Poesia - Marco Mastrilli condivide sulla pagina fb una poesia tratta da 'Quel grido raggrumato' di Rita Pacilio - La Vita Felice, 2014




Desidero condividere questa poesia di Rita Pacilio che racconta, senza fare un meticciato di retorica e cronaca, la violazione e l'abuso.
In un silenzio complice, assistiamo all'atto di schiacciare una dignità che urla, descritto con la crudezza tipica del vero. Proprio come la realtà che ci appare sempre così, nuda, al punto da spingerci a voltare lo sguardo altrove per non rispecchiarcisi dentro.
La poetessa, con le sue parole, ci obbliga a "guardare" sino all'ultimo, impedendoci di rifugiare la nostra coscienza altrove. Marco Mastrilli
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di Rita Pacilio (tratta da 'Quel grido raggrumato' - La Vita Felice, 2014)

Le hanno insegnato l’arte di star muta.
Le hanno portato due maschi già duri e pronti,
mascherati. Poteva guardare senza lacrimare,
né ansimare, senza dire. Era negra.
C’era la nebbia in quell’alba di febbraio sul lago.

Le tragedie sono una farsa preparata, lei credeva
di saper morire in modo impassibile,
senza arrossire. I colpi sono rocce che reggono
ignoranza, generazioni che cadono a picco
negli abissi deformi della nevrastenia.

Il dolore esplode in una risata e ricerca il tremore
vuole l’immobilità dopo la burrasca.
E avvampava di pudore
nausea che mai intirizzisce la sua foglia al duello intimo
mai bastava il peso a penetrare la dignità ancora bianca.


Commenti:

Manuela Minelli: Marco, Rita è una mia Amica, e ne sono orgogliosa, così come sono orgogliosa di averla avuta per la serata Poesia in tutte le edizioni di Donne con la Penna. Io che non sono una grande esperta di Poesia e molto spesso certe cose di sedicenti poeti mi annoiano x la banalitá, la prosopopea, l'inconprensibilità dei testi, trovo che tutti i suoi lavori siano meravigliosi, duri e sofferti anche, ma la musicalità, l'uso accurato di ogni singola parola, gli accostamenti linguistici...beh sanno toccare le corde dell'anima e far vibrare qualcosa. Visti anche gli argomenti, posso dire che risvegliano anche quella coscienza "sociale" che spesso soffochiamo x paura e impotenza. Non per niente questa piccola grande donna, che tra l'altro ha una voce "nera" che incanta, ha vinto tra i tanti, anche il premio Laurentum ultimo. Dovresti sentirla interpretare qualcuno dei suoi scritti...con o senza musica. Ti lascia il segno, da qualche parte, ma vicino al cuore! Dovremmo fare in modo di averla all'exdepo' lì ad Ostia...sarebbe un "regalo" per tutti!

Marco Mastrilli: Vedremo di cooptarla allora Tu sai che io sto lavorando a progetti di "arte liquida" in cui si fondano stili, idee, performance e modi di sentire. L'arte ha sempre le braccia spalancate secondo me. 
Patricia D'amore: e'proprio di una coscienza vigile ,andare nell'abisso del nostro essere e riconoscere il nostro proprio respiro,per ridarci vita continuamente,senza confonderci nella nebbia ...che i soprusi....ci avvolgono.

https://www.facebook.com/165288310337885/photos/a.166344236898959.1073741828.165288310337885/251003951766320/?type=1&theater 



Recensione - Barbara Bracci per 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - La Vita Felice, 2012





