Recensione - Lettera a un poeta scomparso Di Rita Pacilio In Poesia / 22 agosto 2013 per l'EstroVerso


‘Sul ponte di Joyce’ – La Vita Felice 2013
diAldo Selleri
Lettera a un poeta scomparso di Rita Pacilio


Caro Aldo,
ti scrivo nell’alba di una mattina fresca di fine agosto, un’estate questa che va via con un morso al cuore e tanti libri letti, abbandonati o taciuti. Da due mesi ho il tuo sulla scrivania, qui dove una pila di volumi di poesia, colorata e silenziosa, è in attesa di essere letta, recensita e, infine, archiviata. Archiviare: parola utilizzata spesso nella nostra quotidiana avventura terrena, eppure ci sono storie e incompletezze emozionali che hanno bisogno di ulteriori evoluzioni e destini. Si archivia un corpo finito e smunto in una bara? Mi chiedo se si può archiviare la poesia, se può essere considerata scaduta, passata, fuori tempo, chiusa in una bara, appunto. Tu sorridi, lo so.
Sicuramente si scrive troppo e la produzione poetica esagerata determina la superficialità della lettura a scapito dell’attenzione e della scelta del materiale da selezionare e studiare. Così non c’è più la massima accuratezza e concentrazione, da parte della critica, sulle uscite dei libri di poesia veramente importanti: c’è, invece, la corsa alla pubblicizzazione e ai Premi che possono scatenare putiferi culturali modificando il percorso di una poesia, compromettendo, in modo positivo o negativo, e a volte significativo, il percorso della scrittura. Si diventa ‘il personaggio’ e non l’autore del proprio lavoro. Si ricerca il successo, la fama provocatoria del momento sottomettendosi e alimentando meccanismi ebbri ed energici che mirano a mettere allo scoperto la vanità e la presunzione del pensiero e non il suo contenuto/guida nella contemporaneità, o il ‘come’ l’esistenza viene nuovamente ripetuta, rivissuta. Arriviamo ai consuntivi attraverso le affermazioni precoci di chi minaccia il meccanismo qualitativo della voce, potenzialmente utile e importante.  Ne parlavamo a Milano nel freddo gennaio di quest’anno che ti ha chiuso gli occhi. Mi sorridevi spiegandomi che la versificazione del mio ultimo libro era imponente, surreale, espressionista. Mi avresti voluta rivedere, ascoltare, commentare la Poesia. ‘Incantato’ mi sussurrasti. Ti commuovevi e mi commuovevo in una stretta di mano, l’ultima. Così sono le poesie che si scrivono senza le parole, sono una traccia invisibile, una trama variegata di scenari intensi che si rivelano dinamicamente, lasciando il segno.
Non si archiviano le righe scritte in cui i paesaggi e le anime vivono in maniera mai convenzionale, mai scontata, forse è per questo motivo che ne resto affascinata, particolarmente rapita.  Stamani la poesia, attraverso la lettura del tuo ultimo lavoro,  ‘Sul ponte di Joyce’ – La Vita Felice 2013, diventa il racconto di lievi storie in un posto d’ombra, un camminare lento tra le fedeli vie della coscienza dell’umanità. Le partenze, le attese e le domande che i passi dell’essere umano interiorizza nel suo peregrinare rigenerano, attraverso i tuoi versi, la miscellanea conoscenza del mondo, dei suoi suoni, dei suoi tempi. Tutto è mescolato al ritmo del tuo stile, colto e raffinato, che mi riporta agli Autori del novecento, alle loro preziosissime liriche fluide. Il tuo scaramantico addio alla vita ha scoccato, in questo volume, la sua ultima freccia dall’arco. La necessità di eliminare le vie di fuga che la parola poetica può espandere ti ha collocato dietro il loro significato, dietro quelle verità ingovernabili così da poterci lasciare il veloce e discreto senso dell’esperienza. Mi piace ricordarti in quella canzone remota, la profezia si avvera.
Tua
Rita

Aldo Selleri, già professore di Linguaggi  della pubblicità e copywriting all’Università degli Studi di Trieste, insegna a Milano ed è consulente di pubblicità.
Con la raccolta di poesie Buenos Aires è una donna che balla il tango – edito da Edimond con prefazione di Vera Vasques e Claudio Finelli – ha vinto il premio Città di Castello 2010 e nel 2012, con inediti, è vincitore del Concorso Poeti e Poesie a Villa Clerici, Milano.
Sue raccolte precedenti sono:
Faust televisivo, Occhiali (con prefazione di Michele Rak), Istruzioni di volo (con prefazione di Nino Majellaro).
Con il racconto La pistola nello zaino ha vinto nel 2012 la prima edizione del Premio Letterario nazionale “Grado Giallo” lanciato da Mondadori e dal festival Grado Giallo per gli autori di inediti thriller, polizieschi e noir.
E' venuto a mancare il 7 giugno 2013.

