Intervista - Marc Tibaldi dialoga con Rita Pacilio

di Marc Tibaldi
Innanzitutto poeta, ma anche sociologa, musicista, editrice, Rita Pacilio articola questa identità molteplice con grande sensibilità, valorizzando la propria visione trasversale e concatenante. Le sue poesie e i suoi libri – in particolare Gli imperfetti sono gente bizzarra – sono stati tradotti in francese, spagnolo, arabo, rumeno, greco e hanno ricevuto importanti riconoscimenti in Italia e all’estero.
Quali sono stati i primi tuoi riferimenti di scrittura? Riesci a ricostruire a posteriori una genealogia?
Grazie a una bravissima insegnante, fin dalle elementari, mi sono appassionata ad Aldo Palazzeschi, e attraverso la sua poesia mi sono resa conto che la parola può essere arricchita di tanto senso emotivo, che è l’espressione più bella della musicalità insita nella natura e nel nostro corpo. Gli amori di scrittura degli anni successivi sono stati Pavese, Gatto, Cardarelli, e poi, fondamentale, è stato l’incontro con la sensibilità estrema di Dino Campana. Non riesco a trovare una genealogia tra la mia ricerca attuale e le letture di formazione. Attraverso lo studio della storia della letteratura mi sono lasciata rapire da scrittori e poeti molto distanti, da Shakespeare ad Artaud. Sento che dietro di me c’è un insieme molto diverso di riferimenti. Per esempio, penso che Pascal pur non essendo ricordato come poeta abbia fatto vera poesia, le lettere alla sorella Jacqueline, hanno una forte temperatura poetica, così pure le lettere di Grazia Deledda a Luigi Albertini, la stessa poesia che ritrovo nelle lettere di Kafka a Milena, dove ogni frase è visionaria. La poesia, per me, non è esclusivamente il verso, la metrica, e proprio da queste riflessioni ho concepito L’amore casomai, dalla possibilità di vedere la poesia nella costruzione sintattica della prosa, tenendo anche presente la ricerca di Caproni, Sanguinetti e altri che hanno spostato l’attenzione sulla prosa poetica.
La scrittura di Antonin Artaud – che hai citato – è un riferimento importante nella ricerca dello psichiatra Eugenio Borgna, attentissimo alla poesia, e non solo quella di Artaud. Guarda caso è proprio Borgna che – in una lettera – ti scrive, associandoti al pensiero poetante di Trakl: “da sempre leggo poesie che mi aiutano a resistere, e a comprendere meglio il dolore e la tristezza, la gioia ferita e l’angoscia, che sono nel mondo; ma di queste emozioni lei ci dona testimonianze inaudite e indimenticabili”.
È una lettera che mi ha fatto felice per molte ragioni: sia perché riconosco a Borgna un’attenzione molto penetrante alla poesia, sia perché, nei suoi libri, tocca tematiche importanti per i miei studi e la mia professione, come il rapporto con l’altro, l’importanza dell’esempio reciproco e delle dinamiche della comunicazione nelle relazioni e nella trasmissione del nostro mondo interiore agli altri. C’è una trasfusione tra gli studi che affronto per la mia professione di sociologa delle relazioni e la mia ricerca poetica: infatti, la mia parola passa attraverso l’empatia e l’introspezione, il guardarsi dentro.
È quello che ha sostenuto Stefano Gugliemin a proposito di “Gli imperfetti sono gente bizzarra”: “…Pacilio, mi pare, parla anche agli spaventati fuori dalle mura, insegna loro a non temere la debolezza, ma anzi di farne una forza per rifondare la comunità dei viventi”.
Sì. Ho ragionato sulla possibilità di un verso empatico – sulla comunicazione che dovrebbe essere sottesa nel verso, ma non sempre lo è – un verso che potesse parlare sì della bellezza, della vita, della denuncia, etc, ma che possa anche entrare negli altri, cercando di capire come si muove il mondo avvicinandosi con un ascolto empatico. Penso che ascolto sia una parola profondissima perché apre percorsi sensibili e di cambiamento concreto. Concetti come ascolto, etica della responsabilità, consapevolezza entrano a far parte del substrato esistenziale che, necessariamente, adopero nella mia scrittura.
“Il libro è visionario e intimo, ma in forza di una speciale qualità di composizione e concentrazione, evita tutti i rischi che si incontrano in un corpo a corpo con l’abisso”, scrive Davide Rondoni di un tuo libro in particolare, ma è una considerazione che si può estendere alla tua scrittura in generale.

