Recensione - Giuseppe Vetromile su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - LVF 2012



"Gli imperfetti" di Rita Pacilio


Chi sono gli "imperfetti"? Persone cui manca qualcosa, a livello fisico o psicologico, o anche dal punto di vista sociale, dell'adattamento? O per imperfetti si vuol intendere qualcosa di non completo nella natura, qualcosa che incute timore, per la sua rozzezza o per la sua brutalità? Ci sono tante cose imperfette che si agitano dinanzi ai nostri occhi e che ci impressionano, come può esserlo ad esempio una tempesta improvvisa, una folata di vento impetuoso, una mareggiata, od anche magari una vecchia casa sbrecciata, o ancora una foresta cupa, tenebrosa, o un lago dalle acque ferme e gelide... ma queste cose, in fondo, non sono "imperfette" nel vero senso della parola, direi piuttosto che sono aspetti e situazioni estreme in cui possiamo imbatterci tutti i giorni. La natura, si sa, a volte fa scherzi strani, e noi, impreparati, sonnacchiosi, disattenti perchè impegnati per lo più a coltivare il nostro orticello, noi dediti ad ingrassare ed ingrossare il nostro ego, al di sopra degli altri e soprattutto al di sopra del creato, trasformiamo in "imperfezione" una visione delle cose non consona con il nostro metro di "perfetta normalità": la calma è perfetta, la gioia è perfetta, la noia è perfetta, il nostro quotidiano trantran è perfetto.
Per Rita Pacilio, invece, gli "imperfetti" sono gente bizzarra. Come le sia venuto questo titolo, che è tutto un programma, alla nostra illustre autrice beneventana, è un miracolo di poesia che non facilmente riscontriamo in tanti altri, e pur bravi, poeti. Il titolo è sempre di fondamentale importanza, perchè, come sappiamo, deve dare subito l'idea del contenuto, deve in qualche modo incuriosire e sollecitare il lettore ad aprire il libro ed iniziare la lettura con un certo spirito indagatore. In poesia, poi, il titolo è ancora più significativo e intrigante, quando non si limita a riprendere, semplicemente, lo stesso della prima poesia della raccolta. E il particolare titolo ideato da Rita Pacilio, risponde senz'altro a questo intelligente criterio di indurre nel lettore il piacere e il desiderio di approfondire.
Ma ora possiamo richiederci: chi sono questi "imperfetti" di Rita Pacilio? "Gli imperfetti sono gente bizzarra / lasciati nell'arena, non so dire esattamente, / come un silenzio, un ghigno. / Ho pensato che Dio ama l'insicurezza / e le sfumature dei dirupi. / Io mi trovo qui dove non si torna indietro", così recita la stessa autrice, e penso che si debba partire da qui, da questi primi versi della raccolta, per cercare di comporre in qualche modo un mosaico poetico davvero denso e intenso, difficile da isolare pezzo per pezzo. La bravura dell'autrice sta infatti, tra le altre cose, ad essere riuscita ad elaborare un corpo poetico continuo (le varie poesie-tasselli sono senza titolo, proprio per dare continuità a tutto il discorso), pur offrendo al lettore la possibilità di gustare e meditare i singoli "pezzi". L'argomentazione non è diretta, ma sottintesa, anzi quasi sfumata, allusiva, simbolica: questo è un altro segno dell'ottima qualità poetica della nostra autrice, e cioè quella di non dire dicendo, o dire non dicendo: la poesia deve avere questa caratteristica di mistero, di rimando ad altro e oltre, altrimenti potrebbe cadere nell'andamento della prosa. Diceva infatti Ungaretti che la poesia è tale se contiene in sé un segreto.