http://www.lestroverso.it/?p=4693





Recensione - Rita Pacilio su 'Il mondo è vedovo' di Paola Turroni Di Rita Pacilio In Poesia / 21 febbraio 2013 per EstroVerso

L’uomo è reduce da vendette, guerre, lacerazioni che hanno afflitto e degradato geografie e storie. Gli orizzonti culturali, tratteggiati di rinascita e ricostruzioni, hanno avuto, nel tempo, il proprio riscatto avvalendosi della potenza del creare.  Per il poeta che utilizza la creanza letteraria per osservare e narrare le cose del mondo, l’umanità deturpata e oltraggiata, è un macigno pesantissimo. La necessità riparte dalle immagini della purezza del primo neorealismo per smagliare le trame del dolore violento, inferto, spesso celato, non visibile. Prima di un movimento dinamico verso il mutamento sociale la poesia si scontra con il marcio dei mondi plurimi visibili e invisibili, con la materia degli elementi, con le opposizioni di chi subisce e prova sofferenza, con i carnefici/vittime o con le vittime/carnefici. Ecco la vedovanza del mondo denunciata da Paola Turroni (Il mondo è vedovo – Carta Bianca 2010), una solitudine memorizzata da eventi funesti della storia, intrisa di incomprensioni tra gli esseri umani incapaci di sopravvivere alla condizione del proprio isolamento esistenziale moderno. Il simbolismo della parola, utilizzato dall’autrice, in forma vigorosa e compiuta, metricamente scandita in afflati ritmici più che in figure retoriche sancite, oltrepassa i limiti della filosofia della conservazione e si articola in principali cori che si muovono in un percorso psico-sociologico  operando un nuovo itinerario tra mondo e essere umano.  La poesia orfana si affida alle proprietà della vita quotidiana capaci di conservare reminiscenze di fragilità e conflittualità dei rapporti interpersonali distintivi di un’epoca documentabile così da codificare un altro ineluttabile reale possibile. Il discorso poetico di Paola Turroni non è strutturato su logiche di ripristino delle convenzioni probabili, come interpretazioni figurate della condizione universale, ma sul potente raffronto del senso comune tra il significante e il significato concettuale/semantico dell’essenziale presente. La vita e la morte si danno la pariglia nella prospettiva di un tempo materico che muta, sfugge e che passa scandendo l’instabilità della visione dei vissuti umani e determinando il livello di cambiamento  intenzionale. Le forme robuste ed espressive della bontà di questa poesia scavalcano le allegorie stigmatizzate dall’esperienza ragionata del discorso letterario contemporaneo ed esplodono in una dissoluzione della maschera intesa come schermo/filtro del reale. I versi seguono la linea della corrispondenza dei fatti dimostrando che si può scrivere in modo lirico sia per esorcizzare che per esplorare, per rappresentare vie parallele e per disdegnare le acrobazie umane.

Qualcuno di voi sa cosa vuol dire
abitare un tappeto?
Il mio tappeto mi assomiglia – vedete?
I colori della mia gonna
conservo nel colore la mia terra.

Un viaggio siamo diventati,
con i divieti addosso, tenuti stretti
come un riconoscimento.
Un castigo di confini è diventata
la mia terra.

Nelle stazioni e negli alberghi abbandonati
dividiamo i pavimenti coi tappeti
un tappeto è il nostro riconoscimento.

Dorme un poco del mio sonno il mio bambino
rincalzo le coperte nella cassetta della frutta
la sua culla, il mio armadio.

È qui che tengo il pane, le monete per la nave
e la collana di mia madre – perché un giorno
io abbia una finestra, dietro la quale indossarla
a una figlia.

