta”, un paio di “occhiali da sole” fanno la differenza? Certamente sì, quando si dispongono sullo spartito le note dell’amore. Un rituale ripetuto, barbarico affonda le radici nella bellezza per difendersi dagli attacchi avversari. Ma non tutto è come sembra. C’è una profondità insondabile negli automatismi. “Quando si prova piacere ci si lamenta”. Sono storie di persone reali, miti, pareti, orari notturni, mesi dell’anno, terrazzi, calze, corpi, baci, parole, protuberanze, giostre d’affanno, spazi stretti come di libertà vigilata, gatti, candele, sete, dubbi, quaresime del colore viola, cappelli di lana e valige blu, una velocità che corre di fianco al sole. A piedi nudi, camminando su un tappeto.
Per un dialogo tra letteratura e musica, il prof. Franco Mauriello propone il quarto appuntamento dei Contrappunti Musicali, al quale è prevista la partecipazione del jazzista Vincenzo Saetta.

Tutti i video relativi agli incontri settimanali sono visibili sul canale YouTube della Fondazione.

Rita Pacilio è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra, La Vita Felice, 2012 risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba, a cura del Prof. Othman Ben Taleb; Quel grido raggrumato, La Vita Felice, 2014; Il suono per obbedienza, poesie sul jazz, Marco Saya Edizioni, 2015; Prima di andare, La Vita Felice, 2016. Per la narrativa: Non camminare scalzo, Edilet Edilazio Letteraria, 2011. La principessa con i baffi, Scuderi Edizioni, 2015 è la sua fiaba per bambini; Cantami una filastrocca è un quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia, RPlibri, 2018 e La favola dell’Abete la sua storia per la magia del Natale. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: L’amore casomai, La Vita Felice.

Vincenzo Saetta inizia a studiare il saxofono all’età di 15 anni, dopo aver sentito il folgorante suono di Maceo Parker. Appassionatosi al jazz, in particolare alla musica di Charlie Parker e John Coltrane, si iscrive al Conservatorio di Benevento ed inizia a fare le prime esperienze nei jazz club napoletani già all’età di 17 anni. Nel 1993 partecipa ai seminari di Umbria jazz e vince una borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston. Nel 2008-09 vince tre concorsi nazionali ed internazionali: il “WALTEX JAZZ COMPETI-TION”; il Premio Nazionale delle arti, sezione “Jazz”, VI^ edizione;il  BARGA JAZZ 2009, con il quintetto BLUETIME 5et. Nel biennio 2009/2010 frequenta il master di perfezionamento jazzistico “Siena International jazz master”, vincendo una borsa di studio ed esibendosi in concerti con docenti italiani e americani del calibro di J. Snidero, B. Watson, T. Berne, J. Ballard , G. Trovesi, B. Hart, , P. Danielson, S.Khun, D. Perez.
I Contrappunti Musicali si propongono di tradurre in improvvisazioni musicali e in brani originali o di repertorio le suggestioni e le emozioni generate dalla lettura dei testi, in particolare di quelli poetici, presentati agli incontri culturali dei Mercoledì della Fondazione Romano. Un rapporto di reciproca influenza e ispirazione fra la letteratura e la musica è sempre esistito. I protagonisti musicali degli appuntamenti, con assoluta libertà creativa e dopo aver letto in anteprima i testi, contrappuntano la presentazione delle opere letterarie, dialogando con l’Autore e il presentatore delle opere.




