L’uomo
è reduce da vendette, guerre, lacerazioni che hanno afflitto e
degradato geografie e storie. Gli orizzonti culturali, tratteggiati di
rinascita e ricostruzioni, hanno avuto, nel tempo, il proprio riscatto
avvalendosi della potenza del creare. Per il poeta che utilizza la creanza letteraria per
osservare e narrare le cose del mondo, l’umanità deturpata e
oltraggiata, è un macigno pesantissimo. La necessità riparte dalle
immagini della purezza del primo neorealismo per smagliare le trame del
dolore violento, inferto, spesso celato, non visibile. Prima di un
movimento dinamico verso il mutamento sociale la poesia si scontra con
il marcio dei mondi plurimi visibili e invisibili, con la materia degli
elementi, con le opposizioni di chi subisce e prova sofferenza, con i
carnefici/vittime o con le vittime/carnefici. Ecco la vedovanza del
mondo denunciata da Paola Turroni (Il mondo è vedovo – Carta
Bianca 2010), una solitudine memorizzata da eventi funesti della storia,
intrisa di incomprensioni tra gli esseri umani incapaci di sopravvivere
alla condizione del proprio isolamento esistenziale moderno. Il
simbolismo della parola, utilizzato dall’autrice, in forma vigorosa e
compiuta, metricamente scandita in afflati ritmici più che in figure
retoriche sancite, oltrepassa i limiti della filosofia della
conservazione e si articola in principali cori che si muovono in
un percorso psico-sociologico operando un nuovo itinerario tra mondo e
essere umano. La poesia orfana si affida alle proprietà della vita
quotidiana capaci di conservare reminiscenze di fragilità e
conflittualità dei rapporti interpersonali distintivi di un’epoca
documentabile così da codificare un altro ineluttabile reale possibile.
Il discorso poetico di Paola Turroni non è strutturato su logiche di
ripristino delle convenzioni probabili, come interpretazioni figurate
della condizione universale, ma sul potente raffronto del senso comune
tra il significante e il significato concettuale/semantico
dell’essenziale presente. La vita e la morte si danno la pariglia nella
prospettiva di un tempo materico che muta, sfugge e che passa scandendo
l’instabilità della visione dei vissuti umani e determinando il livello
di cambiamento intenzionale. Le forme robuste ed espressive della bontà
di questa poesia scavalcano le allegorie stigmatizzate dall’esperienza
ragionata del discorso letterario contemporaneo ed esplodono in una
dissoluzione della maschera intesa come schermo/filtro del reale.
I versi seguono la linea della corrispondenza dei fatti dimostrando che
si può scrivere in modo lirico sia per esorcizzare che per esplorare,
per rappresentare vie parallele e per disdegnare le acrobazie umane.
Qualcuno di voi sa cosa vuol dire
abitare un tappeto?
Il mio tappeto mi assomiglia – vedete?
I colori della mia gonna
conservo nel colore la mia terra.
Un viaggio siamo diventati,
con i divieti addosso, tenuti stretti
come un riconoscimento.
Un castigo di confini è diventata
la mia terra.
Nelle stazioni e negli alberghi abbandonati
dividiamo i pavimenti coi tappeti
un tappeto è il nostro riconoscimento.
Dorme un poco del mio sonno il mio bambino
rincalzo le coperte nella cassetta della frutta
la sua culla, il mio armadio.
È qui che tengo il pane, le monete per la nave
e la collana di mia madre – perché un giorno
io abbia una finestra, dietro la quale indossarla
a una figlia.
http://www.lestroverso.it/?p=1768
Approfondimenti - La femme est naturelle. Il piacere e il male nella donna di Baudelaire Di Rita Pacilio In 2013, Agosto - Ottobre, Anno VII - Numero 3, Rimirando, Sommario l'EstroVerso / 5 agosto 2013
Baudelaire
per anni ha concentrato nella figura femminile l’eros e il palpito
spirituale, considerando la carnalità come la ricchezza di emozioni e di
forme di bellezza che non sono solo stimoli per il raggiungimento del
piacere, ma una spiritualizzazione della natura ambigua, fertile,
aggraziata e contraddittoria. Nell’essenza femminile si sintetizzano
luce e gioia, mistero e delicatezza, sensualità e perversione e tutto
ciò che è complementare e/o in contrapposizione al maschio. Forse questo
è il motivo per cui, nei suoi ultimi scritti, deluso dal sentimento
amoroso, descrive con amarezza l’amore come un misero ‘besoin de sortir de soi’
come a volerlo definire un atto freddo e istintivo proprio della
prostituzione. Eppure è l’amore per la sua donna che gli ha permesso di
elaborare e superare il Tempo e la Morte riscattandola dalla ‘promesse de bonheur’ nonostante le innumerevoli smentite in cui ‘la femme est naturelle, c’est-à-dire abominable’. La
voluttà diventa una forma consapevole di fare il Male: il sentimento
dell’amore prevede sempre un sopruso perché c’è chi subisce e chi agisce
come carnefice. Baudelaire cerca di uscire da se stesso e dall’incanto
dell’essere femminile: La Mort des amants è l’incarnazione del
suo desiderio di spiritualizzare l’amore e con grande veemenza si oppone
all’uso del corpo della donna come l’oggetto di sevizie (Une martyre).
