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Recensione - Festa su Pacilio 'Ciliegio forestiero' LC 2006

N. Festa su R. Pacilio

‘Ciliegio forestiero’ LietoColle

 

Poesia finalmente d'amore. Rime amorose e sensuali vie di fuga si leggono nelle pagine di Ciliegio Forestiero. Sensualità fatta presente e domani. Estrose e intime sensazioni, grumi o grappoli di tentazione. Sorrisi dell'intimità. Quasi tutti i componimenti di questa raccolta della Pacilio devono qualche cosa alla longevità del desiderio intenso. Non è un caso, infatti, che il volume sia dedicato "alle radici di un amore".
In pochissimi casi, si possono condividere le affermazioni che gli editori rilasciano per presentare al meglio i testi delle loro autrici o dei loro autori. Ecco l'eccezione che conferma la regola, un dono di Camilliti, condivisibile al massimo: "La sua animalità ha bisogno di galoppare carnalmente. Mentre le sua poesia di perdere cromatismi densi, provocatoriamente. Il tempo e il galoppo la nuderanno. E' questo sarà un bene per la sua poesia. Meno per il suo cuore." Senza fronzoli di vario genere e varia natura, un editore esperto, con poche righe, riesce a definire bene l'esigenza che un'autrice da in pasto a lettrice e lettore, parlando (ora) dell'autrice di Benevento.
A poesia fieramente d'amore, siamo davanti. Tratti di "matita grassa" che sanno di pulsazioni e fervore dello spirito. "Vedessi come affonda / il coltello feroce / nella mia carne / trasfigurata. / Penetra / giunge / dietro la pupilla, / ai desideri in ombra."
Le radici di Rita Pacilio, quindi, pulsano. Versi liberi e sminuzzati. Parole incastonate nelle pagine e nel corpo. "Doveri tacere / i respiri della natiche / e le parole." Oppure, con tocco meno vergato da termini spumeggianti, "Le mie venti lentiggini / cambiano forma / sul naso che gocciola." Per scendere (infine), o salire, verso un destino macchiato e solcato dalla malinconia: "Non ho letto la sorte: / quella che guarda / mille caffé / nella tazza grande / (che non preparerò mai io)." Dopo questo intermezzo, ritorna la "coda che inghiotte" e che Vuole atrocemente. E viene con una chiusa di questa intensità: "Ora sei qui / e mi masturbi / la perla inanellata."
Tracce di respiri naturali quanto "animaleschi", per riprendere M. Camilliti, si possono scegliere in quasi tutto il libro. Pure in un breve e non troppo riuscito componimento, che arriva circa a metà libro, si raccolgono minuti validi. Il testo integrale dice "Si respirano nostalgie / sui finestrini / di un treno in corsa. / Le cose / mi vengono incontro / e non mi toccano. / Traballa il seno, / come il budino tiepido. / Senza difese / nell'ultima carrozza / ‘non fumatori'." Mentre a pagina 36 e 37 si riaffaccia una spirale di confessione Estrema. Fibre di tormenti interiori dettati dallo sconvolgimento che giunge dall'esterno, certamente.
Poi, a qualcuno o a tanti o a tante è detto "E della schiena / non saprai / l'arco / quando si dona." Un finale, come si suol dire, pungente e che mozza il fiato.
In questo "ultimo" passaggio, invece, si riceve un pizzico di questione necessariamente significativa: " (...) Non importa il tempo / delle radici in terra feconda, / non sarà lì che torneremo amanti. (...)" 
Nunzio Festa
28 maggio 06


Recensione - Prefazione di Rita Pacilio 'Centellino amore' E. Meloni' LietoColle

Foto E.M.