Intervista - Poeti in Campania: intervista a Rita Pacilio per cinquecolonne.it


Il poeta campano che andiamo ad intervistare è Rita Pacilio, nata a Benevento nel 1963. Scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia, di vocal jazz e naturalmente di poesia che ritiene «uno stato di stupore sotto gli occhi di tutti e che non vede chiunque». Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione “Opera prima”. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio.
Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice, 2012 - vincitore di numerosi Premi, tra cui “Laurentum 2013”, tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, L’Harmattan, 2016, traduzione di Giovanni Dotoli e Françoise Lenoir; traduzione in lingua araba, Uet Tunisi, traduzione di Othman Ben Taleb); Quel grido raggrumato (La Vita Felice, 2014); Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni, 2015); Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni, 2015) è la sua fiaba per bambini; Cantami una filastrocca è un quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018).
È stata tradotta in greco, romeno, francese, arabo, inglese, spagnolo, catalano, napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: L’amore casomai.
Come ti sei avvicinata alla poesia?
Ho conosciuto la poesia sin dalle scuole elementari. Fu un caso e una fortuna. La mia maestra amava la letteratura e, in particolar modo, la poesia. Ci leggeva autori impegnati e importanti e ci parlava della realtà attraverso le immagini visionarie dei classici. L’amore per la lettura mi ha portato a scrivere ed è stato da subito grande amore.
C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?
Sì, devo ringraziare tante persone che mi hanno invogliata e seguita: Franco Loi, Giancarlo Majorino, Adelio Rigamonti, Davide Rondoni, Claudio Fasoli, i miei editori, mio marito, i miei figli. Ognuno di essi ha dato un segno importante al mio percorso.
Che cosa cerchi attraverso la poesia? Qual è il tuo intento?
Attraverso la poesia mi inoltro nella vita e nei suoi meandri. Osservo, dall’angolo più lontano, tutte le cose, anche quando sono protagonista delle vicende. Sono abituata a mettermi in gioco, a sacrificarmi, a sfidare e rischiare, a cercare altre strade e a giudicarmi. Mi giudico come un arbitro severo, non per punirmi, ma per migliorare e acquisire la consapevolezza della misura. Questo è il mio primo intento, quello di celebrare e denunciare il mondo con rispetto e senso civile. Attraverso la poesia cerco, quindi, la vita, la realtà, la fede, il confronto continuo con l’umanità.
La tua scrittura segue delle linee o delle correnti culturali specifiche? C’è nel tuo repertorio una poesia che meglio rappresenti la tua poetica?
Amo tutta la letteratura e non seguo nessuna corrente in particolare. Leggo i classici e mi soffermo sui poeti contemporanei con la stessa fame. Potrei dire che gli autori del dopoguerra sono quelli che mi affascinano di più, sono i più coraggiosi. Si tratta di un periodo culturale che mi prende interiormente e intellettualmente. Una poesia che mi rappresenti? Tutte, sicuramente, ma ne cito una qui, tratta da Gli imperfetti sono gente bizzarra (LVF, 2012) libro che ha segnato la mia vita.
Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.

Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà

pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.

Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio
peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi
affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.
Quali programmi hai in cantiere?
Vorrei pubblicare il mio romanzo breve e scrivere un saggio approfondito su Alfonso Gatto. Ho molti appuntamenti in Italia e all’estero: le traduzioni ricevute, infatti, mi hanno portata a confrontarmi con nuovi territori e culture. Mi fa tanto piacere essere accolta nel mondo. Sarò in Francia, in Georgia e mi aspettano all’Università di Tunisi.
Come vivi la cultura, la poesia, nella tua città, nella tua vita? Trovi difficoltà e quali?
A San Giorgio del Sannio, paese in cui vivo da quasi trentacinque anni, ho sempre lavorato per la cultura (arte, spettacoli, convegni tematici, festival e incontri di poesia), per le donne (sono stata Presidente del Centro Italiano Femminile del paese per quasi dieci anni) e per i giovani (collaboro con molte associazioni giovanili). Da undici anni, ho ideato e coordino il Festival della poesia nella cortesia: un appuntamento annuale che vede gli intellettuali italiani e stranieri impegnati in tematiche sociali attraverso la poesia. Nel mio paese di adozione, per fortuna, non ho mai trovato opposizioni istituzionali, questo è stato un grande vantaggio per operare in armonia e fattivamente. La mia quotidianità è fatta di studio, lavoro, casa, associazioni e famiglia. La mia famiglia, sicuramente, è l’impegno più prezioso e impegnativo.
Hai mai partecipato a premi letterari? Che opinione hai di essi?
La prima cosa che ho fatto quando ho pubblicato il mio primo libro è stato partecipare ai Premi e ai Concorsi: li ho sempre considerati una concreata forma di confronto. Ho ricevuto consensi importanti sin dalla prima partecipazione e questo mi ha invogliata ad andare avanti studiando e cercando di fare sempre meglio per essere letta, apprezzata e amata. Sono giurata di alcuni Premi nazionali e ho sempre collaborato con giurati seri e responsabili; per questo motivo ho una opinione positiva dei Premi. Comunque, sono a conoscenza di realtà diverse e mi dispiace tanto che si strumentalizzi l’arte per il proprio tornaconto.
Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato politicamente o a risorse economiche, e le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Per non parlare poi della poesia che, seppur prolificante, è rinchiusa in “cripte” elitarie. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, e se sì, per quali motivi?
Certo, niente è stato facile e nessuno mi ha mai regalato niente. Ho faticato molto prima di essere riconosciuta e apprezzata, soprattutto perché ero giovane e del sud. Arrivare ai grandi gruppi editoriali credo sia complicato, oggi più di anni fa, per innumerevoli motivi. Non ha molto valore ostinarsi a pensare che sia il marchio a fare la buona letteratura, anzi. Solo con l’esperienza, infatti, ho capito che la cosa più importante è la concentrazione sulla propria scrittura, ricercare il proprio linguaggio, lavorare con tenacia e rigore per fare bene ogni cosa senza paragonarsi a nessuno e senza invidiare chi riesce a fare meglio. Andare avanti, quindi, senza paura, né demotivazione, soprattutto se i riconoscimenti non arrivano, o non arrivano subito. Non mi interessa, infatti, scendere a compromessi con alcuno, né miro a patti economici per realizzare le mie aspettative: per me l’arte è l’unico obiettivo, anche se sono consapevole quanto sia penalizzante ragionare in questo modo e agire in questa direzione. Resto al mio posto cercando di fare bene il mio lavoro di autrice e di studiosa.
Se dovessi paragonare la tua poesia ad un poeta famoso, a chi la paragoneresti? Quale affinità elettive ci trovi con la tua poesia?
Cesare Pavese. Per la sensibilità, il bisogno di essere amato, la ricerca dell’amore, l’impegno intellettuale e civile, per il desiderio di vivere e di morire allo stesso tempo. Per la solitudine, quella fatta di riflessione silenziosa.
La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che hai raccolto nel mondo letterario?
Sicuramente il Premio Laurentum, nel 2013, per il libro Gli imperfetti sono gente bizzarra e le sue traduzioni in lingua francese, inglese, araba, catalana, spagnola e georgiana.
Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?
Amo troppo la carta per accettare di pubblicare un libro in formato digitale e credo che un ebook non potrà mai sostituire un libro cartaceo che, tra le altre cose, profuma. Secondo me, infatti, i libri profumano e toccarli è un atto di vera passione. No, il digitale, pur avendo i suoi vantaggi, non può competere con l’editoria tradizionale.
Come vivi la quotidianità e qual è il tuo rapporto con la politica?
Sono una mamma di tre figli e da più di un mese curo anche una cucciola barboncina. Le mie giornate sono piene di impegni familiari e culturali: convegni, incontri con i giovani nelle scuole, eventi letterari. Studio e dirigo il marchio RPlibri, per questo motivo parlo con molti autori, leggo tanto materiale inedito e, quando prendo le pause da tutto, scrivo e leggo senza guardare l’orologio. La politica fa parte della nostra vita e non possiamo esentarci da prenderne parte, anche se non in maniera attiva. Mi informo, cerco di capire alcune manovre e soffro di fronte alla consapevolezza che, purtroppo, non c’è volontà di conservare la memoria, di farne un buon uso e che non ci si impegni abbastanza per il bene di tutti. Chi crede che la politica sia distante da noi è una persona irresponsabile: abbiamo tutti un ruolo in essa, anche se minimo.
Oltre alla poesia, di cosa ti occupi?
Sono un sociologo e mediatore familiare. Lavoro con le persone per ascoltare e risolvere problemi e disagi giovanili. Mi interesso di critica letteraria e di piccola editoria. Ho uno sguardo sulle cose molto attento e mi adeguo ai tempi cercando di crescere, imparare e diventare migliore, non solo per me stessa, ma per essere di aiuto agli altri. Mi piace la musica e, quando posso canto i classici del jazz. Mi occupo di teatro e metateatro: esperienze artistiche sicuramente folgoranti e formative.
Se potessi cambiare lo stato comatoso in cui vive oggi la nostra società, quali sarebbero le tue soluzioni, le proposte?
Se solo ci fosse maggiore senso critico, morale, etico e maggiore responsabilità tutto potrebbe andare meglio. Lasciarsi andare e vivere senza valori non porta a nessuna crescita, né personale, né sociale. Bisognerebbe investire concretamente sui bambini e sui giovani. Propongo progetti mirati in cui la cultura sia messa al primo posto.
Qual è la tua ultima fatica editoriale? Puoi parlarcene brevemente?
L’amore casomai è il mio recente lavoro. C’è chi lo definisce prosa poetica e chi poesia. In questo libro ci sono tutti i presupposti per partire dall’amore per ritornarvi. Gavino Angius commentando il mio libro, mette in evidenza che quest’opera: «è un intero, ha una sua vocazione al continuum, sorretto com’è da un basso ostinato sul quale s’innestano lacerti di storie, a punteggiare ritmicamente il tessuto d’una stoffa immaginativo-sonora».
Il mio intento principale, infatti, è stato quello di lavorare sul linguaggio per ricercare le parole adeguate al fine di arricchire la mia visione di metafore e forme poliedriche del sentimento per eccellenza. Sono più vite e presenze che si intrecciano a momenti quotidiani ed è dedicato a chi fa dell’amore il punto fermo e la variabile. È corredato da due note importanti: Chiamalo amore di Luigi D’Alessio e Dietro le parole di Pasquale Rossi.
In conclusione: che cos’è per te la poesia?
L’ho ripetuto più volte: è una disponibilità allo stupore, una continua sperimentazione della bellezza e della condivisione della vita e della morte attraverso la ricerca di un linguaggio autentico, alto e potente, raffinato e personale. La poesia è un atto maturo e responsabile di continua esplorazione del mondo e di verifica delle proprie tensioni verso gli altri. Per me la poesia è sempre stato un luogo di esperienza, di elaborazioni e modificazioni che partono da un movimento di fede e di speranza.