Si distaccano estasi e spregio perché solo l’artista può essere capace
di vedere la donna, contemporaneamente, oscena e affascinante. Les fleurs du mal
ricercano l’eternità sentimentale, incarnata nella fraternità
altruistica e nella virtù che non ricade mai nella tentazione dei
pensieri sensuali. I simbolismi innumerevoli legati ora al sarcasmo, ora
al macabro romantico si riprendono e a un tempo si svuotano roteando
intorno a descrizioni evocative, erotiche, grottesche, di morte, di
innocenza. Così la donna è Le Vampire (donna-satana), oppure La Béatrice (donna-angelo) o una passante (“Un éclair… puis la nuit! – Fugitive
beauté / Dont le regard m’a fait soudainement renaître, / Ne te
verrai-je plus que dans l’éternité?”) o ancora la prostituta a cui non è
dato il permesso di entrare in dialogo con Dio perché ‘L’éternelle Vénus est une des formes séduisantes du Diable’.
Le Vampire
Toi qui, comme un coup de couteau,
Dans mon coeur plaintif es entrée;
Toi qui, forte comme un troupeau
De démons, vins, folle et parée,
De mon esprit humilié
Faire ton lit et ton domaine;
– Infâme à qui je suis lié
Comme le forçat à la chaîne,
Comme au jeu le joueur têtu,
Comme à la bouteille l’ivrogne,
Comme aux vermines la charogne
– Maudite, maudite sois-tu!
J’ai prié le glaive rapide
De conquérir ma liberté,
Et j’ai dit au poison perfide
De secourir ma lâcheté.
Hélas! le poison et le glaive
M’ont pris en dédain et m’ont dit:
«Tu n’es pas digne qu’on t’enlève
À ton esclavage maudit,
Imbécile! – de son empire
Si nos efforts te délivraient,
Tes baisers ressusciteraient
Le cadavre de ton vampire!»
Il Vampiro
Tu, come lama di coltello
sei entrata nel mio cuore in lacrime! Tu, forte come una torma di demoni, folle e in ghingheri, sei venuta a fare del mio spirito umiliato il tuo letto e il tuo regno! Tu, infame alla quale son legato come il forzato alla catena, come il testardo giocatore al gioco, come il beone alla bottiglia, come la carogna ai vermi! Maledetta! Maledetta! Ho pregato la spada rapida di conquistare la mia libertà; ho detto al perfido veleno di soccorrere me vile; macché! Il veleno e la spada con disprezzo mi hanno detto: «Sei indegno di essere strappato alla tua maledetta schiavitù, imbecille! Se pure i nostri sforzi ti liberassero da quel dominio, tu stesso coi tuoi baci resusciteresti il cadavere del tuo Vampiro!» (traduzione di Claudio Rendina) http://www.lestroverso.it/?p=3964
Recensione - Rita Pacilio su Gianmario Lucini - Canto dei bambini perduti – CFR Edizioni, 2013 (disegni di Giacomo Cuttone)
Canto dei bambini perduti
di Gianmario Lucini è una nenia d’amore infinita in cui i lettori/spettatori partecipano a un prolungato raggio di vita e
di morte in tutte le dinamiche
sociali e intellettuali che il poeta sa, con ebbrezza elastica ed
empatica, evidenziare nei molteplici drammi umani: la disperazione e lo
scandalo del
sopruso, il silenzio del dolore impietoso della perdita, lo sgomento
cosmico di fronte alla torturata coscienza etica sempre in crisi e in
bilico rispetto
al nichilismo del sistema. Lucini mette in scena il rimosso, le
condizioni estreme, le ombre adornate del lutto che prendono voce,
musica, movenze e
silenzi: i personaggi acquisiscono volti, nomi, sembianze che,
l’esperienza visionaria di Giacomo Cuttone, sgola e tocca, incarnando e
attestando, sia i
personaggi concettuali che quelli emozionali. I bambini perduti
ritornano in tutto il loro simbolismo sovrabbondando in modo quasi
esilarante;
corpi che in qualche modo hanno bisogno di gridare e invocare, mettere
in ansia, sussurrare, ma, soprattutto, ricordare la bellezza della loro
semplicità ( Una terribile bellezza è nata – William Butler
Yeats), la loro fiducia estrema con cui sono stati immediati e presenti
in questo mondo. Ci sono
appartenuti così, terribilmente intensi e luminosi, senza
interferenze o filtri. Adesso, in questa sceneggiatura teatrale, ossuta e
a volte gonfia di
tormento, terribilmente grigia (G. Cuttone disegna in bianco e nero)
l’autore ci pone di fronte a mille domande, a mille cantilene. Siamo
riallacciati alla
traccia, alla parte che viene lesa, negata: capirne i meccanismi
perversi, le sostanze intime, la malattia sociale originaria, il perché
della formazione
familiare marcia, far riemergere la struttura primaria, risalire al
detto, al non detto, al ridetto, ricostruire la parte, rimettere in