Il libro, dunque, si sviluppa per quadri singoli, ma ha un suo sotterraneo filo logico che lega tutte le composizioni poetiche l'una all'altra, e in modo sequenziale, quasi come in un lungo racconto, ma qui la poesia assume la giusta connotazione sfumata, ambigua, polivalente, per cogliere e proporre contemporaneamente l'aspetto minimo, essenziale, e l'aspetto "macro", totalizzante e universalizzante. C'è un minimo di storia, in questo libro, che si snoda via via lungo tutto il percorso poetico, ed è la storia degli "imperfetti - bizzarri", la storia di uno, o di tanti, che è relegato in un luogo di sofferenza non ben definito, la storia di Alfonso, che diventa la storia di tutti quelli che "sono lì, nel posto più lontano della solitudine". La "bizzarria" delle situazioni, dei personaggi, dei luoghi, è nella descrizione poetica "altra" che la Pacilio utilizza per colorare e animare tutto quello che esula dai quadri di una vita normale e di una normale quotidianità: "Li ho visti avanzare a testa china / venire avanti a voli bassi di uccelli / in mano il sangue castano, le unghie / e / tra ginocchia l'acqua clandestina. / Li ho visti senza Dio, senza parole / con lacrime sciutte di rabbia luttuosa / singhiozzare l'amen di seni spogliati / al figlio trapassato. / Li ho visti assorti, smarriti, soli. / Portavano negli occhi i rovi del mondo / con decenza e con il pungolo nel cuore." E il libro è proprio dedicato ad Alfonso: come scrive anche Davide Rondoni nella sua ben dettagliata prefazione, fin dall'esergo, suona il nome dolce e quasi di suono stanco e struggente: Alfonso...
Si tratta dunque di un viaggio dolente, consapevolmente dolente, che la poetessa compie nel mondo, avvertendone da protagonista tutti i risvolti e gli aspetti fisici, naturali e psichici. Il punto di partenza è il lago di Nemi: "Si increspa il lago di Nemi, / in un gesto di doloroso silenzio / a vederlo mordere nuvole / l'affanno arriverebbe in cima ...", e non è un caso che gli ultimi versi del libro si riferiscano ancora al lago di Nemi: "Quando le sagome diventano fosse / alcuni autunni tornano prima / dal lago di Nemi intreccio le dita / con i piedi porto avanti le dighe...", come a voler chiudere simbolicamente un ciclo, circoscrivere una storia penosa donandole un senso compiuto.
E' tutta simboli la scrittura poetica di Rita Pacilio, in questo interessante libro, dove la parola acquista spessore e connotati che vanno oltre lo stretto, essenziale significato, grazie anche al buon uso di allegorie e metafore (il lago di Nemi ne è uno degli esempi più notevoli...), e ad una costruzione originale dei versi che contribuisce così all'ampliamento di tutto il respiro o anima poetica.
E' indubbio che quest'opera si colloca tra le più significative dell'attuale panorama letterario nazionale, sia per i contenuti e sia per la singolare architettura poetica utilizzata dall'autrice, il che è stato evidenziato anche dall'illustre prefatore Davide Rondoni.