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Partecipazione - 14/20 maggio 2019 Tbilisi International Festival of Literature: Rita Pacilio tradotta in georgiano da Nunu Geladze

Tbilisi International Festival of Literature


თბილისის მე-5 საერთაშორისო ლიტერატურული ფესტივალის მონაწილე (17-21 მაისი)
Participant of TIFL 5 (17-21 May 2019)
რიტა პაჩილიო (იტალია)
Rita Pacilio (Italia)
პოეტი, მწერალი, კრიტიკოსი და სოციოლოგი. დაიბადა 1963 წელს ქალაქ ბენევენტოში. დაამთავრა ნეაპოლის უნივერსიტეტის სოციოლოგიის ფაკულტეტი. არის არაერთი კულტურული ღონისძიების ინიციატორი და ორგანიზატორი; „მეტათეატრისა“ და "ვოკალ-ჯაზის" შემსრულებელი. ხელმძღვანელობს მილანის გამომცემლობა "ვიტა ფელიჩეს" "პირველი ნაწარმოების" განყოფილებას. არის არაერთი პოეტური ანთოლოგიის შემდგენელი და მეწინასიტყვე, პოეტური პრემიების ჟიურის წევრი და თავმჯდომარე, თავადაც პრესტიჟული პრემიების მფლობელი. მათ შორისაა: "პრემიო ლაურენტუმ", ფრანჩესკო გრაციანოს სახელობის პრემია, "სეკიას და პანაროს შორის" სახელობის ეროვნული პირველი პრემია, ქალაქ მეზანიეს ლიტერატურული პრემია, ქალაქ სასარის საერთაშორისო პრემია, "მემორიალ მელანია რეას" სახელობის ეროვნული პრემია, "ეუროპეო მასას ლიტერატურული პრემია" და სხვ.
ავტორია პოეტური კრებულებისა: "მთვარე, ვარსკვლავები... და ცის სხვა ნაწილები", "შენ, ვინც უსაზღვრო სიყვარულით მკვებავ", "არავინ იცის, რომ ყვირილი ზღვამდე აღწევს", "უცხო ალუბლის ხე", "ტიტების ხერგილებს შორის", "აპრილის ლოკოკინებისკენ", "ფრთიდან ფრთამდე", "არასრულყოფილები ახირებული ხალხია", "მუსიკალური ბგერა მორჩილებისთვის", "ის შედედებული ყვირილი", "წასვლის წინ". პროზაული წიგნი "ნუ ივლი ფეხშიშველი" და ზღაპარი ბავშვებისთვის - "წვერებიანი მეფის ასული". მისი ლექსები თარგმნილი და გამოქვეყნებულია ბერძნულ, რუმინულ, ფრანგულ, არაბულ, ინგლისურ და ესპანურ ენებზე.
Rita Pacilio (Benevento 1963) is an author, poet, editorial collaborator, sociologist, and family counselor. She is a practitioner of literary criticism, meta-theatre, children’s literature, and vocal jazz. An editor of anthology works, she evaluates poetic texts and essays and managesthe section Opera prima’for La Vita Felice press. She heads the editorial brand RPlibriand is the President of the Associazione Arte e Saperi. She has created and runs theFestival della Poesia nella Cortesiain San Giorgio del Sannio. Among her recent poetry works are: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) which has won several awards (among others, Laurentum 2013), and has been translated intoFrench (Les imparfaits sont des gens bizarres, L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) and Arabic (for Uet Tunisi, translated byProf. Othman Ben Taleb); Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014); Il suono per obbedienza – poems on jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Among her works of fiction are: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011) and La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni, 2015), a fairytale for children; Cantami una filastrocca is a textbook for Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018). Her work has been translated into Greek, Romanian, French, Arabic, Spanish, Catalan, and Neapolitan. Her last work, L’amore casomai, a collection of short stories written in lyric prose, came out in March 2018.
***
ვნახე ისინი, მოდიოდნენ თავდახრილები;
მოიწევდნენ თავქვედაშვებული ჩიტებივით;
ხელებს და ფრჩხილებს წაბლისფერი სისხლი სდიოდათ
და
მუხლებს შორის ჩასდგომოდათ აკრძალული ზღვა.
ვნახე ისინი ღმერთისაგან მიტოვებულნი, დადუმებულნი.
მგლოვიარეებს და ბრაზისაგან ცრემლდამშრალებს
გაშიშვლებულ მკერდზე მიეკრათ მკვდარი შვილები
და გულამოსკვნით კვნესოდნენ „ამინ“-ს.
ვნახე ისინი გაყუჩულები, დაბნეულები, მიუსაფრები,
თვალებში ედგათ მთელი სამყაროს ცოდვა და ბრალი,
მოდიოდნენ და ღირსება უფეთქავდათ დაჭრილ გულებში.
იტალიურიდან თარგმნა ნუნუ გელაძემ
***
I have seen them advancing, head-down
moving along like low-flying birds
holding in their hands the brown blood, the fingernails
and
between their knees, the clandestine water.
I have seen them without God, without words
with dry tears of mournful rage
sobbing the amens of unclad breasts
to their deceased son.
I have seen them rapt, lost, lonely.
They bore the world’s thorns in their eyes
with decency and a prod in their heart.