scena i dialoghi,
le paure, le forme postume. Gli equilibri sono precari, i miracoli
non avvengono, le preghiere assumono forme laiche, emorragiche,
diventano
denunce/rinunce. Il mondo non è più apparenza, ma forza
autoriflessiva, visibilità, scoperta della luminosità e del buio su cui
si muove l’impresa
dell’incorporeo nel corporeo. È un dono fertile: la poesia si veste
di umanità, vuole superare la spoliazione della tragicità nel suo
profondo, in modo
estremo e autentico, riemergendo dalla stessa eco, dalla stessa vita,
dal sorriso compiuto di un bambino, dall’armonia che la sua bellezza ci
insegna. (rita pacilio)
Poesia del cuore minuscolo Ho un cuore minuscolo e mondi
sbozzati appena e mani
di cielo e sogni
ancora antelucani;
non mi vedesti, mai, trasfigurare
impercettibile segno e luce
mai, nel pudore di Dio
che nel sorriso dell'alba mi avvolgeva?
Io sono l'arancia selvatica
che splende sul ramo più alto
e tu non la vedi.
Sono un piccolo nome che si affaccia
al solstizio dell'estate ed eco
dell'Eden perduto.
Dove sono i tuoi occhi?
Dove sta la tua bocca?
In quella profonda voragine
fruga l’avidità delle tue mani?
stacco musicale di qualche secondo
Sono l’arancia più rossa
che brilla nel sole del tramonto
quel raggio di sole sul ramo più alto
e tu, occhio morto e respiro di pietra,
neppure la vedi...
voce in calando negli ultimi due versi, la musica aumenta e prosegue per circa un minuto
[...]
Recitativo secondo
(Schermo spento. Senza musica)
La domanda non sarà: “chi ha fatto questo?” ma, piuttosto, “perché tutto questo accade?”
Questa è la domanda, perché ognuno di noi, anche chi vi parla, in qualche modo è correo di un male. La società non si divide in buoni e cattivi: questa visione è manichea, cattiva letteratura, deformazione percettiva causata dalla paura di un contagio morale, di una insanità mentale che ci fa dire ad alta voce “il bene siamo noi, il male sono gli altri!”.
Tutti, in diversa misura,
siamo infatti buoni, cattivi,
distratti, insensibili, diffidenti
dell’innocenza, del suo candore,
della sua forza aurorale.
Ci è aliena la sua Poesia, o forse
è terrore soltanto, il nostro,
di ritrovare l’essere autentico
che potevamo essere e non siamo.
stacco musicale di qualche secondo, poi la musica cessa di nuovo
Perché tutto questo accade? questa è la domanda.
E, prima ancora, che cosa significano per noi queste vite
che scompaiono nel nulla senza lasciare traccia alcuna,
soltanto un nome, un’eco, la grazia
Schermo:sbiadita di un’immagine, un sorriso?
Scorrono titoli di giornali attinenti il tema della scomparsa di bambini
Che cos’hanno da dire queste vite alle nostre
vite di anni colme e di oggetti,
di stanchi sentimenti e corrispondenze,
a noi che crediamo di essere pienamente
ed esse che lo sono e non lo sanno?
Intervento musicale di qualche secondo e poi la musica prosegue
Li vediamo ogni giorno, i bambini. Li scrutiamo dall’alto di un giudizio. Li diciamo imperfezione che si evolve, piccoli esseri tesi al futuro, desiderosi di futuro, di elevarsi alla pienezza del futuro, aiutati da noi, verso la perfetta felice adultità di uomini e donne, madre e padri, operai e operaie, sfruttatori e sfruttati,
piccoli esseri che avranno sulle spalle la cura del mondo e che si preparano, imparando quello che si deve imparare
o a “fare la cosa giusta” come si dice nei film americani.Li consideriamo casseforti da riempire di norme, visioni della vita, idee, ideali, valori, conoscenza, rispetto per l’autorità più o meno legalmente costituita, anche se frivola, immorale, corrotta, persino sanguinaria... Imperfezione che tende a perfezione
- e la perfezione saremmo noi,
con la nostra saggezza fatta in casa, il buonsenso dei nostri schemi pelosi, rodati e validati da secoli di esistenze clonate, guidati da pensieri clonati che crediamo nostri, dalla nostra gaia scienza artigianale della vita, costruita su pochi frantumi di esperienza.
stacco musicale di qualche secondo
Non ci sovviene neppure per un attimo che essi potrebbero invece insegnarci molte verità, che essi sono un simbolo, sono la metafora di ogni cosa bella e perfetta che nasce perfetta dalla natura
stacco musicale di qualche secondo e poi senza musica
E quando essi se ne vanno
è come se accadesse un vuoto,
una bolla di nulla dentro la coscienza,
un lutto che non sappiamo elaborare:
fingiamo di capire ma non sappiamo interpretare.