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Approfondimenti - La femme est naturelle. Il piacere e il male nella donna di Baudelaire Di Rita Pacilio In 2013, Agosto - Ottobre, Anno VII - Numero 3, Rimirando, Sommario l'EstroVerso / 5 agosto 2013

Baudelaire per anni ha concentrato nella figura femminile l’eros e il palpito spirituale, considerando la carnalità come la ricchezza di emozioni e di forme di bellezza che non sono solo stimoli per il raggiungimento del piacere, ma una spiritualizzazione della natura ambigua, fertile, aggraziata e contraddittoria. Nell’essenza femminile si sintetizzano luce e gioia, mistero e delicatezza, sensualità e perversione e tutto ciò che è complementare e/o in contrapposizione al maschio. Forse questo è il motivo per cui, nei suoi ultimi scritti, deluso dal sentimento amoroso, descrive con amarezza l’amore come un misero ‘besoin de sortir de soi’ come a volerlo definire un atto freddo e istintivo proprio della prostituzione. Eppure è l’amore per la sua donna che gli ha permesso di elaborare e superare il Tempo e la Morte riscattandola dalla ‘promesse de bonheur’ nonostante le innumerevoli smentite in cui ‘la femme est naturelle, c’est-à-dire abominable’. La voluttà diventa una forma consapevole di fare il Male: il sentimento dell’amore prevede sempre un sopruso perché c’è chi subisce e chi agisce come carnefice. Baudelaire cerca di uscire da se stesso e dall’incanto dell’essere femminile: La Mort des amants è l’incarnazione del suo desiderio di spiritualizzare l’amore e con grande veemenza si oppone all’uso del corpo della donna come l’oggetto di sevizie (Une martyre). Si distaccano estasi e spregio perché solo l’artista può essere capace di vedere la donna, contemporaneamente, oscena e affascinante. Les fleurs du mal ricercano l’eternità sentimentale, incarnata nella fraternità altruistica e nella virtù che non ricade mai nella tentazione dei pensieri sensuali. I simbolismi innumerevoli legati ora al sarcasmo, ora al macabro romantico si riprendono e a un tempo si svuotano roteando intorno a descrizioni evocative, erotiche, grottesche, di morte, di innocenza. Così la donna è Le Vampire (donna-satana), oppure La Béatrice (donna-angelo) o una passante (“Un éclair… puis la nuit!  – Fugitive beauté / Dont le regard m’a fait soudainement renaître, / Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?”) o ancora la prostituta a cui non è dato il permesso di entrare in dialogo con Dio perché ‘L’éternelle Vénus est une des formes séduisantes du Diable’.


Le Vampire
Toi qui, comme un coup de couteau,
Dans mon coeur plaintif es entrée;
Toi qui, forte comme un troupeau
De démons, vins, folle et parée,
De mon esprit humilié
Faire ton lit et ton domaine;
– Infâme à qui je suis lié
Comme le forçat à la chaîne,
Comme au jeu le joueur têtu,
Comme à la bouteille l’ivrogne,
Comme aux vermines la charogne
– Maudite, maudite sois-tu!
J’ai prié le glaive rapide
De conquérir ma liberté,
Et j’ai dit au poison perfide
De secourir ma lâcheté.
Hélas! le poison et le glaive
M’ont pris en dédain et m’ont dit:
«Tu n’es pas digne qu’on t’enlève
À ton esclavage maudit,
Imbécile! – de son empire
Si nos efforts te délivraient,
Tes baisers ressusciteraient
Le cadavre de ton vampire!»

Il Vampiro
Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime!
Tu, forte come una torma
di demoni, folle e in ghingheri,
 
sei venuta a fare del mio spirito
umiliato il tuo letto e il tuo regno!
Tu, infame alla quale son legato
come il forzato alla catena,
 
come il testardo giocatore al gioco,
come il beone alla bottiglia,
come la carogna ai vermi!
Maledetta! Maledetta!
 
Ho pregato la spada rapida
di conquistare la mia libertà;
ho detto al perfido veleno
di soccorrere me vile;
 
macché! Il veleno e la spada
con disprezzo mi hanno detto:
«Sei indegno di essere strappato
alla tua maledetta schiavitù,
 
imbecille! Se pure i nostri sforzi
ti liberassero da quel dominio,
tu stesso coi tuoi baci resusciteresti
il cadavere del tuo Vampiro!»
 