È con la parola “accesa”, come diceva Mario Luzi, che si può affrontare l’abisso interiore e l’abisso esterno che è il mondo, la parola luminosa che dona la visione, che non copia il vissuto ma lo trasmuta arrivando dove il moralismo e la retorica non possono. La visione ci dà la lungimiranza per poter parlare. Che Davide Rondoni abbia confermato che oltre a desiderarlo questo obiettivo è stato anche raggiunto, mi fa un piacere enorme. La poesia parla della realtà, deve essere la nostra vita, parte dall’esistente, la differenza, però, è nella visionarietà della parola accesa. L’interiorità che l’autore inserisce nella parola, la parola non ha senso se non il senso, o meglio i sensi, la ricchezza, la profondità che ci mettiamo dentro. Per esempio, la parola “pietra” l’ho utilizzata in molti sensi e accezioni, assumendo una valenza differente ogni volta.
Non ti sembra che – grazie allo studio delle lingue e l’importanza delle traduzioni – ormai non si possa più parlare di letteratura italiana come se ne parlava un secolo fa? Ormai i riferimenti – pur continuando a scrivere in una lingua – sono pluriculturali …
So che la conoscenza del francese e le traduzioni (sia quelle che ho provato a fare, sia quelle che ho letto) mi hanno permesso di confrontarmi con autori importanti. Da Baudelaire a Prevert, la poesia francese è stata fondamentale per la definizione della mia ricerca. E leggendo Annie Ernaux ho provato una sorellanza di anima, di vissuto, e, di conseguenza, nella scrittura, nel lavoro sulla lingua. Impressione confermata quando lessi che chiese al suo editore di rimuovere dalla copertina dei suoi libri qualsiasi riferimento a un particolare genere letterario. Infatti la sua scrittura integra una varietà di generi differenti: la prosa narrativa, la diaristica, l’etnografia, la sociologia, e, ovviamente l’autobiografia.
Altro discorso da fare sarebbe quello della traduzione. Soprattutto, leggendo le traduzioni degli autori americani, ho notato che, molto spesso, viene tradotto il concetto soffermandosi meno sul linguaggio. Sono convinta, comunque, che le traduzioni diventino vere e proprie opere ex-novo. Ma la discussione sulla traduzione ci porterebbe molto lontano; in fondo la traduzione è realmente un’opera ex-novo in cui non deve mancare la visione di chi ha generato e di chi traduce.
L’essere nel mondo e la tua esistenza come sono presenti nella tua poesia?

Sì, entra, in maniera trasfigurata ma forte. Il senso di solitudine e di separazione, insorto a soli nove anni, dopo la morte prematura di mio padre e alla malattia di mio fratello, hanno abitato la mia scrittura. L’orfanità, il dolore, il corpo oltraggiato e ferito, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale sono i temi dominanti attraverso cui passano le mie parole. In Non camminare scalzo ho cercato, di sezionare ogni ‘pezzo’ del mio corpo utilizzandolo come metafora espressionistica e surreale per denunciare la tragicità del sopruso e della violenza, mentre in Ciliegio forestiero, mi sono lasciata ustionare dal sentimento che diventa più maturo e ferito. In Tra sbarre di tulipani il corpo non gode più l’accadimento carnale, ma la vergogna della deturpazione della società che, fisicamente e moralmente, troppo spesso, condanna, soprattutto la donna, a una condizione di solitudine e/o a un modo di vivere poco appagante. Sfidare i baratri del dolore in uno scavo intimo fino a farne memoria corporea, è uno dei miei punti di partenza.
In una intervista hai dichiarato che la poesia “è una disponibilità allo stupore, una continua sperimentazione della bellezza e della condivisione della vita e della morte. Per me la poesia è sempre stato un luogo di esperienza, di elaborazioni e modificazioni che partono da un atto di fede e di speranza”. C’è una rivendicazione di contiguità e scambio tra la tua vita e la tua poesia…
L’attenzione culturale e professionale alle scienze sociali e psicologiche mi ha facilitato a utilizzare l’intimo e l’esistenziale nella stessa recitazione poetica, non come un “separato da sé”, ma come un’essenza unica e comprensibile: un esclusivo soggetto/corpo che si afferma nel mondo e nelle cose, che acquista padronanza e si spinge nella sua totalità e originalità alla ricerca di ciò che è possibile, alla rivendicazione, continuamente, dell’oggetto adeguato. In veste di sociologo, accompagnata dalla visione della poesia, ho scritto Gli imperfetti sono gente bizzarra, in cui ho osservato, non più un carcere, ma un ospedale psichiatrico. In questo sofferto lavoro la mia scrittura si è nutrita di lacerazione e di pietas. Invece Quel grido raggrumato chiude una trilogia sul cammino attraverso i temi dell’emarginazione: si presenta come un manuale del sopruso, contro chi ambisce variamente a manovrare il corpo delle donne e dei fanciulli. Ecco, attraverso la poesia, nonostante tutto, ho nominato l’innominabile nella prospettiva dell’educazione, della rinascita, della ricostruzione.
Per approfondimenti sull’opera di Rita Pacilio:

Partecipazione - 13 aprile Eboli Giornata dedicata a Rocco Scotellaro


IL COMUNE DI EBOLI DEDICA LA FESTA DELLA POESIA ITALIANA A ROCCO SCOTELLARO, POETA TRA I PIU' SIGNIFICATIVI DEL NOSTRO TEMPO
A Rocco Scotellaro, che Montale definì uno tra i poeti più significativi del nostro tempo, al pari di Pavese, Cardarelli, Gatto, Pascoli, Sinisgalli, Alvaro, Quasimodo e Pasolini, il Comune di Eboli ha dedicato la Festa della Poesia Italiana, che si terrà il prossimo 13 aprile, a partire dalle ore 17.00, presso il Primo Circolo Statale, in Piazza della Repubblica,1.
Con i relatori: Angelina Aversa, Antonio Manzo, Alfonso Pascale, Vito Pindozzi, Antonella Promavera e Paolo Saggese, interverranno i poeti: Corrado Calabrò, Rosa Della Corte, Francesco Iannone, Lidia Loguercio, Maria Manzolillo, Vito Merola, Rita Pacilio, Eleonora Rimolo, Lina Rizzo, Gino Scartaghiande, Gabriella Sica e gli alunni delle quinte del Primo Circolo di Eboli.
Vittorino Circi interverrà con musiche e poesie di sua composizione. 
La voce della poesia di Rocco Scotellaro sarà quella di Carmen Mazzella.
Condurrà l'incontro Neria De Giovanni, Coordinerà Francesco Agresti. Tresiederà il Sindaco di Eboli Massimo Cariello.
L'evento si avvarrà del contributo logistico dell'Hotel Grazie di Eboli e del Vivaio Palombi di San Felice Circeo.
Ufficio stampa e pubbliche relazioni a cura di Raffaele Agresti

Partecipazione - 13 marzo 2019 Madonna dell'Arco: Rita Pacilio leggerà 'Prima di andare' - poesie e lettere d'amore


Un evento artistico e letterario di grande spessore è in programma per mercoledì 13 marzo 2019, alle 18.30, nella Sala dell’Antico Refettorio del notissimo Santuario di Madonna dell’Arco. L’incontro, denominato “LUX IN TENEBRIS” – Cuore e Sentimento, improntato a interpretazioni di carattere spirituale e sui valori dell’amore, della ricerca del senso della vita, è organizzato da Vera Ceriello (Organizzatrice di eventi) e da Giuseppe Vetromile (Circolo Letterario Anastasiano), con la gentile partecipazione di Padre Alessio Romano Priore del Santuario.
L’evento vuole essere dunque un momento di grande espressione artistica e letteraria, in un’atmosfera di particolare concentrazione e partecipazione alla riflessione intima e sull’andare dell’uomo.
Si alterneranno momenti di Teatro, di Canto, di Danza e di Poesia, grazie alle interpretazioni delle Attrici: Carla Gentile, Elisabetta Mercadante, Melania Mollo; dei lettori: Rosaria Chiaiese e Giuseppe Moccia; delle Poetesse: Lucianna Argentino, Angela Caterina, Lia Manzi, Rita Pacilio, Vanina Zaccaria. Ci sarà la partecipazione straordinaria dell’attrice Lidia Ferrara. Si esibirà inoltre la Scuola di Danza “Dream Dance”. Al poliedrico Aldo Vecchiotti è affidato il compito di allestire il servizio audio e luci, mentre il musicista Ciro Maiello allieterà il pubblico con i suoi interventi.
Conducono e presentano Vera Ceriello e Giuseppe Vetromile. L’ingresso libero, è gradita la presenza di tutta la Cittadinanza.