Riprende la musica, da sola per qualche secondo e prosegue
Ed essi non sono più con noi perché si sono fidati noi, fidando che sono al mondo per essere protetti, che il mondo è meraviglioso e una grande avventura. È così che se ne vanno.
Sappiamo che essi sopportano ogni orrore senza mai perdere la speranza, e questo consola la nostra ipocrisia.
Sappiamo che non tentano di immaginare l’ignoto, il nulla, perché il nulla, per loro, è semplicemente ciò che ancora non conoscono, che non hanno ancora esplorato, ciò a cui devono ancora dare senso con un’avventura, una storia, uno stupore...
Pausa musicale di 1 minuto
* Dello stesso autore, nel catalogo CFR, per la poesia:A futura memoria, Il disgusto, Monologo del dittatore, Ballata avvelenata,Sapienziali, Poemetti del dito, bestiario e altre confessioni,Krisis, Per il bosco
* Per la saggistica: Editore impostore,Ipotesi sulla nascita della poesia, Cattivo maestro libro
http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/686-Gianmario-Lucini-Canto-dei-bambini-perduti,-nota-di-Rita-Pacilio.html
Approfondimenti - Arte, misticismo e psicologia della percezione Di Rita Pacilio per EstroVerso In Cultura / 13 giugno 2013
Mondrian
scriveva che bisogna guardare oltre l’apparenza delle cose concrete e
materiche per poter vedere le forme universali. È compito dell’Artista
dipingere le proporzioni universali perché in questo modo l’anima può
tenersi viva ed elevata. Il tentativo è quello di astrarsi dal reale per
far emergere la spiritualità di cui il mondo è intriso. Kandinsky
considerava un’opera d’arte tutto ciò che suscita un’esperienza interiore delle leggi cosmiche. Anche
se la psicologia, nel suo corso scientifico, non ha mai fatto
riferimento al misticismo, alla morte di Wertheimer, suo figlio dichiarò
che il padre considerava la teoria della Gestalt non solo come teoria
della percezione, ma una religione onnicomprensiva. Infatti, Wertheimer
era molto interessato alla filosofia orientale e alla mistica basando le
sue idee sulla convinzione che il cosmo fosse percettibile, coerente e
che le forme mistiche si potessero rivelare nei fenomeni visibili.
I
neurologi o gli informatici si occupano, negli studi psicologici, della
costruzione dei modelli e delle simulazioni digitali, ma non analizzano
in che modo avvengono le percezioni di queste composizioni. Mentre lo
psicologo si chiede se la percezione avviene in modo emozionante o in
tensione, il neurologo si preoccupa di prendere in considerazione il
sistema modulare con cui il cervello incamera le informazioni. È per
questo motivo che gli psicologi sperimentali hanno instaurato un
rapporto di ispirazione reciproca con l’Arte figurativa che si distacca
dalla tradizione rinascimentale. Gli esperimenti sulla percezione della
profondità spinsero gli Artisti a rifarsi alla figura-sfondo e
alla sovrapposizione e unificazione dei piani. Molti Artisti astratti
non riproducono, quindi, il reale secondo un’arte pittorica più
naturalisticamente possibile, ma come Klee dichiara in modo efficace L’arte non riproduce il mondo visibile, ma lo rende visibile. La
fenomenologia e la psicologia lavorano in parallelo con l’Arte
astratta: palesare, attraverso gli esperimenti, le caratteristiche
universali della realtà visibile. Mondrian, Klee, Kandinsky avevano in
mente la visione pura.