Rita Pacilio, "Gli imperfetti sono gente bizzarra", Edizioni La Vita Felice, Milano, 2012. Prefazione di Davide Rondoni

G. Vetromile
7/12/12



Recensione - Fernanda Ferraresso su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - LVF 2012




Dal limite della parola – Fernanda Ferraresso su “Gli imperfetti sono gente bizzarra”
Julie Massy
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Salto il risvolto, le alette, salto il risguardo, salto la prefazione. Ormai tutti i libri hanno una prefazione, come se ciò che sta scritto all’interno  fosse orfano e abbisognasse di un padre o una madre. Personalmente passo per la prefazione (  che in me suona appunto come la parola brefotrofio) solo nel caso di oscurità totale, di labirinto dell’ascolto,  di scollamento tra senso e scrittura, in assenza di vento, non dico di chiavi. Dunque: entro.
Attraverso lenta la soglia. Dal limite della parola ascolto perché non trovo una epigrafe ma una dedica. Ad Alfonso, tra parentesi, come  se quella fosse una  porta accanto alla quale, appunto,  si ascolta.
Le parole sono gratuite, mi dico, come il vento, e l’oralità ci appropria di  qualcosa che viene da altri mondi, altri luoghi come appunto riesce a fare il vento.  Lei, Rita, semina nella mia testa l’idea secondo cui la realtà non è solo come appare in superficie ma come la si percepisce all’interno di una dimensione che cambia, come nella magica trascrizione di una musica, ed è legittimo o possibile esagerarla e colorirla addirittura “inventarla“, per rendere meno circoscritto  il passaggio o il paesaggio attraversato in questa vita. Nemmeno la morte esiste in questo addomesticamento, poichè la ricuciamo con il nastro della vita attraverso la parola e lì, dentro, le persone rinascono tutte le volte che noi le richiamiamo a noi, senza che tutto scompaia in una nebbia fitta e densa, l’assenza appunto, il punto di fuga illegittimo in cui il punto resta nel disegno senza più alcun segno. La realtà è una materia che si addensa dentro i nostri sensi e mostra ai nostri occhi ciò che qualcosa ci segnala da lontano, in una terra che forse è quella da cui tutta la nostra vita ha preso inizio. Ecco, credo che Rita Pacilio abbia attinto da lì, colori e suoni, nomi e luoghi, come scene di un continuo paese che va affrescando di attimo in attimo dentro le sue stanze e, di tanto in tanto, un colpo di luce ne accende un frammento per chi passa. Sono certa  che per questo la percezione sia variabile, che nessuno la raggiunga e soprattutto nessuno legga alla stessa maniera l’impressione diversa delle cose, i colori, i suoni che lei ha sentito premerle il corpo ridisegnandolo, ricomponendolo, non solo lo scritto, come se tutto, proprio tutto, non fosse mai stato un luogo definitivo, rinchiuso da un segno, ma un circo o un circolo in cui ci è dato di vivere in assoluta solitudine la trapezia parola acrobata, che volteggia  nella tenda  della vita, sorretta da un lunghissimo argano che si pianta lontano, alle origini o ai confini con la morte, che così non è dolorosa e aspra,  né irta ma bene detta e bene detto è il tempo che ne nasce, lungo, avvoltolato su se stesso, come un fazzoletto di pizzo che si mostra senza vanità ma inscritte filo per filo ha le storie di noi tutti.
Storie d’ogni genere, che prendono vita appena si appoggia un piede per terra o si allarga la bocca in un sospiro, senza linguaggio appunto, come un lago quando s’increspa e la sua sostanza è il linguaggio prima che qualcuno lo descriva, prima di essere un’immagine sono la tangibile reminescenza di qualcosa che si approssima da dentro, non dagli occhi, come abbiamo l’abitudine di credere, non da quel fuori consueto  perché tutto vive sempre in quel preciso attimo in cui c’è riconoscimento. Nascoste non sono nemmeno le ombre, fitte di segni più scuri della memoria, sono molecole di organismi viventi, radici, o rami e si aprono  esorcizzando in greti variabili i demoni di un ricordo che si racconta, dentro i cunicoli di una parola. E tornano non una ma mille volte…
Mille volte i canti delle magnolie
ritornano all’imbrunire
al mio respiro.
Non temono l’intreccio dei venti
né le linee curve del seno nelle nuvole.
Indugiano solo quando l’eco disperata le insegue.
Eppure la gente ha una strana bizzarria che le  percorre, che tocca la loro voce più profonda, il silenzio di sorgente in cui nel corpo  stiamo immersi tutti ed è quella, proprio quella spesso feroce, imperfetta fede nel sé,che tutto smuove, nasce, cresce, a cui attinge la scrittrice. E’ questa la durezza e l’impervietà del cammino, il deserto o la piana ( in)feconda che costruiamo in noi prima che fuori e intorno.
Ero io quella composta di cose 
che ti ha intristito la vita
- il falco pallido sul collo 
tradito ogni giorno -
intorpidita porto via la mano 
e il cielo.