(traduzione di Claudio Rendina)
 
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Recensione - Rita Pacilio su Gianmario Lucini - Canto dei bambini perduti – CFR Edizioni, 2013 (disegni di Giacomo Cuttone)

Canto dei bambini perduti di Gianmario Lucini è una nenia d’amore infinita in cui i lettori/spettatori partecipano a un prolungato raggio di vita e di morte in tutte le dinamiche sociali e intellettuali che il poeta sa, con ebbrezza elastica ed empatica, evidenziare nei molteplici drammi umani: la disperazione e lo scandalo del sopruso, il silenzio del dolore impietoso della perdita, lo sgomento cosmico di fronte alla torturata coscienza etica sempre in crisi e in bilico rispetto al nichilismo del sistema. Lucini mette in scena il rimosso, le condizioni estreme, le ombre adornate del lutto che prendono voce, musica, movenze e silenzi: i personaggi acquisiscono volti, nomi, sembianze che, l’esperienza visionaria di Giacomo Cuttone, sgola e tocca, incarnando e attestando, sia i personaggi concettuali che quelli emozionali. I bambini perduti ritornano in tutto il loro simbolismo sovrabbondando in modo quasi esilarante; corpi che in qualche modo hanno bisogno di gridare e invocare, mettere in ansia, sussurrare, ma, soprattutto, ricordare la bellezza della loro semplicità ( Una terribile bellezza è nata – William Butler Yeats), la loro fiducia estrema con cui sono stati immediati e presenti in questo mondo. Ci sono appartenuti così, terribilmente intensi e luminosi, senza interferenze o filtri. Adesso, in questa sceneggiatura teatrale, ossuta e a volte gonfia di tormento, terribilmente grigia (G. Cuttone disegna in bianco e nero) l’autore ci pone di fronte a mille domande, a mille cantilene. Siamo riallacciati alla traccia, alla parte che viene lesa, negata: capirne i meccanismi perversi, le sostanze intime, la malattia sociale originaria, il perché della formazione familiare marcia, far riemergere la struttura primaria, risalire al detto, al non detto, al ridetto, ricostruire la parte, rimettere in scena i dialoghi, le paure, le forme postume. Gli equilibri sono precari, i miracoli non avvengono, le preghiere assumono forme laiche, emorragiche, diventano denunce/rinunce. Il mondo non è più apparenza, ma forza autoriflessiva, visibilità, scoperta della luminosità e del buio su cui si muove l’impresa dell’incorporeo nel corporeo. È un dono fertile: la poesia si veste di umanità, vuole superare la spoliazione della tragicità nel suo profondo, in modo estremo e autentico, riemergendo dalla stessa eco, dalla stessa vita, dal sorriso compiuto di un bambino, dall’armonia che la sua bellezza ci insegna. (rita pacilio)
Poesia del cuore minuscolo
Ho un cuore minuscolo e mondi
sbozzati appena e mani
di cielo e sogni

ancora antelucani;

non mi vedesti, mai, trasfigurare
impercettibile segno e luce
mai, nel pudore di Dio
che nel sorriso dell'alba mi avvolgeva?


Io sono l'arancia selvatica
che splende sul ramo più alto
e tu non la vedi.


Sono un piccolo nome che si affaccia
al solstizio dell'estate ed eco
dell'Eden perduto.


Dove sono i tuoi occhi?
Dove sta la tua bocca?
In quella profonda voragine
fruga l’avidità delle tue mani?

stacco musicale di qualche secondo


Sono l’arancia più rossa
che brilla nel sole del tramonto
quel raggio di sole sul ramo più alto
e tu, occhio morto e respiro di pietra,
neppure la vedi...
                    voce in calando negli ultimi due versi, la musica aumenta e prosegue per circa un minuto

[...]
Recitativo secondo

(Schermo spento. Senza musica)


La domanda non sarà: “chi ha fatto questo?” ma, piuttosto, “perché tutto questo accade?”
Questa è la domanda, perché ognuno di noi, anche chi vi parla, in qualche modo è correo di un male. La società non si divide in buoni e cattivi: questa visione è manichea, cattiva letteratura, deformazione percettiva causata dalla paura di un contagio morale, di una insanità mentale che ci fa dire ad alta voce “il bene siamo noi, il male sono gli altri!”.

Tutti, in diversa misura,
siamo infatti buoni, cattivi,
distratti, insensibili, diffidenti
dell’innocenza, del suo candore,
della sua forza aurorale.
Ci è aliena la sua Poesia, o forse
è terrore soltanto, il nostro,
di ritrovare l’essere autentico
che potevamo essere e non siamo.


stacco musicale di qualche secondo, poi la musica cessa di nuovo


Perché tutto questo accade? questa è la domanda.
E, prima ancora, che cosa significano per noi queste vite
che scompaiono nel nulla senza lasciare traccia alcuna,
soltanto un nome, un’eco, la grazia

Schermo:
Scorrono titoli di giornali attinenti il tema della scomparsa di bambini
sbiadita di un’immagine, un sorriso?