Approfondimenti - 'La malattia ci fa smarrire l'anima?' a cura di Rita Pacilio ( Di Rita Pacilio EstroVerso In Cultura, Società / 28 aprile 2013 )
La malattia, così come è considerata dai Senoi della giungla malese, è una ‘perdita dell’anima’. Lo
sciamano, psicoterapeuta preistorico, ha la capacità di recuperare
l’anima e di reinserirla nel corpo. Una cultura, quest’ultima, legata ai
sogni, all’interesse di curare gli uomini attraverso un ‘ponte’ con la
spiritualità benevola. Nella giungla si prega cantando, si emettono
suoni, vibrano luci e corde di strumenti: si invoca lo spirito positivo
per chiedere la sua protezione e l’aiuto per ricercare, in un ‘altrove’,
l’anima smarrita, persa, fuggita dal corpo che si ammala, che non ha
più voglia di vivere. La fragilità che ci rende ‘malati dentro’ risale
alle forze contrarie che si mettono in azione quando siamo esposti alle
energie negative/malefiche. Il male ci viene dagli altri e siamo noi a
permettergli di manifestarsi e distruggerci. Ecco: siamo noi gli
artefici del vuoto interiore che non sappiamo riempire o che forse non
vogliamo colmare mai. Nel nostro mondo interiore abbiamo posizionato le
‘cose dietro il mondo’: lì entriamo in battaglia con i persecutori, in
modo energico, sopravvalutandone la potenza invasiva. Queste forze
disgreganti possono essere suadenti o aggressive: intanto la nostra
‘anima perduta’ o ‘ferita’ freme per ritornare a noi, per soccorrerci.
Essere riconosciuti è l’attenzione che vorremmo, noi in primis, saper
dare a noi stessi. La ricerchiamo negli altri, invece, per tradurre la
lotta tra la Luce e il Buio, tra l’Esistenza e la Morte che ci tiene in
pugno in modo costante, in modo persuasivo. Lo scavo nelle disarmonie
inattese e vigliacche della nostra infanzia/adolescenza, vigliacche
perché si sono insinuate in noi quando non avevamo gli strumenti
adeguati alla lotta, potrebbe svelarci argomentazioni di giustificazione
così da distruggere, definitivamente, lo ‘spirito negativo’ che
cautamente si sofferma in noi e ci trasforma. Eppure abbiamo a
disposizione una Fede o Speranza incrollabile nella Vita che insegna al
corpo il ‘dolore muto’ e a noi a trovare equilibrio, maturità,
superamento del ‘buco’ dentro. La salvezza è nell’ ‘azzurro elementare’,
nelle piccole e splendide vocazioni all’amore, all’amore delle cose, ai
momenti che stupiscono?
Intervista - Rita Pacilio si racconta a L'EstroVerso (13 marzo 2013)
Potrei ricondurre la mia struggente voglia di conoscere anche l’inconoscibile e il mio grande desiderio di catturare l’effimero, che spesso è pervaso da un destino illusorio e di apparente splendore, che mi porta a impiegare il mio tempo in modo frenetico, a molti motti latini come Carpe diem, Nulla dies sine linea. La gioia di procedere nella crescita culturale come sociologo, poeta, scrittrice, musicista nasce dalla esigenza incalzante di superare i miei limiti, di amplificare le mie idee del mondo. Ho necessità di avere confronti continui con l’esterno, che irreparabilmente muta, per essere pronta verso la proiezione del futuro, che inevitabilmente trasforma le cose. La mia formazione, psicosociologica, mi spinge ad avere visioni empatiche degli altri esseri viventi: sono attratta quasi inconsapevolmente da scene spossate e in tensione verso sfumature sempre più in bilico e dolorose, estreme. L’orfanità, il dolore, l’abbandono, il corpo ferito dall’imperfezione, i sentimenti di angoscia e di solitudine psicologica e sociale sono i temi dominanti attraverso cui passa la mia parola che spesso, attraverso la metafora espressionistica e surreale, denuncia la tragicità del reale. Parlo della vita e della morte, della coscienza e della fragilità del mondo, della carne e dello spirito, dell’inizio di noi stessi e del ritorno alla contraddizione che siamo utilizzando la parola poetica come l’urlo e la denuncia a non declinare il mondo secondo gli stereotipi. È un libro che mi è costato uno scavo interiore. Ho denudato la mia rintracciabile fisicità per allinearmi allo schema dello sdoppiamento mentale e di coscienza al fine di poter osservare, con il terzo occhio, la libertà del vagabondare plurimo e legittimo della mente umana di fronte allo straordinario e difficile mondo dell’incoscienza. Ho incontrato nel mio peregrinare il lago di Nemi, un lago vulcanico, con cui mi sono identificata per la profondità tenebrosa ed evocativa che la sua immagine suscita a me e a molti visitatori. Le strade limitrofe con le prostitute giovanissime di colore, che delineano l’imperfezione sociale, hanno rappresentato il primo contatto con cui la mia persona si è trasformata in un viaggiatore solitario ed eterogeneo. Sono nata a Benevento nell’estate del 1963, quasi cinquanta anni fa e sono la terza di sei figli. Ho imparato a utilizzare la poesia come unico rifugio per proteggermi dalle difficoltà che la vita mi ha riservato. Il senso di solitudine e di separazione, insorto a soli nove anni, dopo la morte prematura di mio padre e alla malattia di mio fratello, hanno