Partecipazione - Castellammare di Stabia 7 maggio 2019 - Libro in Fiera nelle Scuole di Stabia: Rita Pacilio legge le sue fiabe


Recensione - Anna Maria Curci scrive su L'amore casomai di Rita Pacilio

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.
© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.
Significava attraversare la notte da analfabeta?
Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.
Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte.
È questione di età, ripeteva. Le darà ragione il solenne accordo preso anni prima. Picasso e Gilot fu il racconto, la rassegnazione. E quarant’anni di differenza, la profezia. Continuare ghirigori con la matita in piena freddezza. Aspettare. Dalla parete il video in loop. Un risotto cucinato da Cannavacciuolo. Un piatto semplice. Le spezie non le uso. Il monumento affamato in fondo al cuore: la colazione alle due del mattino ha il sapore delle fragole di serra. Si impose svigorito. L’esilio era la poltrona bianca nell’angolo della stanza. Lui un burattino accasciato, non pretese nulla.
Dentro di lei abitavano tatuaggi colorati. Abbellivano l’esilio dell’incantatore. L’edera sulla pelle si lanciò nemica. Si riunirono gli dei. L’esistenza della luce un profondo collasso. L’uomo rubava segreti a Omero. Disse che era cieco e abbellì la voce. Finché morì oltre la libertà volteggiata nel fumo. Mezza finestra aperta. Combattere con il fato la fine di Tebe. Farsi riconoscere. Sanguinare questo dolore e placarsi. Celare, per un senso di vergogna o protezione, la mano stanca e fumare dieci sigarette in un’ora. Fumare e basta. Quella notte. Il fuoco del camino.
Come fosse lontana l’ombra.

Luna crescente

Bianco e nero. Bianco o nero. Una scacchiera sul tavolo. Con la mano piccola, muove la regina, mentre in televisione danno un revival di canzoni. Anni Sessanta. Ancora, tutto bianco e nero. Bianco o nero.
Sposta il re dalla fotografia.
Capite?
Non sa giocare. Non ha mai imparato. E adesso improvvisa il gioco. Prepara una mela, la mette in forno, poi le dà da mangiare pazientemente, come si fa con i bambini. La maternità al contrario. In quel quadro due contadini si abbracciano seduti sull’erba. Un cane li guarda, sembrano felici, Qui nessuno si abbraccia. La regina è la bambola che in cucina aspetta di essere servita. C’era una volta e non c’è più la figlia.
Passato, al passato, per passare.
Sul fuoco un brodino preparato per domani, la lucina notturna è già accesa nella camera di fronte.
Adda passa’ a nuttata.



Recensione - Andrea Galgano legge 'L'amore casomai' di Rita Pacilio


L’amore casomai – racconti di Rita Pacilio LVF, 2018
In questo libro, la vera forza e, se vogliamo, la vera cifra è una tensione sospesa. Anche in questa risoluta brevità attesa, in questa visione, ogni dettato cerca la materia e il gesto vivente, come se fossero unica stoffa e materia di sogno d’amore. Queste storie mi ricordano il tessuto umbratile di Carver, sembrano quasi raccontare le linee dell’umano, partendo da gesti, commozioni, abissi e riparazioni. I silenzi, i labirinti, le paure, le lacrime, concorrono a una dinamica di bellezza e precipizio, come se fossero anafonesi di dolenza e stanze vuote, radici e incanto. E racconta la natura del respiro, genesi e archetipo dell’essere. Come meraviglia, innanzitutto, parola del cuore sfilato, fondo, benedetta maledizione, pelle.
Andrea Galgano

Luna nascente bacio a ponente

Si innamorò della sua ruga, quella che porta tra gli occhi, un po’ più su del naso. Era in quel posto che le veniva bene la rabbia e il godimento. Lì, nello spartiacque dei pensieri.
La baciò.
Le diede un bacio come si fa con i bambini, a schiocco, a mordere le guance, con la saliva per pregustarne il sapore interamente. Per entrare. Si fece spazio in quel sentiero aperto. Rimase immobile giorni interi. Di schiena al mondo si innamorò di mattina, nel giorno della luna nascente.
E fu presagio del dire.
Una parola buona. Solo una.