Che cos’hanno da dire queste vite alle nostre
vite di anni colme e di oggetti,
di stanchi sentimenti e corrispondenze,
a noi che crediamo di essere pienamente
ed esse che lo sono e non lo sanno?


Intervento musicale di qualche secondo e poi la musica prosegue


Li vediamo ogni giorno, i bambini. Li scrutiamo dall’alto di un giudizio. Li diciamo imperfezione che si evolve, piccoli esseri tesi al futuro, desiderosi di futuro, di elevarsi alla pienezza del futuro, aiutati da noi, verso la perfetta felice adultità di uomini e donne, madre e padri, operai e operaie, sfruttatori e sfruttati,
piccoli esseri che avranno sulle spalle la cura del mondo e che si preparano, imparando quello che si deve imparare

o a “fare la cosa giusta” come si dice nei film americani.
Li consideriamo casseforti da riempire di norme, visioni della vita, idee, ideali, valori, conoscenza, rispetto per l’autorità più o meno legalmente costituita, anche se frivola, immorale, corrotta, persino sanguinaria... Imperfezione che tende a perfezione
- e la perfezione saremmo noi,
con la nostra saggezza fatta in casa, il buonsenso dei nostri schemi pelosi, rodati e validati da secoli di esistenze clonate, guidati da pensieri clonati che crediamo nostri, dalla nostra gaia scienza artigianale della vita, costruita su pochi frantumi di esperienza.

stacco musicale di qualche secondo


Non ci sovviene neppure per un attimo che essi potrebbero invece insegnarci molte verità, che essi sono un simbolo, sono la metafora di ogni cosa bella e perfetta che nasce perfetta dalla natura

stacco musicale di qualche secondo e poi senza musica


E quando essi se ne vanno
è come se accadesse un vuoto,
una bolla di nulla dentro la coscienza,
un lutto che non sappiamo elaborare:
fingiamo di capire ma non sappiamo interpretare.

Riprende la musica, da sola per qualche secondo e prosegue


Ed essi non sono più con noi perché si sono fidati noi, fidando che sono al mondo per essere protetti, che il mondo è meraviglioso e una grande avventura. È così che se ne vanno.
Sappiamo che essi sopportano ogni orrore senza mai perdere la speranza, e questo consola la nostra ipocrisia.
Sappiamo che non tentano di immaginare l’ignoto, il nulla, perché il nulla, per loro, è semplicemente ciò che ancora non conoscono, che non hanno ancora esplorato, ciò a cui devono ancora dare senso con un’avventura, una storia, uno stupore... 

Pausa musicale di 1 minuto


* Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia:A futura memoria, Il disgusto, Monologo del dittatore, Ballata avvelenata,Sapienziali, Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni,Krisis, Per il bosco
* Per la saggistica: Editore impostore,Ipotesi sulla nascita della poesia, Cattivo maestro libro


http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/686-Gianmario-Lucini-Canto-dei-bambini-perduti,-nota-di-Rita-Pacilio.html 

Approfondimenti - Arte, misticismo e psicologia della percezione Di Rita Pacilio per EstroVerso In Cultura / 13 giugno 2013

Mondrian scriveva che bisogna guardare oltre l’apparenza delle cose concrete e materiche per poter vedere le forme universali. È compito dell’Artista dipingere le proporzioni universali perché in questo modo l’anima può tenersi viva ed elevata. Il tentativo è quello di astrarsi dal reale per far emergere la spiritualità di cui il mondo è intriso. Kandinsky considerava un’opera d’arte tutto ciò che suscita un’esperienza interiore delle leggi cosmiche. Anche se la psicologia, nel suo corso scientifico, non ha mai fatto riferimento al misticismo, alla morte di Wertheimer, suo figlio dichiarò che il padre considerava la teoria della Gestalt non solo come teoria della percezione, ma una religione onnicomprensiva. Infatti, Wertheimer era molto interessato alla filosofia orientale e alla mistica basando le sue idee sulla convinzione che il cosmo fosse percettibile, coerente e che le forme mistiche si potessero rivelare nei fenomeni visibili.
I neurologi o gli informatici si occupano, negli studi psicologici, della costruzione dei modelli e delle simulazioni digitali, ma non analizzano in che modo avvengono le percezioni di queste composizioni. Mentre lo psicologo si chiede se la percezione avviene in modo emozionante o in tensione, il neurologo si preoccupa di prendere in considerazione il sistema modulare con cui il cervello incamera le informazioni. È per questo motivo che gli psicologi sperimentali hanno instaurato un rapporto di ispirazione reciproca con l’Arte figurativa che si distacca dalla tradizione rinascimentale. Gli esperimenti sulla percezione della profondità spinsero gli Artisti a rifarsi alla figura-sfondo e alla sovrapposizione e unificazione dei piani. Molti Artisti astratti non riproducono, quindi, il reale secondo un’arte pittorica più naturalisticamente possibile, ma come Klee dichiara in modo efficace L’arte non riproduce il mondo visibile, ma lo rende visibile. La fenomenologia e la psicologia lavorano in parallelo con l’Arte astratta: palesare, attraverso gli esperimenti, le caratteristiche universali della realtà visibile. Mondrian, Klee, Kandinsky avevano in mente la visione pura.