Barbara Bracci per Rita Pacilio su PoesiaBar

GLI IMPERFETTI SONO GENTE BIZZARRA

Mi piace leggere Gli imperfetti sono gente bizzarra di Rita Pacilio (La Vita Felice, 2014) come una cassa di risonanza.
Un luogo, attiguo al dolore e in certi sensi con esso comunicante (“come fosse un contatto”), dove esso risuona, sordo. Uno spazio nel quale l’isolamento – assoluto e impenetrabile – , nel suo quotidiano ripetersi, genera quasi una musica, che batte, scuotendo il petto di chi ascolta: “[…] cadono a mille petali e cespugli/ nella gabbia vuota delle ossa”.
Così l’autrice, nel vuoto che separa la prigione fraterna dal mondo esterno, attinge da quest’ultimo e lo soffia, con parole cariche eppure composte, tra le sbarre dell’isolamento. La natura, allora, esce da ogni logica di armonia e contemplazione per entrare nelle stanze, illogiche e perfettamente imperfette, di una sofferenza ripetuta nei giorni: “Ho parlato al tuo corpo fraterno/ conficcato nella pioggia che lava/ sollevato ruggiti sfibrati/ per pietrificarne i momenti”. La poesia, qui, non indugia sul sentimento struggente, non cerca a tutti i costi il pathos e la compenetrazione: c’è un amore in questi versi tanto più sconfinato, cosciente e sincero quanto più profonde sono le distanze (percettive, emotive, esistenziali) dall’altro da sé, seppur fratello. La penna di Rita Pacilio non scava, non si gira nella piaga. Essa prova, invece, a tracciare un filo come un cordone, una comunicazione, “il tocco della lingua dalle cose”.
E in questo suo dire è consapevole della sua finitezza e riesce a fermarsi, con estrema delicatezza e rispettoso tatto, proprio appena prima del contatto, appena “lontano dal battito dell’altro”. Lasciando lo spazio necessario per il volo della parola, per l’elettricità dello sguardo, proprio lì, tra il luogo “dove non si torna indietro” e “il posto più lontano della solitudine”.

http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-barbara-bracci-per-rita-pacilio-su-poesiabar-2936.html

http://poesiabar.wordpress.com/2014/07/28/gli-imperfetti-sono-gente-bizzarra/


Poesia - Quel grido raggrumato - Rita Pacilio - La Vita Felice, 2014

Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni
e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.
Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole
scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.


Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti
eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno
fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani
intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.


Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili
un lappare lento, immaturo
che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia
nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.





http://poesia.lavitafelice.it/scheda-libro/rita-pacilio/quel-grido-raggrumato-9788877995803-157538.html


Recensione - Rita Pacilio: nota di lettura per 'Come i coralli' di Nicoletta Bidoia - La Vita Felice, 2014



Come i coralli
di Nicoletta Bidoia – La Vita Felice, 2014
nota di Rita Pacilio

La creatività è il risultato di una perfetta collaborazione fra la mente coscia e quella inconscia: ecco perché il poeta è in grado di sentire, in modo empatico, le diverse interazioni che avvengono e che si sono verificate nel mondo. Il suo potenziale creativo gli consente di percepire e di mettere in versi, situazioni, cronache, particolari accadimenti storici, in maniera del tutto analizzata, sezionata, grazie all’abilità poetica di riformulare la memoria tramandata. È un’occasione di ripercorrere il viaggio negli angoli più lontani dei fatti degli esseri umani o dei luoghi. Nicoletta Bidoia, nel volume Come i corali - La Vita Felice, 2014, porta avanti uno studio meticoloso negli spazi fisici ed emotivi di un trascorso di cui raccoglie e dosa le informazioni: è un lavoro di anni, bisogna cercare contatti, contatti visivi, procurarsi occasioni di viaggio, recarsi sul posto, essere disponibili ad accogliere le ultime ricerche che prevedono interviste a parenti/conoscenti/bibliotecari, consigli/suggerimenti. Non è cosa da poco. Bidoia, non è stata, però, giornalista, non ha riassunto, nelle tre sezioni del libro, Novecento, Silenzi, Parlami, avvenimenti del nostro novecento storico offrendoci una cronistoria degli eventi. L’autrice ha camminato in punta di piedi, spesso in maniera visionaria, come in una scenografia (qui la sua importanza come poetessa matura) in un tempo di storia ben delineato, il Novecento, facendoci partecipi dei margini morbidi di alcune immagini della tradizione sociale del momento osservato. Lo spazio, l’impegno, la partecipazione attiva di gruppi organizzati per fini sociali, gli stralci di vita casalinga, il fiume, il ritmo del tempo libero, le occupazioni, la varietà delle spinte emozionali, le insicurezze, le incomprensioni, eppure le innumerevoli bellezze mostrate, hanno colorato i contrasti, le doppie presenze di un periodo della nostra cultura e della società complessa che, di tipo conservatore, pur viveva la sua fase innovativa. I personaggi ci sono stati presentati dall’autrice, in modo familiare con la possibilità di ripercorrere forme di vita, ora imprevedibili, ignote, ora congiunte a possibili esperienze familiari a noi vicine, quasi in modo intimo. Nelle composizioni liriche si avverte lo sgomento della storia, la possibilità del mutamento, l’annuncio della resistenza, lo sguardo alla radice profonda dell’amore come essenza necessaria per la rinascita, per la rifioritura della fiducia nella vita, che tesse inesorabilmente per le strade e nelle coscienze, il radicale cambiamento delle cose. A corredo del volume di poesie troviamo alcune note di approfondimento che ci aiutano ad esplorare l’itinerario di lettura.