Gli imperfetti sono gente bizzarra, dice Pacilio e tutto il suo lavoro rimescola la parola dal fondo dell’ascolto, da dentro i cassetti dove la memoria, tutta la memoria,  non è diario ma diaria, qualcosa con cui ciascuno si paga con la vita da vivere, ripristinando ore già consumate, suoni già accantonati, composizioni e congiunzioni che spesso crediamo spaccate, lese, disarticolate. L’intimità sta in questa gioia dolente che ci apre la carne e anche nei nomi trova una nuova sostanza, una polpa succulenta, un miele di cui ci si nutre.
Le gabbie dei verbi, degli articoli  sessuati e spesso indeterminati, la prigione consueta della nostra sdruciolevole follia di camminare in lungo e in largo lo spazio, il tempo di questo ed ogni altro mondo si fa un fondo di torrente dove le parole rimbalzano tra un sasso e l’altro del già praticato luogo e del senso, plasmandosi in corpi nuovi, al ritmo di timbri che sembrano oscuri, che si addensano per peso in stalattiti come architetture del vuoto. Alfonso,  suona come al fin so, al fondo della presenza e dell’assenza di chi sulla fune di se stesso ha steso le sue sillabe maestre mostrandole ai venti e ai vinti, alla pioggia e alla polvere, sottili filigrane dei pensieri,  dove la storia di ieri  si addobba di dati, perifrasi, ingegnose inquadrature e squadrature dei precipizi e ha dato loro fuoco con uno stoppino minuscolo, un suono, una chiave di sol, in cui il labirinto della scrittura,  enigma e anagramma del suono,  proveniente dal centro del corpo,  trova al suo esterno un punto su cui mirare il proprio bersaglio, l’oralità con cui si mette in movimento verso la propria altruità.
” Ho parlato al tuo corpo fraterno…” Perchè questa è la parola emessa, l’altro, non la gemella consonante. Da questo occhiello, in cui mette la chiave c’è  il sol diPacilio che aggiunge e dettaglia, seziona e seleziona con misura e con forza impartendosi lezioni magistrali. Lei maestra e maestrale di se stessa.
“La prigione di mio fratello/ha le finestre sorde/ esala l’anima ancora sbalordita/dalla paura del lampo/ suoni di saluti nella campana
a morte/ e sul collo il respiro che non vuole finire.”
Quel suo dire, il mondo, l’amore, le cose, è sempre dire se stessa, ed è proprio della parola senza suono, che poi si fa  scrittura, è il fiato, il respiro, il fuoco  fratello che abita il suo corpo e da quell’interno ogni fines-tra  (fines,confine) tra tutte le cose, persino le invisibili, si fa magicamente alito di un silenzio che si pronuncia.
…al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia./…Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria/m’è oscurata ancora d’averti vista giungere/e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.” Così scrive P. Eluard e  sembra la medesima lezione che l’autrice ha fatto propria. In una solitudine mortale, in un silenzio siderale quale è appunto il nostro, cerca il verso nella bocca , e le labbra mute sono un vetro che è lente e grande rende ciò che è piccolo, nascosto, illeggibile in cui non si specchia Rita ma tocca, attraverso il gusto, il contatto più diretto e pericoloso, e giunge a se stessa. Lo potremmo definire un corso, di teoria e solfeggio, o meglio ancora di composizione e decomposizione di sé,  tenuto in un  luogo che si conserva versandosi e riversandosi in acque di memoria  e fiumi di vento, in una veglia quasi incessante, in cui la parola non dorme, in cui ogni parola è viva perchè c’è  sempre ascolto.
” E’ la caviglia che porta l’altra me/ o un tacco, un colpo lascivo/potrai inalare muschio dai reni/ forse sono stata senza errori// nell’isolamento// Correre case di legno nella testa/ udire  l’ora tarda se dormi gli occhi/ ogni fuoco è un facile inganno/ chimera negli spazi del conflitto// per te che sposi ora// l’alba riposata sulle alluvioni./ Gira fiato nell’onda di parti maturi/se nasci nuovamente giovinezza/senza le rughe mi farai l’amore//come un ragno.”
Ma anche la natura non è solo ciò che sta fuori ma il suo corpo morde e muove.
“Si increspa il lago di Nemi/ in un gesto di doloroso silenzio/a vederlo mordere nuvole/l’affanno arriverebbe in cima./Salgono visitatori/in una strada scoperta riaffiorano/in mezzo alle piante/ragazze di colore nude a metà/pascolano paure/e cosce raggelate. E fissano/l’inquieta luce della sera/come fosse un contatto.
E aggiunge , al fondo della pagina, come fosse il piede che la tiene,  ancora due righe :
“Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.”
  fernanda ferraresso -novembre 2012
Julie Massy
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Da Gli imperfetti sono gente bizzarra- Rita Pacilio
La prigione di mio fratello
ha le finestre sorde
esala l’anima ancora sbalordita
dalla paura del lampo
suoni di saluti nella campana
a morte
e sul collo il respiro che non vuole finire.
L’ecatombe ogni notte si maschera
impaziente il mormorio nei reparti
è illecito l’omaggio agli dei
si arriva sempre presto sottovento
menzogne e sacrilegi nascosti.
La prigione di mio fratello
è oracolo timido
probabile occhio spia
una pietra desolata
nella recinzione gli uccelli dormono
di là
nessuna barca esiste più.
*
È un morso prudente l’oscurità
un disegno fatto di assenze.
Si denuda l’incavo della spalla
svuotato dalla mano
come un gheriglio
una lumaca.
Amore mio io sono questa:
la bellezza del circo,
la colpa di aver gridato
nel tuo gambo mendicante.
O forse
l’inquieto participio
e l’ora scandita del risveglio.
Non capirò mai niente del nome della sera
dei lampioni spogliati come donne
e di te che ti sfaldi sul muro di casa.
**