Approfondimenti - 'La malattia ci fa smarrire l'anima?' a cura di Rita Pacilio ( Di Rita Pacilio EstroVerso In Cultura, Società / 28 aprile 2013 )

La malattia, così come è considerata dai Senoi della giungla malese, è una ‘perdita dell’anima’. Lo sciamano, psicoterapeuta preistorico, ha la capacità di recuperare l’anima e di reinserirla nel corpo. Una cultura, quest’ultima, legata ai sogni, all’interesse di curare gli uomini attraverso un ‘ponte’ con la spiritualità benevola. Nella giungla si prega cantando, si emettono suoni, vibrano luci e corde di strumenti: si invoca lo spirito positivo per chiedere la sua protezione e l’aiuto per ricercare, in un ‘altrove’, l’anima smarrita, persa, fuggita dal corpo che si ammala, che non ha più voglia di vivere. La fragilità che ci rende ‘malati dentro’ risale alle forze contrarie che si mettono in azione quando siamo esposti alle energie negative/malefiche. Il male ci viene dagli altri e siamo noi a permettergli di manifestarsi e distruggerci. Ecco: siamo noi gli artefici del vuoto interiore che non sappiamo riempire o che forse non vogliamo colmare mai. Nel nostro mondo interiore abbiamo posizionato le ‘cose dietro il mondo’: lì entriamo in battaglia con i persecutori, in modo energico, sopravvalutandone la potenza invasiva. Queste forze disgreganti possono essere suadenti o aggressive: intanto la nostra ‘anima perduta’ o ‘ferita’ freme per ritornare a noi, per soccorrerci. Essere riconosciuti è l’attenzione che vorremmo, noi in primis, saper dare a noi stessi. La ricerchiamo negli altri, invece, per tradurre la lotta tra la Luce e il Buio, tra l’Esistenza e la Morte che ci tiene in pugno in modo costante, in modo persuasivo. Lo scavo nelle disarmonie inattese e vigliacche della nostra infanzia/adolescenza, vigliacche perché si sono insinuate in noi quando non avevamo gli strumenti adeguati alla lotta, potrebbe svelarci argomentazioni di giustificazione così da distruggere, definitivamente, lo ‘spirito negativo’ che cautamente si sofferma in noi e ci trasforma. Eppure abbiamo a disposizione una Fede o Speranza incrollabile nella Vita che insegna al corpo il ‘dolore muto’ e a noi a trovare equilibrio, maturità, superamento del ‘buco’ dentro. La salvezza è nell’ ‘azzurro elementare’, nelle piccole e splendide vocazioni all’amore, all’amore delle cose, ai momenti che stupiscono?


Intervista - Rita Pacilio si racconta a L'EstroVerso (13 marzo 2013)