dalla sezione Novecento


La solita storia


C’è una foto dalla Bosnia,
sguardo celeste-seppia col violino,
ma nel reparto di rappresentanza
lui suonava il basso tuba.
Perfino Tito lo ha ascoltato a Sarajevo,
magari non distinto bene
nella truppa, ma c’era.


Giorni dopo, a Mostar
nel distaccamento,
sono apparsi dal niente
camion di tedeschi.
I loro comandanti – il potere di prima –
spariti.


Li portarono a Dubrovnik
nel viaggio amaro dell’internamento.
Un vagone bestiame li tenne stretti
per diciassette giorni: aperti di mattina
per togliere lo sterco,
poi niente.

[...]



Con la memoria buona


Il prete divideva:
i casti nella luce e gli altri
li sposava al buio, all’alba appena.
La grande Chiesa non è madre
di chi diverge.

Nel testamento mise in chiaro:
né funerale né tomba né epigrafe.

dalla sezione Silenzi



Vi ho amati, ha gridato,
ma non li ha raggiunti che un’eco
e il suo lento abbassare le palpebre.

         Non è dei morti il tacere più tremendo,
         ma le nostre parole ad essere straniere,
         i segni scomposti al cielo, la voce
         che si inarca inutilmente,
         i baci caduti.



***


Ha mille segreti e si nasconde,
si sottrae come può
e fonda il suo nome su ciò che non dice,
e dice sempre meno
e quel poco lo sigilla.

Ma più si cela il vero più risuona,
come un corpo esposto.

         Tradisci così, silenzio,
         fragile nascondiglio.

NICOLETTA BIDOIA (Treviso, 1968) ha pubblicato i libri di poesia Alla fontana che dà albe, quasi una preghiera ad Alda Merini (2002), Verso il tuo nome (2005) e L’obbedienza (2008), editi da Lietocolle.
Nel 2013 è uscito per Edizioni La Gru il racconto Vivi. Ultime notizie di Luciano D.
Sue poesie, apparse anche in raccolte e riviste, sono state tradotte in spagnolo in Jardines secretos, Joven Poesìa Italiana, a cura di E. Coco (Sial, Madrid, 2008).
Con la cantautrice Laura Mars Rebuttini ha realizzato lo spettacolo Un piccolo miracolo, partecipando ad alcuni festival italiani di poesia.
Compone anche collages e teatrini di carta.

http://www.sanniolife.it/sanniolife/?p=11854

http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-nico-bidoia-2911.html



Antologia - 'Come un nocciolo di pesca' - un racconto di Rita Pacilio nell'Antologia 'Amori d'Amare' - Minerva Edizioni, 2014 a cura di Cinzia Demi



Il mare è il grande scenario dell'Antologia Amori d'Amare, curata da Cinzia Demi, per le Edizioni Minerva. Le storie riguardano  misteriosi protagonisti reali e di fantasia, che entusiasmano, fanno soffrire, si fanno amare e riamano a loro volta.
Da Cesenatico a Roseto, da Genova a Castiglioncello, con una puntatina a Cuba e a Poquerolles passando per la Costiera Amalfitana e la Versilia… e via ancora per altri splendidi mari e spiagge e scogliere con amori che nascono, muoiono, continuano, si muovono sotto il sole cocente.

Due libri da amare al mare… (ma volendo anche in montagna).