Recensione - Mariano Ciarletta legge 'Prima di andare' di Rita Pacilio

https://poesiaeversi.blogspot.com/2019/02/rita-pacilio-prima-di-andare-recensione.html?fbclid=IwAR2EaBSz23aeDlhr6KezyKuv2v6ho6tR7ML9kCGW4U6IrgeKeOd2jXE90lY




Rita Pacilio - Prima di andare - Recensione di Mariano Ciarletta.





Il testamento simbolico e spirituale è per l’umanità intera: il dialogo interno, momento di ascolto delle crisi dell’esistenza, controlla gli stati d’animo replicando le gioie del passato, i pensieri automatici e gli errori senza commiserazione o distorsioni autolesionistiche e costruisce valutazioni adeguate che facilitano il processo di rielaborazione. 

Il frammento sopra riportato, preso dalla silloge Prima di Andare scritta dalla poetessa Rita Pacilio e edita dalla casa editrice La Vita Felice, riassume chiaramente ciò che il lettore incontrerà nelle cinque lettere d’amore e nelle trentanove poesie che compongono la raccolta: la consapevolezza degli eventi. Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente Rita Pacilio e di leggere numerosi suoi testi pubblicati su riviste specializzate per quanto concerne la poesia. Non avevo però, prima di allora, letto una sua raccolta completa e l’incontro con la sua scrittura, altamente formativo e soddisfacente, mi ha permesso di costatare oltre la bravura, la versatilità di quest’artista che, con disinvoltura, passa dalla poesia alla prosa rinnovando ogni volta un filo rosso conduttore che, pagina dopo pagina, si arricchisce di nuovi temi. Così inizia il percorso della Pacilio quando lei stessa afferma di non voler dimenticare il suo sentiero di vita: Non ignorerò l’ardore di chi siamo stati/ sarò vigile ogni sera/quando le peonie sfioriranno. Emerge, dunque, il pesante conto della clessidra a cui si oppone, ancora una volta, l’esserci dell’autrice e il suo affrontare il domani: Mi allungherò/ fresca d’amore sotto al soffitto/ di domani. Qui subentra la presa di coscienza, quel comprendere di cosa realmente è fatto l’essere umano, un pensiero personale e altamente condivisibile che la Pacilio vuole lasciarci con i suoi versi e che, da quanto si legge, è stato tramandato da qualcuno a lei vicino: Minuscola parte di un niente – dicevi/ siamo l’illusione dentro questa vita infinitesima/ - un’incognita, un’equazione o una frazione/ un rovesciamento materico -. E se questo non basta, possiamo rifarci anche alla caducità degli eventi della vita: A volte la vita è un sottile moscerino/poggiato sul tronco resinifero/nell’ora in cui gli uccelli regolano il tempo. E ancora: Capiterà a tutti di essere una boa/in mezzo al mare, una boa/ dalla forma di pesce supino/dalla voce umana con braccia di violino. Arrivando poi al valore dei ricordi, il loro radicarsi e allo stesso tempo il loro essere “senza casa”: La memoria è un’ombra estesa/un disegno per recuperare la vita/ rimasta indietro, /la tradizione,/ogni cosa omessa. Dopo la “terza lettera” che ho letto con grande emozione e che tratta un evento doloroso della vita dell’autrice inizia, però, il suo “riaffiorare” un termine che, se analizzato con perizia, dimostra la volontà di rimanere a galla, di sopravvivere, forse in una fase di stasi? Un assistere coraggiosamente alle stagioni della vita? Così leggiamo: Si mantengono gli autunni passeggeri/ gli sforzi pericolosi e senza amore/fatti di capigliature arrangiate/giovinezze spettinate,/sognanti e rossicce. Ma, nonostante il dolore e il procedere, come ben sostiene la Pacilio, ognuno di noi sarà sempre portato a tornare al passato proprio per “amare le immagini rimaste”: Torniamo spesso nelle cose passate/come si fa con i sogni taciuti/ un planare basso sulla terra/ per amare le immagini rimaste.