Potrei ricondurre la mia struggente voglia di conoscere anche l’inconoscibile e il mio grande desiderio di catturare l’effimero, che spesso è pervaso da un destino illusorio e di apparente splendore, che mi porta a impiegare il mio tempo in modo frenetico, a molti motti latini come Carpe diem, Nulla dies sine linea. La gioia di procedere nella crescita culturale come sociologo, poeta, scrittrice, musicista nasce dalla esigenza incalzante di superare i miei limiti, di amplificare le mie idee del mondo. Ho necessità di avere confronti continui con l’esterno, che irreparabilmente muta, per essere pronta verso la proiezione del futuro, che inevitabilmente trasforma le cose. La mia formazione, psicosociologica, mi spinge ad avere visioni empatiche degli altri esseri viventi: sono attratta quasi inconsapevolmente da scene spossate e in tensione verso sfumature sempre più in bilico e dolorose, estreme. L’orfanità, il dolore, l’abbandono, il corpo ferito dall’imperfezione, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale sono i temi dominanti attraverso cui passa la mia parola che spesso, attraverso la metafora espressionistica e surreale, denuncia la tragicità del reale. Parlo della vita e della morte, della coscienza e della fragilità del mondo, della carne e dello spirito, dell’inizio di noi stessi e del ritorno alla contraddizione che siamo utilizzando la parola poetica come l’urlo e la denuncia a non declinare il mondo secondo gli stereotipi. È un libro che mi è costato uno scavo interiore. Ho denudato la mia rintracciabile fisicità per allinearmi allo schema dello sdoppiamento mentale e di coscienza al fine di poter osservare, con il terzo occhio, la libertà del vagabondare plurimo e legittimo della mente umana di fronte allo straordinario e difficile mondo dell’incoscienza. Ho incontrato nel mio peregrinare il lago di Nemi, un lago vulcanico, con cui mi sono identificata per la profondità tenebrosa ed evocativa che la sua immagine suscita a me e a molti visitatori. Le strade limitrofe con le prostitute giovanissime di colore, che delineano l’imperfezione sociale, hanno rappresentato il primo contatto con cui la mia persona si è trasformata in un viaggiatore solitario ed eterogeneo. Sono nata a Benevento nell’estate del 1963, quasi cinquanta anni fa e sono la terza di sei figli. Ho imparato a utilizzare la poesia come unico rifugio per proteggermi dalle difficoltà che la vita mi ha riservato. Il senso di solitudine e di separazione, insorto a soli nove anni, dopo la morte prematura di mio padre e alla malattia di mio fratello, hanno abitato da sempre la mia scrittura poetica, seguita e presto invogliata dalla mia maestra delle scuole elementari che mi ha guidata, nei primissimi anni del mio percorso culturale, verso le letture di Ada Negri e Aldo Palazzeschi. Gli incontri importanti, per la mia crescita nella conoscenza e poi nella scrittura, sono avvenuti grazie ai libri che ritengo restino la manifestazione più propositiva per l’apprendimento istantaneo capace di avere prolungamenti spaziotemporali e germinativi. Oggi è molto complicato fare poesia. Lo stile “creative writing” proposto dalla poesia americana ha portato la scrittura verso uno stile scevro da forme retoriche utilizzando l’andare ‘a capo’ e l’assenza di punteggiatura o la sospensione della spaziatura del foglio, come una nuova forma di fare poesia. La legittimazione, da parte della critica moderna, a ‘fare poesia’ in questi termini, ha incrementato la nascita di nuove Case Editrici, di laboratori di scrittura creativa e di salotti letterari utili a diffonderne la produzione senza dare valore al vero talento letterario che si disperde nel caos dei cataloghi. Il momento di crisi economica, nazionale e mondiale, ha avuto una forte ripercussione sul mercato editoriale e di conseguenza coloro che sono stati pubblicati, naturalmente a pagamento, si sono sentiti, a pieno diritto, poeti e non autori: credo che qui, nei due termini, ci sia la grande e sostanziale differenza. Il Poeta, quello con la P maiuscola, oggi, come sempre, ha il compito di educare gli esseri umani alla rivelazione dell’essenza del possibile. La poesia deve avere il compito fondamentale di comunicare, come cassa di risonanza, che il codice simbolico del mondo è un lascito di un varco creativo e benefico delle vicende umane che universalmente riguardano le singole esistenze. La poesia nasce dalla realtà per poi disgiungersene in modo semplice, quasi come per creare una seconda coscienza, per erigere una distanza che discenda dalle cose stesse. Il poeta deve essere visionario e attento conoscitore degli innesti inquieti che, implacabile, la vita riproduce con spontaneità, senza debolezza. Per me la poesia resta motivo di introspezione del mondo. L’uomo deve tendere al senso più profondo e sfuggente della vitalità e della morte delle cose per entrare nel mistero del cosmo, in sintonia con l’altro da sé e bisogna ricostruire in noi emozioni meno ciniche da comunicare al TU – MONDO. Sono convinta che ogni emozione galleggia nelle vene del nostro corpo: siamo un corpo fatto di sentiti. L’anima, quindi, ci parla attraverso le sensazioni fisiche permettendoci di conoscere il ‘valore adattivo’ di noi stessi nella immediata percezione del sentimento come sentito e come vissuto concretamente.
Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.
Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà
pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.
Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio
peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi
affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.
 