***
Questa via che porta

Le devi dare un nome.
Un’intensità privata come la cosa che guardi nelle tempeste.

Se fossi stata lei sarei sparita, non avrebbe avuto importanza
la domanda alle due di notte. Se fossi stata lei avrei avuto
decenza
capito il momento buono per smettere il gioco delle parti.
L’immagine di me l’unico piatto della bilancia.
Lo sapevi?
Se fossi stata lei avrei morso l’erba, avrei pianto come unico
animale della terra. Avrei rallentato il passo dell’addio.
Sarei stata zitta dietro le quinte. Avrei tolto il saluto agli sconosciuti,
baciato il Cristo che amava.
Invece sono io. Sono io. La penitenza della tara.

***
Finirsi

Per dinamismo. Finire l’orgoglio nell’imprecazione. La mimica facciale. Avrebbe dovuto incontrarla sotto casa. Ma l’erba morta perse lo smeraldo nel sole. Con la carta scottex ripuliva la mela già lavata. Non si può aggiungere niente a ieri. Una bancarella vendeva tazzine di porcellana, stile inglese. Più in là, la prima edizione di Ossi di seppia. Via Roma, qui. Dopo cena. La tavola apparecchiata.

***
La stanza vuota

Vedere le cose con gli occhi ovunque, anche nei piedi. Dimenticare, un pezzo per volta. Difendersi con il silenzio. Lui non chiama, non risponde. Il silenzio e la condizione. Entrare in uno stato di grazia naturale. Riporre la coscienza nell’incosciente visione dell’orizzonte. Gridare senza suoni, un’emissione di vomito, turbinio di parole che da dentro fuoriesce e svuota. E ci si immola. Dal balcone il custode riempiva di terra fresca i vasi. Camminava da solo per la casa. A ogni quadro recitava un verso. In mano un bicchiere vuoto. Nell’altra la sigaretta spenta. I piedi divennero radici. Parlavano i rami. I presagi e la clorofilla. Le spine. Ci sono cose che devono avere molta importanza per questo motivo diventano insopportabili. Lei era importante. Lui lo sapeva.
Lei sul divano sgranava il rosario.

Ho fatto l’amore con te.
Ti ho tradito perché non te l’ho detto.
Un affamato che non trova cibo.
Un assetato.
Vagare tra le lenzuola
percorrere la schiena.
Saperla.
Affondare in sé la nave.
Fino in fondo.
Desiderare l’arrivo.
Rubare labbra a morsi di parole.
Chiamarla amore. Amore mio.
Fare.

Tra questi alberi, sotto queste pietre nere qualcuno si e amato.

Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) risultato vincitore di numerosi Premi, tra cui Laurentum 2013, è stato tradotto in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb)Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni, 2015) è la sua fiaba per bambini; Cantami una filastrocca è un quaderno operativo per la Scuola dell’Infanzia (RPlibri, 2018) e ‘La favola dell’Abete’ la sua storia per la magia del Natale. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018 la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: ‘L’amore casomai’ (LVF).






https://parolapoesia.blogspot.com/2019/03/andrea-galgano-legge-lamore-casomai-di.html?fbclid=IwAR0JS5iHbcbqv3aOqeIh5SowPm7-OPtZDBpFgFDIl-x1GE4SOeicEjXtuf0