Recensione di Mariano Ciarletta


Capiterà a tutti di essere una boa
in mezzo al mare, una boa
dalla forma di pesce supino
dalla voce umana con braccia di violino

al posto delle branchie l’anima
spugna polposa e fili d’erba i capelli.

Si diventa così quando si va via

un nome senza nome
rimasto tra le palpebre e la mente
giovinezze disperse in un altro viaggio.
Quando anche le viscere svuoteranno

residui della traversata
resteranno bucce vuote
involucri rancidi, mezzi sorrisi,
il seno ormeggiato.

Questo siamo quando lasciamo
una casa, un fiore, chi abbiamo amato.
Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.


Rita Pacilio, Prima di Andare, La Vita Felice, Milano 2016.

Recensione - Augusto Benemeglio per 'L'amore casomai', racconti di Rita Pacilio - LVF, 2018



http://www.liberolibro.it/rita-pacilio-lamore-casomai/

http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-augusto-benemeglio-per-rita-pacilio-con-lamore-casomai-6464.html?fbclid=IwAR1sgDHcu2JpSUOMSba0-g_dJe14PxFroDRDMti-ijFRa6MULfDoQZrfJUE


UNA TRASCENDENZA MANCATA
LA PAROLA
Rita Pacilio mi inviato il dono di un suo libro, “L’amore casomai” – ed. La vita felice Milano, 2018. Come indicazione , sotto il titolo, c’è scritto “Racconti”, ma in realtà è un prosimetro, in cui la poesia e la prosa si intersecano, si incontrano e si scontrano, si confondono,  un po’ come accade nei sogni. Ogni parola – scrive Margherite Doubois – è un racconto. Ogni parola una poesia.
Devi sapere il mio segreto.
Porto nella pancia la pietra del mondo. (pag.74)
Ogni parola, potremmo dire, insieme a Victor Hugo –  è un essere vivente più potente di colui (o colei) che la usa. Ogni parola scaturisce dall’oscurità. “Lettura, quella della Pacilio  – scrive Luigi D’Alessio – che ti sbalestra tra un fosso e un dosso”
“Lì la casa era fatta di alberi infilati nel soffitto. Su ogni tronco impiccati pensieri compresi”.(pag.7)
Ogni parola  crea il senso che vuole,  essa stessa è quello – e anche di più – va oltre il pensare , il vedere, il sentire: è colore, notte, gioia, sogno, rabbia,  violenza, solitudine, infinità, vento.
“…bisogna scuotere il vento, diventare tempesta” (pag.7)
Ogni parola è amore, o, meglio, sesso,  talora sfrenato, “corpi alla ricerca dell’anima”:
“La carezza occupò la schiena, salì con la voce fino al mattino nel bidè. Mitezza trasformata in uragano. La prese fiancheggiando il lato del letto, sponda di uno schermo in cui finì arrotolata…La poesia a contatto di gomito” (pag.7)
LA SANTITA’ NELLE RUGHE
Ci sono parecchi richiami letterari, uno citato da lei stessa:  Novalis,  Barthes, Lacan, forse Mallarmè, ma soprattutto, a mio avviso,  Rimbaud , a cui bisogna fare riferimento se si vorrà comprendere l’idea della forza d’iniziativa del linguaggio. Ma altrettanto importante è la teoria del grottesco di Diderot, che è espressione che discende dalla pittura e stava a indicare l’intreccio ornamentale di un quadro:
“Fece arrivare la cena in sacchetti di plastica. E rose rosse al centro del tavolino. La lingua caduta sulla lingua era il battesimo. L’unione a sigillare la storia. La mezza luna attenuò il disarmo. L’urlo trasformò il viso dopo lo schianto. Dentro.
In quel momento lo chiamò  amore” (pag.8)
Al grottesco appartengono – diceva Schlegel – una parte della teoria drammatica , ma anche l’ironia, il caos, l’agilità eterna, la frammentarietà, la buffoneria trascendente.
“La santità  nelle rughe macchiate…Portava o’ muccaturo sulla testa. La sottomissione all’ordine delle cose. Coprire il capo ai riccioli indomati. 
Vaje cu ‘a Maronna.
Il bacio dell’addio. L’accompagnamento. Ti lascio nelle braccia della madre” (pag.9)
UNO SGUARDO TI SPIA