***

Il primo atto rende muta l’anima
lembo senza sonno falciato dal nulla
lascia ritornelli tra fili di ulivo
ad ogni ora raschia la raganella.
Sale con cura l’azzurro elementare
ti aspetta davanti al cancello
espandendosi come sterile lago
emergono occhi di piogge rifratte.
Non è possibile fermarsi a cena
alle sette il sonno li seleziona
diventano un ronfo lucidato
pochi volatili virano a cerchio.
Sul pavimento cadono strani odori
nel cestino non c’è carta ma lingue
sparite regole, maschere e lacci
l’ossigeno di notte non fa vento.
Sono loro quella composta di cose
che ha intristito la vita ai giusti
il falco pallido sul collo
costole che non erano previste.
Loro sono lì, nel posto più lontano della solitudine.

***

Verso nord-ovest aumenta la scogliera
si arrampicano le acque
dove si posa la clemenza
le alghe consegnano umori tra dita.
Convulsi baci a pieni polmoni
all’abisso che rimane tra i denti.
I folli hanno labbra di rosa vermiglio
ginocchia conficcate nella gola
quelli del primo piano chiedono l’ora
collezionano dossi per l’inverno.
Scrivono sui marmi con il trucco
e sbavano meduse sul mento
quelli del secondo piano tremano
il morbo che cresce nell’addio.

***

Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite
è latente lo scontento sulle spalle.
Gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.
Io mi trovo qui dove non si torna indietro.

***

La spalla è soglia di disordine
spazio devastato da piccole grida
cadono a mille petali e cespugli
nella gabbia vuota delle ossa.
I palmi sudici rubano erba
all’alba pettinano oche nere
si prolunga l’impasto degli odori
le fronti sembrano piume insidiose.
L’intervallo gonfia il labbro chiuso
è un coltello che segna la fessura
a nessuno piace la camicia di forza
nemmeno a chi è un lurido pazzo.
Nei sotterranei dormono larve
il collo e il fumo con la terra sotto
la gara, il gioco e il suo contrario
esce dagli occhi lo schermo gigante.
La Madonna nel ritratto è tranquilla
è la madre delle madri che stanno
nel sottoscala la voce di Alfonso
mi entra nella mano tutta intera.
(con due cipolle che porta al collo).

***

I suoi amici hanno le ali sotto
la maglietta
alcuni hanno la testa nei sotterranei
e con le mani consegnano fogne
come fossero baci convulsi
abbracci miti, girano
la lingua di un sorriso, implorano
risposte alla sorte e alla pietà.
Hanno un amore negli occhi
un presentimento di attesa
una polvere pronta a sparare
una febbre.
Noi dispiaciuti li guardiamo enigma senza soluzione.

 Rita Pacilio è nata a Benevento. Sociologo, autore in poesia, scrittore, collaboratore letterario si occupa di poesia, critica letteraria e di Vocal jazz. Pubblicazioni: * “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; Edizioni Scientifiche Italiane – Prefazione Felice Casucci - anno 2003 *. “Tu che mi nutri di Amore Immenso” Silloge Sacra Nicola Calabria Editore (Patti, ME) Prefazione Padre Domenico Tirone settembre 2005 *. “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare” Nicola Calabria Editore (Patti, ME) Prefazione Felice Casucci settembre 2005 *. “Ciliegio Forestiero” LietoColle collana Erato maggio 2006 *. “Tra sbarre di tulipani” LietoColle collana Aretusa giugno 2008 *. “Alle lumache di aprile” LietoColle collana Aretusa giugno 2010 prefazione A. Rigamonti e postfazione G. Linguaglossa *. “Di ala in ala” (Pacilio – Moica) LietoColle collana Aretusa febbraio 2011 Prefazione Dante Maffia.*. “Non camminare scalzo” Edilet Edilazio Letteraria – Prosa poetica - Prefazione Raffaello Utzeri e nota critica Giorgio Linguaglossa 2011 *. “Gli imperfetti sono gente bizzarra” La Vita Felice 2012 – Prefazione Davide Rondoni. Discografia: ‘Infedele’ Splasc(h)Records.
Web site: www.ritapacilio.com - email: ritapacilio@gmail.com

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