Rita Pacilio, Gli imperfetti sono gente bizzarra- La Vita Felice Editore 2012



Recensione - Aky Vetere su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' - Rita Pacilio - La Vita Felice 2012






Aky Vetere per Rita Pacilio e "Gli imperfetti sono gente bizzarra"

Il testo: Gli imperfetti sono gente bizzarra, può essere visto come il canto di una sorella lontana che (anche come madre e donna), incontra la corporeità del proprio fratello malato e lo illumina con tutto il suo femminino. In questo abbraccio c’è solo una donna che è capace di sentire e offrire il seno di ciò che per origine le appartiene: l’amore.
Rita Pacilio conosce la sua frequenza, la sua vibrazione. Allegoricamente lo si può guardare simile a una stringa che vibra nell’etere e incrocia, con la sua mobilità, un’elica nucleare capace di trasmettere, generazione dopo generazione la sua copia fedele. Trasversalmente lo si può guardare d’infilata e vederlo apparire invece in forme separate, così come se fosse possibile separare la poetica dal melos, dal canto. La realtà non è così. Il canto di colui, o di colei che ama, si sviluppa con un solo corpo creativo lirico, a tratti ossianico e nascosto, in cui la mente come fosse una gola d’acqua tra due promontori neri, ingoia la risacca per riprenderla bianca come spuma marina. Verso nord-ovest aumenta la scogliera/ si arrampicano le acque/ dove si posa la clemenza/ le alghe consegnano umori tra dita./ Convulsi baci a pieni polmoni/ all’abisso che rimane tra i denti. E’ questa la mente notturna, la mente che nel solco della follia poetica recupera l’imperfezione lavandola con l’amore che, paradossalmente e contro le leggi dell’evoluzione darwiniana non scarta, ma affina, sublima. Gli imperfetti sono gente bizzarra/ lasciati nell’arena, non so dire esattamente,/ come un silenzio, un ghigno./ Ho pensato che Dio ama l’insicurezza/ e le sfumature dei dirupi. Ma per capire tutto questo è necessario seguire delle tappe affinchè la magia dell’amore possa transustanziare una virtù riservata agli eletti, i soli testimoni di quella pietra scartata che diverrà la pietra angolare dei Vangeli. Ecco perché Rita Pacilio contempla la notte ovunque nel suo percorso incrocia il silenzio. Anzi, come nell’artificio dell’inclusione, la notte si riassorbe in solitudine e la solitudine in sogno. L’autrice si domanda: Chissà come sogni quando tutto tace. Tutto il proscenio allora si ambienta, abbiamo detto, entro il canto notturno. Ma è un notturno freddo, autunnale che ha in sè l’ombra della morte. Solo l’amore può contemplare quella oscurità.  Un disegno fatto di assenze, è il progetto dove, finalmente, l’autrice riesce a configurare il senso profondo dell’amore come Phos, luce che, a ritroso (qui è la magia), circoscrive nella consolazione il valore del vuoto freddo e silenzioso per illuminarlo di fuoco divino.

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-a-vetere-per-rita-pacilio-846.html