La scienza del dolore e dell’angoscia innalzata a meta dell’arte, che interpreta la scissione spirituale , la coscienza della decadenza, il distruttivo o l’autodistruttivo, il morboso, un misto di cinismo e di  dolore, la banalità del male , che diventa lamento, sui pericoli della tecnica e del kitsch che minacciano l’anima stessa della poesia. Poi il concetto del nulla di leopardiana memoria che viene rielaborato da Mallarmè e Rimbaud e comincia ad assumere la sua importanza. “Temi nel cieco muro . Uno sguardo ti spia”, scriveva de Nerval.
Mezza finestra aperta. Combattere con il fato la fine di Tebe. Farsi riconoscere . Sanguinare questo dolore e placarsi. Celare , per un senso di vergogna o protezione, la mano stanca e fumare dieci sigarette in un’ora. Fumare e basta. (pag.12)
L’immagine dell’incompiuto, dell’incompleto, del disarmonico. Ma l’incompletezza è il mezzo più adatto per essere armonico, diceva Rimbaud. Il grottesco deve liberarci dal peso della bellezza con la stridula sua voce e mettere da parte la monotonia.
Diventare sottili nel filo di saliva. Distendersi nel tempo arrotolato della pellicola. Respirare in modo spudorato nell’auricolare. Un film già visto.Anticipano i preparativi con un sms… sbottonare i pantaloni. Tirare giù le mutande. Invocare l’apertura per l’estensione umida e grossa. 
Il nome. La parolaccia.  (pag.13)
LA SOLITUDINE 
Dissoluzione. Prostituzione. Concetti che significano abbondanza di sè stessi, illecito trascurare il destino spirituale, fuga dalla parte avversa, tradimento, diserzione, sono tutti i segni della nostra civiltà, i pericoli di fronte ai quali occorre premunirsi. La solitudine è una necessità per tutti gli scriba.
era un uomo solo. Disperato
A metà,  senza volto.
nonvogliopiùsentirmichiamarepiù (pag. 24)
Alla vena giugulare hai tolto le parole/una ad una le hai recise dall’aggettivo/forme di pudore che avevi previsto anni fa/quando impiccai al solaio lo sdegno/la totalità dei pensieri...((pag.25)
I poeti hanno sempre saputo che il dolore si scioglie nel canto, fin da  Omero. E’ la coscienza della catarsi della sofferenza mediante la sua trasformazione in una parola di forma elevata.
Non sapeva dare un nome all’amore (pag.27)
Parlava con le poesie sui muri. 
Qualcuno si accorge della solitudine?
Raccoglieva le margherite lungo i marciapiedi. La gioia fragilissima di un tempo nuovo. Un tempo in cui il coraggio è in equilibrio funambolo  dello spazio largo. Un suono…
E la mente è fatta di rombi su rombi. Ci sono geometrie che non si possono dire…(pag. 17)
IL GRANDE TUTTO
Scomponendo i fenomeni in frammenti, esso esprime il grande “Tutto”, che è da noi afferrabile esclusivamente come frammento. Giacchè il tutto non concorda con l’uomo. Ma quale Tutto? Non c’è una risposta, o è confusa. Alla fine è solo una vuota trascendenza.
Nessuno può dire  cosa ho intorno all’anima …
improvvisamente invecchiò di cent’anni. (pag.20) 
Venerare le difficoltà emotive, essere sacerdotessa. Inginocchiarsi al piacere (pag.18)
Spegnere la luce per la preghiera. (pag.19) 
Il grottesco rispecchia la dissonanza tra gli stati animale e quelli superiore dell’uomo. Diventa smorfia , eccitazione provocata e stimolo costante di una inquietudine a cui l’anima moderna aspira più che alla distensione. Le stimmate di Baudelaire , i componimenti arlecchineschi di Verlaine, la poesia ghignante di Corbiere, l’umore nero di Lautremont , precursore dei surrealisti, tutto serve a quell’oscuro fine di indicare una trascendenza in dissonanze e frammenti , una trascendenza la cui armonia e interezza nessuno può afferrare, una trascendenza mancata.
Guardare la luna. Seduta sul marmo del balcone. Scalza.