Recensione - Gavino Angius legge 'L'amore casomai' di Rita Pacilio

“L’amore casomai”, di Rita Pacilio, letto da Gavino Angius

L'amore casomai copertina
Facciamone una questione di genere. Genere letterario, ovviamente. Ebbene sì, questi sono racconti, come preannuncia il sottotitolo in copertina, porgendo la mano al lettore per stipulare il noto patto. Ed è un’indicazione verniciata di sana improntitudine, solo un pelino meno, poniamo, di quella messa in campo da Jamie Iredell che, qualche anno fa, osò intitolare un certo suo volumetto, oggi di culto: Prose. Poems. A Novel. 
Multiformi e inafferrabili, sono una famiglia differenziata di ardua collocazione tassonomica. Manovre d’avvicinamento, ibridazioni. Poemetti in prosa che si dilatano in versi sapientemente cadenzati per poi avvitarsi in sentenze e aforismi, aneddoti e dialoghi, non rinunciando alle tentazioni  e perché no? del botta-e-risposta rubato agli sms. Con un disegno d’insieme che ammicca al racconto in versi, o quasi versi, al prosimetro, all’epos. Sempre che i componimenti raccolti nell’Amore casomai (Milano, La Vita Felice, 2018) di Rita Pacilio siano singoli, e non tappe o stazioni di un flusso, di un continuo, di un’opera unica. 
Non facciamo alcun torto all’opera e all’autrice, se alterniamo lo sguardo d’insieme alla lettura microscopica. È il libro che lo suggerisce, talvolta lo impone. Più che frammentato, il testo è a segmenti, uniti da snodi flessibili e in apparenza precari, ma solidissimi, che assicurano la tenuta d’insieme, il polso della composizione varia, che si scioglie e rallenta, precipita, trova una sua regola. L’effetto d’insieme è garantito, e allo stesso tempo violato continuamente, da un tema, e da un intento musicale, dubitativo e aperto come vuole il titolo. La sequenza di racconti si ordisce in una storia, scandita in rapsodia ribelle di recitativi e arie. Riesumeremmo volentieri il desueto “cassazione”, se non ci avesse già pensato suo tempo Raboni, declinata però in forma non citazionista, a differenza di Raboni, ma, in largo compenso, con un intento e un piglio avventuroso. Intermittenze del respiro, prove di soffocazione, quelle che rendono supremamente e inesorabilmente lucido, non maculate dall’istinto di sopravvivenza.
Insomma, il libro è un intero, ha una sua vocazione al continuum, sorretto com’è da un basso ostinato sul quale s’innestano lacerti di storie, a punteggiare ritmicamente il tessuto d’una stoffa immaginativo-sonora. Un bildungsroman scomposto in fattori primi, se si vuole, come può essere concepito nel post-novecento
“Si sdraiò scomposto sul letto.” Reclama attenzione, quest’incipit cadenzato, marcato da allitterazioni. S’incomincia con un’azione, come in un romanzo d’azione, anche se l’azione qui è in apparenza rinunciataria e approssimativa, tende all’iperbole inversa. E già si preannunciano incastri e bilanciamenti fra agire e patire, perché, in certe situazioni, ben sappiamo che esse est patiS’invocano azione e passione, una voce che scaldi, e che cosa meglio della voce può veicolare in successive prospezioni racconto-romanzo-autobiografia (quell’autobiografia degli altri che è impossibile voler vivere, come rammenta un memorabile verso di Mei-Mei Berssenbruge). Cadenza, inno al linguaggio sulla portante del linguaggio. Ci sembra di veder affiorare come annegati dallo schermo d’un’acqua non troppo tersa, i lineamenti dei due agonisti, non vogliamo ancora chiamarli protagonisti. Anche perché l’identità delle figure che animano il libro, se la volessimo ravvisare, si sfalda e ricompone continuamente, con l’effetto di precarietà della sabbia che smotta sulla pendice delle dune o del volteggio d’una gonna a pannelli. E di ciascuna si potrebbe dire, come del personaggio-persona di Luna crescente: “Non sa giocare. Non ha mai imparato.” Dopo, non c’è alibi, nel senso dell’etimo: dove altro essere in quel momento dato, dove essere andati, dove altro stare.
Saranno prodigi dell’angelo che fa la sua comparsa, forse fin troppo terrestre, o sortilegi gettati dalla vecchina, fata, strega, sibilla, esseri perturbanti, deputati a emettere benedizioni e profezie, a disseminare enigmi? Presenze liminari. Di quelle figure liminari seguiamo le evoluzioni, dal carnale al filosofico. L’escursione delle atmosfere costeggia quella dei registri di stile e di lingua, sempre sorvegliatissima, e basterà soffermarsi sulla prima composizione per essere trascinati da un’onirica mezza luna, avvolti dal fiabesco d’un’abitazione fatta d’alberi, approdare al colloquiale dei pannelli solari gettati su tralicci, al cronachistico “quella non è stata l’ultima volta”, all’eros  − tentato dall’ironia  del seno “scoperto in addestramento”.