Tanti gli autori coinvolti: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Cinzia Demi, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Rosalba de Filippis, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Maria Gisella Catuogno, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzana, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci.
E ancora Giacomo Battara, Andrea Samaritani, Mauro Roversi Monaco, Valeria Roncuzzi, Francesco Vidotto, Giuliano Musi, Stefano Biondi, Toni Iavarone, Marco Fornasari, Adriana Sabbatini, Liliana Eritrei, Roberta De Santis, Marco Rufini.


(Le rojalties sulle copie vendute di questa antologia (in occasione dei 25 anni di vita della Minerva Edizioni) saranno destinate all'Istituto Scientifico Romagnolo per lo studio e la cura dei tumori)

Recensione - Rita Pacilio per 'Le volpi gridano in giardino' di Stefano Guglielmin (CFR, 2013) - nota di lettura su Imperfetta Ellisse Giovedì, 10 luglio 2014






Stefano Guglielmin - Le volpi gridano in giardino - CFR 2013


Spesso leggere o scrivere poesia significa compiere percorsi non lineari, significa entrare in un labirinto di opposizioni/relazioni, di concetti/spazio-temporali con numerosi nessi che si vengono a stabilire tra le parole e i significati a esse correlati. Evidentemente non bastano, però, i significati o i sintagmi nominali! Il poeta ricerca, con urgenza e improvvisi cambi di prospettive - con tecniche di replica storica e molteplicità interpretativa, con virtuosismi stilistici - i modelli della realtà e le multiformi labirintiche sfumature delle condizioni socio-umane remote, le forme intime e segnate dal passaggio dell’identità dell’essere umano. Cerca e ricerca, con prepotente immagine simbolica, la sua memoria, comunque sopravvissuta al chiassoso realistico mondo in cui continuamente pur si ricrea, si rinnova. Ne Le volpi gridano in giardino, opera poetica di Stefano Guglielmin (CFR, 2013), accade questa resistenza; avviene, infatti, il rapporto comunicativo e continuo con il mondo e le cose che non è allusivo o allucinato: si avverte l’influenza estetica baudelairiana, il suo elegante simbolismo, mai paralisi dolorosa dell’impersonale, ma continua composizione e deframmentazione del reale e della storicità. Guglielmin condivide e coglie i percorsi della storia da un punto di vista oggettivo e allargato, cioè da spettatore, da osservatore/ascoltatore dell’essenziale: ogni tradizione classica educa alla precisione e alla trasparenza dell’esperienza capillare lasciando al lettore la capacità interpretativa delle pluralità dei sensi metaforici. Stefano Guglielmin è un poeta, scrittore, ma è anche un ‘critico’ e, quindi, un conoscitore della ‘verità (per critica letteraria si intende un genere letterario! Berardinelli). Sono veramente pochi i critici/poeti/scrittori capaci di trovare e inventare il confronto ‘drammatico’ tra l’opera e ciò che c’è (in senso allargato) nella cronaca del mondo; e Guglielmin sa mostrare la sua dote preziosissima di appropriarsi di un sentire autentico riconoscendosi nell’uomo/volpe che si espone e descrive con la potenza specialistica del cantore. Il volume racchiude tematiche che occupano sfere personali, aree sociali e storico/culturali che offrono un originale e sorprendente confine/accostamento tra il dissolversi di elementi che si combinano e ricombinano in presenze/paesaggi antitetici, ma allo stesso tempo, in presenze dalle tonalità che hanno connessioni che svelano interpretazioni filosofiche (futuristiche aperture). L’opera, emblematicamente sezionata, così come la parola poetica, incarna la sacralità della Natura e della Vita, nel dettaglio, la coscienza razionale del pareggiamento di ciò che è norma o devianza, di ciò che rispecchia la scia rivelatrice della nostra origine simbiotica e dell’incompatibile fiducia/sordità madre/figlio (C’è bufera dentro la madre). L’autore entra in dialogo con le contraddizioni del suo tempo storico in una condizione privilegiata, da conoscitore esperto di terminologie e di immagini antitetiche che spesso negano oggettivamente e che affermano interagendo linguisticamente, con elegante tono lirico, con le voci del passato ( Canti partigiani): la sua poesia diventa pane, madre, moglie, voce, bocca, (Canti dell’Amore Coniugale) cioè un complesso visionario che ha un ritmo biologico e psicofisico attraverso cui fluisce e defluisce il corso del mistero remoto dell’acqua/cosmo/esistenza. L’acqua, qui, è assolutamente/profondamente vissuta come una divinità terrena in cui si afferma la complessa legge della libertà. (rita pacilio)