Prefazione
 ‘Centellino amore’ è un canto che abbraccia latitudini intime e sociali. E’ un impegno maturo che testimonia i valori della vita.
che ogni giorno
indicavi fermo
principi e valori
E’ una memoria storica delle problematiche ideologiche ed esistenziali dell’uomo contemporaneo che attraverso il vissuto emozionale dell’Autore defluisce verso la speranza della rinascita.  La genuina valorizzazione della cultura tende a dilatarsi sulla macro esistenza senza delimitazioni di confine.
e tu
mio figlio
studiando sodo
 Ennio Meloni osserva il contesto socioeconomico e ne descrive spazialità, temporalità e valenza sociale.
A te
che ved’ancor tornare
dalla miniera stanco
 Lo sguardo sociologico del Poeta traduce stati d’animo in messaggi educativi. La memoria personale diventa memoria collettiva. Le voci che coesistono nell’io poetico si fondono ed il verso diventa fecondo di influssi letterari.
 Ennio Meloni filtra in modo profondo le letture della poesia sudamericana. Si lascia affascinare dai timbri e dai registri nerudiani. Ci rimanda all’impegno civile e ci esorta alla coscienza vigile. Esalta l’eros romantico attraverso una identificazione geografica: amore e paesaggio.
 che il tuo sole
buchi la notte
  Così diventa facile ri-trovarsi nel ‘Sonetto dell’amore totale’ o nel ‘Per vivere un grande amore’ di Vinicius De Moraes: (Per vivere un grande amore è molto, molto importante vivere sempre assieme e, se possibile, morire insieme, per non morire di dolore)
abbandonandoci la sera
sullo stesso cuscino
per parlare all’alba
dello stesso sogno.
 Il lettore interagisce con la filosofia dell’Autore che sembra più vicina al modello asiatico che non a quello occidentale. Meloni non sacrifica la visione d’insieme, ma, come gli orientali, dà estrema importanza al contesto in cui il problema o l’oggetto di indagine sono inseriti. Non si sofferma sulle singole parti del sentimento. Non ci mostra solo le sfumate sfaccettature. Cura la sua interezza. Chiede il conto ad una storia che coinvolge mente e fisicità, rassicurandoci. Senza enfasi, quasi sottovoce.
 Ci rinvia a Gabriela Mistral quando  parla alla madre. Amata, stimata, adorata, la figura materna diventa testimonianza del sapere quotidiano e dei segreti metaforici.
A quello scricciolo di donna
segnata dal tempo dalla fatica e dalle lotte
e ci permette di assaporare versi che sanno di memorie di casa
pace di pelle
di miele e di pane
echeggiando la poesia di Carmen Yànez.
  Ennio Meloni sa come portarci per mano lungo la strada dell’Amore completo. Ci insegna a sviluppare una qualità importante: la resilienza. Attraverso il suo canto vuole che la nostra volontà persista nella scelta consapevole costruttiva al fine di raggiungere obiettivi senza farci abbattere da alcuna avversità. Consiglia al lettore le carezze donando alla nostra autostima gesti e parole di affetto che pure sanno quietare:
pace di parole sussurrate
di carezze
a confermare
a rassicurare.
 Le immagini descrivono un amore nuovo e agognato come fonte risanatrice. Si vestono di un linguaggio – l’ibridazione della forma di Gonzalo Rojas - che congiunge il quotidiano al poetico, la materia allo spirito:
gli occhi e le orecchie
sanno ancora di te
ma le dita
la bocca…
 Il Poeta non sfugge al tempo e si nutre di ricordi secondo una giusta misura, è padrone della sua esperienza. Si tratta di un tempo leggero, che non ha lasciato cicatrici, che sa di meriggio, che cammina avanti, che non dissolve le vivide cose:
Ripenso
a quel poggiar le dita
su un finestrino
modella il suo essere ad un tronco mostrando il suo petto nudo che nelle sue mutazioni oltre ogni tempo si alza di armonia e verità:
Osservo le mie braccia
come rami rinsecchiti
che inseguono
il cielo
 Il suo è un dialogo che arriva direttamente alle radici. L’Autore scava una buca nella terra, a fondo. Innaffia il suo amato terreno perché possa meglio aderire all’albero da piantare. Poi nutre la terra fresca con foglie ingiallite perché non arrivino erbette nocive a togliere nutrimento alla pianta nuova.
 Diventa lui stesso albero, ginepro, forte, resistente alle intemperie. Sopravvive per vivere pienamente il suo ‘voglio’. Ha bisogno di sole, di acqua e di luce notturna. Vuole veder crescere il suo tenero amore nelle prime gemme dischiuse.
 Centrale il segno di fiducia, di estrema speranza che l’Autore vuole lasciarci per l’avvenire: Ennio sa che quella presenza viva richiamerà un giorno il ricordo di chi ha dialogato tra terra e cielo palpitando come un fruscio di foglie.