abitato da sempre la mia scrittura poetica, seguita e presto invogliata dalla mia maestra delle scuole elementari che mi ha guidata, nei primissimi anni del mio percorso culturale, verso le letture di Ada Negri e Aldo Palazzeschi. Gli incontri importanti, per la mia crescita nella conoscenza e poi nella scrittura, sono avvenuti grazie ai libri che ritengo restino la manifestazione più propositiva per l’apprendimento istantaneo capace di avere prolungamenti spaziotemporali e germinativi. Oggi è molto complicato fare poesia. Lo stile “creative writing” proposto dalla poesia americana ha portato la scrittura verso uno stile scevro da forme retoriche utilizzando l’andare ‘a capo’ e l’assenza di punteggiatura o la sospensione della spaziatura del foglio, come una nuova forma di fare poesia. La legittimazione, da parte della critica moderna, a ‘fare poesia’ in questi termini, ha incrementato la nascita di nuove Case Editrici, di laboratori di scrittura creativa e di salotti letterari utili a diffonderne la produzione senza dare valore al vero talento letterario che si disperde nel caos dei cataloghi. Il momento di crisi economica, nazionale e mondiale, ha avuto una forte ripercussione sul mercato editoriale e di conseguenza coloro che sono stati pubblicati, naturalmente a pagamento, si sono sentiti, a pieno diritto, poeti e non autori: credo che qui, nei due termini, ci sia la grande e sostanziale differenza. Il Poeta, quello con la P maiuscola, oggi, come sempre, ha il compito di educare gli esseri umani alla rivelazione dell’essenza del possibile. La poesia deve avere il compito fondamentale di comunicare, come cassa di risonanza, che il codice simbolico del mondo è un lascito di un varco creativo e benefico delle vicende umane che universalmente riguardano le singole esistenze. La poesia nasce dalla realtà per poi disgiungersene in modo semplice, quasi come per creare una seconda coscienza, per erigere una distanza che discenda dalle cose stesse. Il poeta deve essere visionario e attento conoscitore degli innesti inquieti che, implacabile, la vita riproduce con spontaneità, senza debolezza. Per me la poesia resta motivo di introspezione del mondo. L’uomo deve tendere al senso più profondo e sfuggente della vitalità e della morte delle cose per entrare nel mistero del cosmo, in sintonia con l’altro da sé e bisogna ricostruire in noi emozioni meno ciniche da comunicare al TU – MONDO. Sono convinta che ogni emozione galleggia nelle vene del nostro corpo: siamo un corpo fatto di sentiti. L’anima, quindi, ci parla attraverso le sensazioni fisiche permettendoci di conoscere il ‘valore adattivo’ di noi stessi nella immediata percezione del sentimento come sentito e come vissuto concretamente.
Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.
Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà
pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.
Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio
peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi
affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.
***
Il primo atto rende muta l’anima
lembo senza sonno falciato dal nulla
lascia ritornelli tra fili di ulivo
ad ogni ora raschia la raganella.
Sale con cura l’azzurro elementare
ti aspetta davanti al cancello
espandendosi come sterile lago
emergono occhi di piogge rifratte.
Non è possibile fermarsi a cena
alle sette il sonno li seleziona
diventano un ronfo lucidato
pochi volatili virano a cerchio.
Sul pavimento cadono strani odori
nel cestino non c’è carta ma lingue
sparite regole, maschere e lacci
l’ossigeno di notte non fa vento.
Sono loro quella composta di cose
che ha intristito la vita ai giusti
il falco pallido sul collo
costole che non erano previste.
Loro sono lì, nel posto più lontano della solitudine.
***
Verso nord-ovest aumenta la scogliera
si arrampicano le acque
dove si posa la clemenza
le alghe consegnano umori tra dita.
Convulsi baci a pieni polmoni
all’abisso che rimane tra i denti.
I folli hanno labbra di rosa vermiglio
ginocchia conficcate nella gola
quelli del primo piano chiedono l’ora
collezionano dossi per l’inverno.
Scrivono sui marmi con il trucco
e sbavano meduse sul mento
quelli del secondo piano tremano
il morbo che cresce nell’addio.
***
Sputa i suoi drammi
coi colpi di tosse
per gioco, per amore
scorie sottili nelle mani esibite
è latente lo scontento sulle spalle.
Gli imperfetti sono gente bizzarra
lasciati nell’arena, non so dire esattamente,
come un silenzio, un ghigno.
Ho pensato che Dio ama l’insicurezza
e le sfumature dei dirupi.
Io mi trovo qui dove non si torna indietro.
***
La spalla è soglia di disordine
spazio devastato da piccole grida
cadono a mille petali e cespugli
nella gabbia vuota delle ossa.
I palmi sudici rubano erba
all’alba pettinano oche nere
si prolunga l’impasto degli odori
le fronti sembrano piume insidiose.
L’intervallo gonfia il labbro chiuso
è un coltello che segna la fessura
a nessuno piace la camicia di forza
nemmeno a chi è un lurido pazzo.