da:
Poesie londinesi



Triste è il suo viso come il viso di un poeta,
un poeta senza canto
Virginia Woolf
°
Le volpi gridano in giardino
mentre il barbarico sfibra la tovaglia;
raccoglie Mrs Dalloway la voce e dice:
"Non sembra incredibile la vita?"

°°
Non c'è canto, lo so. Però il corpo
talvolta, parla da solo, ama il fango
più della luce e cancellare tracce
darsi malato...

°°°
Poesia significa, qui, stare fermo
sulla giostra, darsi pace naufragando.

°°°°
Chiede se mi piace ridere
se morire giovani sia peggio.
Ripete due volte le frasi
così che ridere e morire
non siano che verbi da imparare.

°°°°°
Dice tante cose in inglese;
mostrando la lingua, la districa:
il suo sesso non farebbe di meglio.

°°°°°°
Impone qualcosa che suona
come il soffio di un cuore malato;
sembra felice di avere seguaci
in questa impresa.

da:
C'è bufera dentro la madre

C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.

Alejandra Pizarnik
1.
piegato il guinzaglio, versa monete nel vaso, e profumo.
come a febbraio la pioggia nel lago, pensa. poi tocca il ramo, tuttavia
per dire: ecco il mio sesso nel delirio della specie. così si spiega
l'impazienza nella fila e il fatto che, se accende un mutuo,
la luce cambia.

2.
infilando la mano nella tasca, sente il solito ramo
e lo squittio del cuoio. per questo non usa la chiave, entrando.
pare che alla balia annusi le bende, celi il permesso
di soggiorno: la spalancherà, distesa sul bordo del mattino.
giovinezza ha infatti l'oro in bocca e tanti scrocchi da inventare.
[...]

14.
saggia è la bocca nel fare, la sua goccia di vino. e la mano
se fiera mescola il guano. dicono che soldo
sia la forma del saldo, il suo odore. freud lo fa fiorire dal sogno
e porta fortuna, ma solo a chi ne pesta l'impasto o lo posa
con cura sui prati.

15.
io , dice, ma intende quel proprio suo gettato di fuori
l'insieme dei motivi stretti in vita, sui quali regola il canto.
quando d'autunno siede sul limo, il lago dentro si muove
e così i piombi con cui pesca la quiete. d'estate, invece
doma murene e forze piene di spine.

16.
magri dal fondo della buca, gli altri chiedono denari
e una briciola di polka, per la sera. nemmeno alle ceneri
lui invece smette d'ingrassare. appena può, siede sull'orlo
della crepa, con in capo l'elmo a credito e la spocchia
di chi ha i numeri migliori.

17.
la natura gli cammina sulla pancia, si fa largo fra i pronomi
quando dice mio, tuo e degli amici tutti, seduti sul suo pane.
talvolta, mosso dal ramo, sborsa la mancia o adotta da lontano.
meglio se femmina, chiaro: già la vede turista giovinetta
col sedere tondo e fuori, persa nel suo letto.

18.
sui negri non ha nulla da dire, ma per principio
a nessuno volta la schiena. nemmeno al giallo crespo del tatto
quando lei, dolce, lo scuote. vorrebbe il suo cane obbediente
invece la bestia sbava dal labbro, lascia le feci in cucina.
di notte, tutto questo lo sfianca, gli bagna il nervo spinale.
[...]