L’emblematica dell’amore-casomai (dove pesano sui piatti opposti della bilancia il caso e il mai) sa condensarsi e scaricarsi tutta in un punto: “Hai un anello messo di traverso”, balenante immagine di precarietà e di frettolosa conclusione, o assenza di conclusione. È capace di mettersi in scena con elementi fuori dalle convenzioni: tre attori, un messaggio telefonico replicato a cascata, i cerimoniali del voyeurismo e del bondage  (occorre dirlo?) verbali ed ecfrastici – e la scansione dei tempi – anch’essi verbali  − che riporta a un quotidiano quasi più minaccioso del sesso estremo, una doccia e i figli che ritornano da scuola. Il corpo dell’anatomia proiettato sghembo sul corpo dell’esistenza, dicibile e cieco, ovvio che non combacino i loro contorni. Trova pretesti, con didascalie per un dialogo impossibile, forzato, parole che vengono agitate come oggetti minacciosi, piegamenti d’ossa, urla compresse, e maschere e paraventi. In fondo, la presenza femminile che si profila, si vorrebbe “come una donna sana”. Sana, pronta a scaricare sull’innocente ignoranza verso i fatti del sesso, l’ignoranza madre della scoperta, amara o trionfale. O ancora, questa capziosa emblematica, con una variazione che è animazione, allestisce un tripudio d’oggetti quotidiani chiamati come comparse in un film: sarà casuale il brand name della nutella con l’iniziale minuscola che defrauda e forse irride tanto brand naming?
Il cerchio si chiude. Nell’incipit si invoca una voce, nel finale la voce proviene già fuori dalle quinte: “Un tavolo per due. Io non c’ero.” In mezzo, l’irrimediabile. Elisioni, cenni, tagli sapienti, anticipazioni, frenate brusche e sbandamenti. E la schermaglia spiazzante di deittici e pronomi – così necessari alla narratività, così proclivi a farsi gioco di specchi e trompe-l’oeil. Avviene perfino che il prosimetro si replichi en abîme nei singoli componimenti, mentre, in un contropiede assassino, verso e prosa rovesciano i fronti e si scambiano di ruolo. Così come si rovesciano il dentro e il fuori, il necessario e l’accessorio: “Si allontanò dal corpo e lo spinse verso l’uscita.” Gli strappi, le eresie, creano inediti effetti di senso con il tempismo perfetto di un’approssimazione sempre differita del dicibile. La frattura lascia trapelare un sé. Perché “Le fantasie a volte sono circostanze”, che abbiano come sfondo un ambiente silvestre o claustrofiliaco. Sono rappresentazioni educatamente oltraggiose, adorne di colori tanto freschi che quasi sbavano, successioni d’immagini, trasformismi allusivi, e i sedimenti che lasciano, finissimi, quintessenziali, sono la parte che rimanda all’intero e lo denuda.
Carico esistenziale spinto sull’orlo del precipizio di chissà quale avvento, ordinata da una sintassi corpuscolare che disloca e ricolloca blocchi, a volte con frenesia visionaria, questa nuova opera di Rita Pacilio. Più audace del precedente Prima di andare, che recava una modesta – solo quantitativamente, ma tutt’altro che timida – presenza, accanto ai versi, di prose in forma epistolare, e attestazione d’un itinerario perseguito con fedeltà alle scelte. Rubo altre immagini in azione dal Gatto, una delle prose più compatte, che si rapprendono in concrezioni sonore, generano rimandi, ecolalìe: “Dalla bocca viene fuori la prima voce.” “Le spiegò il significato del godimento la lingua veloce.” “Mescolarsi al tempo.” “Lei la febbre di notte. L’abbracciava stretto quando il bisogno di nutrirsi. Leccava al grappolo carnoso mentre il gatto spia e tace.”
Stile è anche dispositio, architettura, decontestualizzare e ricontestualizzare, scelta di spazio e di tempo, semantizzare per l’occhio della mente che testimonia, come qui l’enigmatico ed eponimo gatto. Quale che sia l’albero genealogico di questo L’amore casomai, ciascuno risponde per sé, la responsabilità è individuale, anche nell’assumere, trasformare o rigettare una tradizione, non diciamo fondarne una ex novo. Ci s’individua per genere e differenza, anche in poesia. In ogni opera di poesia che voglia dirsi riuscita, si riacutizza il vecchio tormento: accordare in giusta tensione senso e suono, secondo l’accezione più ampia che risulta in forma e s’impone, così alla rosa come al cammello, con buona pace di tutti, perfino dei ‘contenutisti sartriani di ritorno’, e neo-contenutisti. Nell’acquietarsi di Telemaco nel sonno, che chiude il primo libro dell’Odissea, nella metafisica del sapone di Ponge, nell’anonimo lui di Rita Pacilio, per il quale “… la storia aveva deciso il giorno di rendere giustizia all’apparenza perché la sparizione avesse dimora nel maglione a coste larghe”, la poesia condensa una vocazione all’esemplarità, al mito di fondazione, all’una volta per tutte.
Gavino Angius
Questa via che porta
Le devi dare un nome.
Un’intensità privata come la cosa che guardi nelle tempeste.
Se fossi stata lei sarei sparita, non avrebbe avuto importanza
la domanda alle due di notte. Se fossi stata lei avrei avuto
decenza
capito il momento buono per smettere il gioco delle parti.
L’immagine di me l’unico piatto della bilancia.
Lo sapevi?
Se fossi stata lei avrei morso l’erba, avrei pianto come unico
animale della terra. Avrei rallentato il passo dell’addio.
Sarei stata zitta dietro le quinte. Avrei tolto il saluto agli sconosciuti,
baciato il Cristo che amava.
Invece sono io. Sono io. La penitenza della tara.
Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016, Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e per Uet Tunisi la traduzione in lingua araba (a cura del Prof. Othman Ben Taleb); Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014); Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015); Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in arabo, in inglese, in spagnolo, in catalano, in napoletano. A marzo 2018, per La Vita Felice Edizioni, Milano, la pubblicazione dei racconti in prosa poetica: L’amore casomai.