Nei sotterranei dormono larve
il collo e il fumo con la terra sotto
la gara, il gioco e il suo contrario
esce dagli occhi lo schermo gigante.
La Madonna nel ritratto è tranquilla
è la madre delle madri che stanno
nel sottoscala la voce di Alfonso
mi entra nella mano tutta intera.
(con due cipolle che porta al collo).
***
I suoi amici hanno le ali sotto
la maglietta
alcuni hanno la testa nei sotterranei
e con le mani consegnano fogne
come fossero baci convulsi
abbracci miti, girano
la lingua di un sorriso, implorano
risposte alla sorte e alla pietà.
Hanno un amore negli occhi
un presentimento di attesa
una polvere pronta a sparare
una febbre.
Noi dispiaciuti li guardiamo enigma senza soluzione.
Rita Pacilio è nata a Benevento. Sociologo, autore in poesia, scrittore, collaboratore letterario si occupa di poesia, critica letteraria e di Vocal jazz. Pubblicazioni: * “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; Edizioni Scientifiche Italiane – Prefazione Felice Casucci - anno 2003 *. “Tu che mi nutri di Amore Immenso” Silloge Sacra Nicola Calabria Editore (Patti, ME) Prefazione Padre Domenico Tirone settembre 2005 *. “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare” Nicola Calabria Editore (Patti, ME) Prefazione Felice Casucci settembre 2005 *. “Ciliegio Forestiero” LietoColle collana Erato maggio 2006 *. “Tra sbarre di tulipani” LietoColle collana Aretusa giugno 2008 *. “Alle lumache di aprile” LietoColle collana Aretusa giugno 2010 prefazione A. Rigamonti e postfazione G. Linguaglossa *. “Di ala in ala” (Pacilio – Moica) LietoColle collana Aretusa febbraio 2011 Prefazione Dante Maffia.*. “Non camminare scalzo” Edilet Edilazio Letteraria – Prosa poetica - Prefazione Raffaello Utzeri e nota critica Giorgio Linguaglossa 2011 *. “Gli imperfetti sono gente bizzarra” La Vita Felice 2012 – Prefazione Davide Rondoni. Discografia: ‘Infedele’ Splasc(h)Records.
Web site: www.ritapacilio.com - email: ritapacilio@gmail.com
http://www.lestroverso.it/?p=2105
Approfondimenti - 'Il poeta è lo psicologo dell'ombra?' a cura di Rita Pacilio ( Di Rita Pacilio In 2013, Anno VII - Numero 4, Novembre - Dicembre, Rimirando, Sommario l'EstroVerso / 5 novembre 2013)
Il
poeta è lo psicologo dell’ombra?
Appunti
a cura di Rita Pacilio
Molte credenze relative
alle popolazioni primitive, evidenziate dagli antropologi culturali, rilevano
che la mente umana e la creatività sono sempre state attratte dall’ombra, in particolare dall’ombra del
proprio corpo. Sappiamo che ogni individuo è seguito o addirittura incollato
alla propria ombra che, se particolarmente inserita nella coscienza, viene
percepita buia e profonda. Carl Gustav Jung prende in considerazione il lato
oscuro della vita cosciente dell’uomo e definisce sotterraneo dell’anima, ricordando Dostoevskij, questo spazio che è
dietro o sotto la maschera dell’agire sociale. L’ombra è considerata demoniaca
e perversa dal pensiero religioso perché si pensa, che è qui che agisce il male
e il magico mondo della morte. Quando le popolazioni non avevano la scrittura
come strumento di comunicazione l’ombra rappresentava un tabù perché veniva a
identificarsi con l’anima. Gli indigeni delle isole Salomon, infatti, se
calpestavano l’ombra del re venivano puniti con la morte. L’ombra è associata,
in molte culture, a paure socioculturali e ancestrali. I poeti, invece, hanno
adoperato l’ombra come luogo della
rinascita fenicia, dove si vive, da quando si è bambini, la regola della fantasia
e la consapevolezza della voce più intensa, potente dell’io. Il pensiero umano, sia percettivo che
intellettuale, indaga sulle cause degli avvenimenti tenendosi il più vicino
possibile al luogo dove i loro effetti si producono. In tutto il mondo l’ombra
è considerata come una propaggine dell’oggetto che la proietta. Il concetto
sottostante è che l’oscurità non appare come un’assenza di luce ma come una
sostanza positiva di buon diritto. Questo secondo io trasparente dell’individuo
è identico o connesso con la sua anima o forza vitale. Porre il piede
sull’ombra di una persona è un’offesa grave, e si può uccidere un uomo
ferendone l’ombra con il coltello (Rudolf Arnheim – 1954, Arte e Percezione
visiva). Se si acquista la consapevolezza di una percezione positiva
dell’oscurità, l’ombra può essere riconosciuta come il nostro doppio che
protegge e diviene la parte più disponibile all’io cosciente. Il popolare racconto di Stevenson Lo strano caso del dottor Jekyll e del