Se la voce, sola
Se scivola parola al pane, se punge
e amore stacca, se aspra e tenebrosa bianca bocca
spinge e come corta vita brucia o scatta
se solo piove e piove, al ladro rubando tracce
se s’impasta il tempo e pa di padre e ma di madre
spàmpano, non più punta o squadra, non più lago
o tasca o golfo

se amore sgomita per restare, andando verso
tornando, se ogni voce

se ogni voce parla per noi, se ogni voce
alla poesia scalda i piedi, se si fa coro
dentro il legno o si perde
in pace

se io romeo e tu perfetta
in bilico sul canto, su questo
stento

se di nuovo esito tra palude e sorso
e ancora piove e piove e
piove…

Il corpo, talvolta
Pare che il corpo consista
in tante piccole buche, in vuoti vicini,
in imbuti, dove la vita si versa
e scompare. Scroscia invece in quella gora
il volo largo della specie, la spina
che volta in salvia il lutto, e ci fa chiari.

°°


Non c’è canto, lo so. Però il corpo
talvolta, parla da solo, ama il fango
più della luce e cancellare tracce
darsi malato…

Paesaggi con poeta
Ho visto
paesaggi interiori pugnare col grigio deforme
di un umano niente e poeti ratti raccontare l’oggi
per tratti uniformi, li ho visti arrancare in quelle altezze.
Sciupare. E ruine e alme e altre arcaiche moine
rovinare sul testo, rovinarlo. Ma so per converso
di parole per cui si muore. Parole sole, senza paesaggio
nell’intrico dell’erto e del liscio, dove l’eroe s’immola.
E so di banchieri che asciugano risaie, assetano villaggi.

Io per me vorrei uno sfondo che non decori
ma dilati il senso dello stare, un tavolo di frutta
per esempio, e una figura, che sorrida a morti e vivi
senza strafare. Vorrei narrare, ma con spiacere
di mamme vermiglie nel rione degli infetti e di città
imperfette in cui s’annida l’erosione. E di prigione
vorrei dire, esilio dai prati, dai nomi, dove sognare
non l’ora d’aria, sola, ma il guado, e scrivere di te
di quando sfidi rocce e mulattiere
guardando in valle il torbido che cresce
di te, quieta, presso l’acqua dei nevai.


Stefano Guglielmin è nato a Schio (VI) il 6 maggio 1961.

Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo Fara, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988),come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata/the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006) Il foglio d’arteIl frutto, forse (L’Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), C’è bufera dentro la madre (L’Arcolaio, 2010) e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del novecento (Anterem 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (LVF, 2009) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (Le Voci della Luna 2011). Suoi saggi e poesie sono apparsi su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il blog ‘Blanc de ta nuque’. Collabora con alcuni editori di poesia italiana contemporanea. 



Recensione - Mauro Germani per 'Quel grido raggrumato' ( LVF, 14) di Rita Pacilio





Rita Pacilio, Quel grido raggrumato, La Vita Felice 2014

In questo libro di Rita Pacilio, che chiude una trilogia riguardante i temi dell’emarginazione, la parola poetica dice la carne sopraffatta ed umiliata di coloro – donne e bambini soprattutto – che sono vittime di abusi e violenze di ogni genere.
Con una scrittura cruda e tagliente, fisica, ricca di immagini nelle quali s’addensa tutta la terribile e quotidiana banalità del male – l’autrice penetra gli abissi oscuri di chi è condannato a non essere persona, ma solo oggetto di piacere o di lucro. E’ questo un inferno della carne che ha motivazioni storiche e culturali ben precise e che da troppo tempo chiede una liberazione, una diversa concezione del corpo altrui e delle relazioni umane. E’ quel grido raggrumato che deve essere sciolto affinché si possa sentire tutta la sofferenza e la rabbia repressa che racchiude.
Come si afferma nella nota di copertina “il volume si presenta come un manuale del sopruso” e i vari testi poetici ne sono l’atroce espressione.
Talvolta i versi si alternano alla prosa, integrandosi in una stratificazione linguistica e immaginale sapientemente strutturata, una sorta di voce multipla ma non dissonante, come un’eco variabile o un contrappunto di estrema efficacia.
E’ una poesia, quella di Rita Pacilio, civile ed etica, che ferisce  e vuole ferire.
Ciò che colpisce è la capacità di restituirci una realtà drammatica in modo diretto e al tempo stesso emozionale e poetico, senza enfasi, in una concretezza di carne e di passione, di dolore e di indignazione.
Mauro Germani