Recensione - Rita Pacilio su 'Brezze moderne' di Pietro De Bonis - Lupo Editore



Brezze moderne
di Pietro De Bonis

Commento di Rita Pacilio

Spesso le parole ci portano lungo strade imprevedibili facendoci entrare in confidenza con le cose del mondo, in una quotidianità a volte ignota a chi non sa percepire l’altro da sé come una ricchezza, una crescita, un confronto. La poesia coopera con il nonsenso, ma anche, e soprattutto, con gli slanci interiori, giustificabili e incredibili, dell’esorcizzazione della fine, sia essa amorosa/amorale/intima oppure fine sociale, cosmica. La scrittura poetica o in prosa del nostro tempo storico si spinge verso un’avanguardia generalmente goliardica, eccentrica, esuberante: l’esigenza è di voler dire, e lo sforzo di dire è davvero tanto, più o meno in coro, che lo spazio della poesia è imprendibile dalla politica della decostruzione del vero. Anche Pietro De Bonis si muove in questa direzione accrescendo, con le sue pagine di Brezze moderne, edito da Lupo Editore, l’urlo perpetuo che riflette l’urgenza di cogliere ovunque l’importanza del cogitare e dell’agire intellettuale. In questa raccolta di versi misti alla prosa l’autore non è astratto o antifigurativo: anzi, il lettore si trova di fronte a innumerevoli immagini, raccontate e dichiarate, in cui sono riflesse le risposte alle innumerevoli domande che l’uomo contemporaneo si pone. Diventa importante interrogarsi sulle scelte estetiche del fare poesia oggi, per questo motivo si rischia di ritoccare le scelte metriche e di dare un doppio fondo alla parola significante. L’amore, il tempo, i valori umani, la geografia delle essenze diventano i temi cardini su cui poggiare un progetto comunicativo: De Bonis ci prova con i propri strumenti espressivi non rimanendo scettico di fronte al limite possibile cui spingersi. Le parole rimandano a più sensi grazie ad un lavoro analogico e metaforico che si presta alla suggestione dei gesti: Smettila di scapigliarmi i capelli e inizia a scapigliarmi il cuore. L’attinenza al ciclo vitale va ricercata, quindi, nell’esperienza fragile e rilevante dell’ancestrale vastità antropologica.

Recensione - Rita Pacilio su 'Ombre di vita' di Bruno Brunini - La Vita Felice 2012



L’esperienza poetica di Bruno Brunini riduce in modo energico gli spazi narrativi e la metafora mimetica di cui è ricca molta scrittura post moderna. Ombra di vita è un’opera caratterizzata dalla sovrapposizione dello spazio-tempo in cui le cose passate e quelle presenti sconfinano in una testimonianza ben distinta della realtà quotidiana che è pur sempre in bilico tra la vita e la morte Il tempo che non coincide/con ciò che si pensa/ritornava cancellato. Il percorso tra le sezioni del libro è lineare ed è segnato dal vissuto personale dell’autore fino ad arrivare a cambi di prospettiva in cui la visione soggettiva diventa situazione cosmica Essere aria, un soffio/nel tempo del ritmo cosmico … le ore possono diventare anni. L’attraversamento delle tenebre della morte ci introducono in una lunga notte in cui Brunini accompagna ogni lettore per meglio entrare in dialogo con il tempo e le sue voci passate. La frequentazione dei confini vitali ci mette di fronte alle immagini di luogo e persona attraverso impulsi inconsci che ci affidano alla quiete del mare o alla riva Torneremo ad essere mare. La materialità dell’uomo si consuma nel corpo e nella forma mentale che, nonostante l’avvicinarsi della sua fine, combatte per mantenere saldo il racconto, la dimora, l’identificazione, l’unicità. L’autore, mentre piange lacrime asciutte, sorveglia il lettore e lo rassicura sull’approdo del resto materico, che non va disperso, ma reso al mondo, all’essenza vitale dell’acqua che nutre e si nutre di vita Ti vedo partire/nel fondo del mare/dove non finirai mai di sparire. Questa stessa energia viene collocata in quel mare che ci rende visibili, che ci risorge al mondo, che ci fa emergere da una elegia drammatica e pessimistica, che lenisce e rinnova la cava di sale che portiamo dentro. La metamorfosi del corpo malato entra in contrasto con l’impulso dell’atto della parola poetica che è pienamente sana, viva. La poesia è l’antitodo sostanziale che ci spinge ad aprire un altro spazio-tempo in cui immortalare il ricordo, la memoria dell’altro (da noi e in noi) che viene a mancare, che scompare a se stesso I fogli delle tue poesie … conservano la traccia di te.  L’elaborazione del lutto è affidata alla capacità dell’intelligenza colta che non si dispera, ma che impara a spostare l’occhio su un piano d’osservazione diverso. Il dolore nutrito dalle emozioni primarie entra in contatto immediato con l’agire delle stesse emozioni traducendo la crudeltà della sorte in una ‘poesia del destino’.  

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