…Quella strana scia di un aereo  come stella in cammino. Bere birra fresca e canticchiare Moon River ./ Entrai in casa / crederla mia. Era settembre /poi una fotografia in bianco e nero/ forse il libro sulla scrivania/ chissà quale pagina appartenuta a un’altra/ Quella canzone , il vino rosso/ un tavolo per due. E io non c’ero.  (pag.76)
IL CORPO
 La parola chiave di tutta l’opera è: “corpo”, che tende (serve) al godimento, come diceva Lacan. Ma  rimane un corpo estraneo. Tutto ciò lo mette in rilievo Pasquale Rossi, nella sua post-fazione:  “Tutti i personaggi di Rita Pacilio sembrano mettere in scena continuamente  la dicotomia insanabile tra parola e corpo”.
Qui nessuno si abbraccia (pag. 23)
Si allontanò dal corpo e lo spinse verso l’uscita (pag.29)
il dolore del piacere e il piacere del dolore (pag.30) 
I piedi divennero radici. Parlavano i rami. I presagi e la clorofilla. Le spine…Tra questi alberi, sotto queste pietre nere qualcuno si è amato…(32)
E tutto ci rimanda ancora a Rimbaud, a questo bambino prodigio che in soli quattro anni sconvolse la letteratura con le sue intuizioni, le sue folgorazioni, le sue illuminazioni. La parola chiave di Rimbaud era, infatti: “esplosione”.
Qua e là si versa l’eterna ansia…
Non è possibile cucire l’amore addosso.
Quanto tempo è passato dall’amore amato. (pag.33)
La sua opera cominciò con versi legati, passò poi al verso libero, disarticolato, e di qui alle poesie in prosa, dal rimo asimmetrico. Questo spianamento delle forme avviene a favore di una lirica dinamica che si serve tanto del concreto quanto del formale – a piacere – come di un medium della sua libertà.
Farsi cristallo prezioso.Desiderio e attesa.Godere e non soffrire  con la testa ferma….Lui agile come un uccello. Lei natiche (pag.36)
Il percorso della Pacilio – fatte ovviamente le debite proporzioni – in qualche modo  rievoca  quello assetato di libertà, di fantasia, di trasgressioni , di colui che fu definito il “roveto ardente” della poesia, o “l’angelo in esilio”,  nella sua breve vita,  più volte alle  prese con la polizia per atti  di  oscenità.
S’innamorò della sua ruga , quella che porta tra gli occhi, un po’ più su del naso. Era in quel posto  che veniva bene la rabbia e il godimento…(pag.44)  
Tensioni come animali selvatici./ Aprì la lampo. Leccò. Urinò nei jeans. Prese anche il mestruo./ Sei bella, sei mia. (pag.45)
UNA TRASCENDENZA MANCATA
Anche nei personaggi del libro  di Rita Pacilio ci sono dissonanze , fratture,  intrecci talora confusi, e un’eccitazione sessuale in continua ebollizione.
Il segreto e un cappello sul collo. Erano vento. Bufera sulle lenti scure…Puttana davanti a lui e all’altro. Si udivano parole nella penombra. Vennero tra le mani sporche. Sudati.il lampione trivoltava pieghe della camicia Ti amo verbo impegnativo. (pag.38)
E’ una poesia in prosa che non produce trame. Bensì frammenti, linee spezzate, immagini sensitivamente acute ma reali. E tutto questo caos che in lei vibra vuole, anzi “deve”   farsi linguaggio
Da lì il grigio abbraccia il mondo…
Si scompare così, per solitudine/quando più nessuno ti parlerà di me ((pag.41)
Il fine ultimo è trasformare le parole  nell’unità sonora di una trascendenza, che diventa una musica strana , morbosa, erotica, lacerante, piena di cocci e vetri di bottiglia montaliani nel cuore ,  che pervade tutto: disarmonie e armonie.  Frantumare l’ordine sintattico , stendersi come pece  su contenuti erotici-drammatici,  o in periodi semplificati fino alla primitività.   Tutto trova la sua necessità nell’ esprimere situazioni “interiori”, saldare la frattura tra materia e anima, tra corpo e spiritualità, come capita ad ogni vero poeta,  quasi “condannato” a scrutare l’invisibile, a udire l’Inaudito, dire l’Indicibile , cercare di giungere nell’Ignoto.
Augusto Benemeglio
Roma, 7 dicembre 2018