signor Hyde, ci convince a governare la nostra coscienza per non trasferire
sull’altro il buio, il non conosciuto affinché non ci sfugga il dominio delle responsabilità
con la nostra parte dentro/fuori. La nostra parte psichica si pone innumerevoli
interrogativi. Se l’ombra rappresenta il male allora la luce rappresenta il
bene? Quindi come giudicare il comportamento sociale, psicologico e creativo
dell’uomo? Il termine "ombra"
nasce nella ricerca psicologica e in particolare nella ricerca psicologica di
Jung. Ci sono dei precedenti, ma sempre di ordine psicologico. C'è tuttavia un
corrispettivo dell'ombra nei miti di tutto il mondo. Indubbiamente ci si può
divertire a trovare in moltissimi miti quest'aspetto negativo dell'uomo. Però è
solo apparentemente negativo, perché se ben relazionato all'io cosciente - che
se ne deve assumere la responsabilità - in qualche modo diventa positivo, o
meglio diventa un propulsore della vita psichica. In genere l'esempio più
pregnante dell'ombra dei miti è quello che si trova nei miti degli indiani
d'America, il trickster, il
briccone buffone, che poi, talvolta, si dimostra essere un aiutante magico, che
risolve situazioni che sembravano irrisolvibili nella vita. Però non si deve
pensare che l'ombra sia rappresentata solo dal trickster. Qualcuno ha voluto vedere, un corrispondente del trickster nel Mercurio della
mitologia classica. Abram Kardiner - è stato un grande storico, fenomenologo
delle religioni - si è sforzato di approfondire questa somiglianza. Ci
sono probabilmente molti altri esempi di ombra nei miti. Perciò, ripeto, il
termine nasce nella psicologia, ma noi possiamo trovare delle vaste
corrispondenze nella mitologia. Noi dobbiamo dividere il concetto o la metafora
dell'ombra dal concetto di male. L'ombra è male solo in quanto rimane scissa da
noi, inconscia, negata, assolutamente separata dal resto della personalità.
Sono contento che sia stato introdotto il concetto di male, perché appunto, in
una interpretazione un po' superficiale dell'ombra, si potrebbe pensare che il
male nasca solo dalla proiezione della nostra ombra. Ahimè, no! Il male morale
esiste, eccome! E dobbiamo combatterlo in tutte le maniere. Sarebbe assurdo per
esempio pensare che personaggi come Hitler, Stalin, i grandi dittatori del
nostro secolo, Salazar, eccetera, siano esclusivamente il frutto della nostra
proiezione. No, sono delle persone assolutamente possedute dal male, hanno a
che fare ben poco con la nostra proiezione d'ombra. Però il concetto di male
viene evocato, nell'analisi dell'ombra, perché noi sentiamo l'ombra come qualche
cosa di negativo. Qui è anche una questione di linguaggio. Direi che, parlando
dell'ombra, è sempre meglio parlare del negativo che è in noi, piuttosto che
del male. Il male è un concetto troppo antico, troppo aulico, anche troppo
potente , per essere evocato in un argomento di psicologia di tutti i giorni.
(Mario Trevi L’ombra dentro di noi, 31/1/2011). Quando si è bambini l’ombra
ricopre un grande significato; addirittura le si dà un ruolo ben preciso. Solo
crescendo si tende a dimenticarsi di lei accantonandola nel mondo
dell’inconscio come un superamento liberatorio della sua rappresentazione buia
e ambivalente. L'ombra
fa paura e farsi percepire puri esorcizza il male cui ci si può abbandonare.
(Adriana Gloria Marigo) Nell’età adulta l’ombra subisce un’importante metamorfosi fino a
diventare un Doppio di Sé ambiguo: sono i romanzi e la scrittura poetica a
manifestarci la macchia che ci
portiamo dietro come il nemico, il persecutore o addirittura il perturbante.
La poesia sa inseguire la vita e i suoi significati inafferrabili e originari.
Si spinge verso le marginalità, spesso idilliache, ponendosi in una posizione
laterale (accanto) alla Storia (Leopardi, Pasolini). Si tratta di un ascolto evocativo-ideologico-paesano che
sembra porre il poeta di fronte a un compromesso intimo. L’ombra è un
dormi-veglia (Octavio Paz) che spesso testimonia un lavoro compiuto in una
terra sotterranea fatta di vetri, quindi
visibile nelle varie immagini nascoste ed enigmatiche. Il compito della poesia è
quello di saper dialogare con gli elementi metaforici del linguaggio di ogni
giorno in cui le ombre recuperano integrità, verità. Ognuno di noi può
incontrare il mondo in un atto amoroso.
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