Rita Pacilio

Recensione - Postfazione di Giorgio Linguaglossa 'Alle lumache di aprile' R. Pacilio - LietoColle

Postfazione

Se nella prima metà del Novecento la poesia femminile è praticamente assente (eccezion fatta per Ada Negri, Sibilla Aleramo e Antonia Pozzi), è dalla seconda metà del secolo scorso che essa registra una presenza in incessante infoltimento. Pier Vincenzo Mengaldo in Poeti italiani del Novecento prendendo le mosse dalla riflessione sulla poesia di Amelia Rosselli, e riferendosi alla poesia femminile della generazione immediatamente seguente, scriveva che siamo di fronte ad «una scrittura, o piuttosto a una scrittura-parlato, intensamente informale in cui per la prima volta si realizza quella spinta alla riduzione della lingua della poesia a lingua del privato». Questa intuizione si è rivelata azzeccata per quanto riguarda la poesia di Antonia Pozzi, Alda Merini, Cristina Campo e Helle Busacca, ma rischia di diventare imprecisa e addirittura fuorviante se la applichiamo alla poesia femminile delle generazioni successive, che ha ormai metabolizzato e interiorizzato la parificazione esistenziale e sociale con il rispettivo coté maschile. La generazione della poesia femminile degli anni Novanta ha abbandonato la poesia di impegno femminista e la tematica amorosa al femminile; la lingua del privato è diventata la lingua del pubblico, un intero universo del demanio «privato» è diventato «pubblico», le inquietudini del «femminile», sono non dissimili dalle introspezioni e dalle problematiche che si rinvengono presso il coevo coté maschile. Dalla lingua del privato la poesia femminile degli anni Novanta si muoverà in direzione di una poesia del «concreto», e che cosa c’è di più «concreto» di una poesia «erotica»? – La generazione della poesia femminile degli anni Dieci preferisce leggere il «quotidiano» e il «privato» attraverso la lente della destrutturazione del «soggetto». È il trattamento dell’«oggetto» che costituisce il differenziale stilistico e, di conseguenza, la posizione dell’«io» poetico muta il suo punto di vista e il suo luogo. Nel frattempo, la nuova poesia femminile  vede radicalmente mutate le condizioni del fare poesia: si dissolve completamente la poesia di protesta e la problematica femminista della generazione immediatamente precedente, scompaiono lo sperimentalismo e il mistilinguismo, emerge il «quotidiano», la «cronaca», la teatralizzazione dell’«io», il commento dell’«attualità», l’erotizzazione del «privato»; la poesia femminile diventa più «laica» (nella misura in cui desacralizza il «sacro»), tendono a scomparire le rigide partizioni dei «generi» e, all’interno del «genere», tendono a scomparire le differenze di trattamento delle «tematiche». In breve, anche la poesia al femminile diventa post-moderna.
Storicamente, nell’area della «nuova poesia modernista», una menzione particolare va dedicata ad alcune poetesse che hanno avuto il merito di aprire nuovi scenari alla poesia contemporanea, accantonando l’idea di una poesia al femminile o di una poesia di mera protesta della condizione femminile.[1]
Tipico dell’approccio modernista è il suo giungere in ritardo in Italia rispetto al coté europeo: è durante gli anni Ottanta e Novanta del Novecento che la poesia femminile ha, nel nostro paese, uno sviluppo prima impensabile, effetto della intervenuta rivoluzione femminile del «privato» e prodotto dell’assestamento della condizione femminile in chiave neomoderata e conservatrice.
Si verifica così, in una poetessa della nuova generazione come Rita Pacilio, il trattamento erotico della tematica amorosa, dove il deuteragonista maschile è diventato «oggetto» di un «soggetto» attivo e febbricitante. L’equivoco da dissipare è che si leggano queste poesie come una trascrizione dell’esperienza vissuta dell’autrice. Nulla di più erroneo. Il carattere distintivo di questa poesia è, invece, a mio avviso, il trattamento rigorosamente erotico-estetico della materia di vita («hai scavato nel sangue bollente / e svuotato l’anima / fino a dove comincia la terra. / Credevi fossi finita? // Vedi come sono morta!»), senza che nulla del «privato» sia in effetti riconoscibile. Il trattamento stilistico ha questo di vero: che riconduce tutte le sfumature ad un’unica sfumatura, ad una omogeneizzazione stilistica.
La poesia femminile  ha ereditato la crisi di linguaggio della poesia moderna. Se, come scrive Baldacci, la Valduga «non è un poeta in crisi, ma un poeta che parla con la crisi, servendosene». Rita Pacilio ha ereditato la crisi ad un punto che non è più possibile operare con il bisturi del chirurgo, ad un punto che accetta una finzione: accetta la scrittura poetica come se la crisi non si fosse verificata affatto e non fossimo nel bel mezzo di una crisi del linguaggio poetico. Se consideriamo che il dopo Montale ha lasciato un ventaglio aperto di possibilità espressive senza però un linguaggio poetico condiviso, capiremo il perché e il per come dagli anni del riflusso, gli anni Ottanta, fino alla fine del Novecento la poesia erotica sia stata, in sostanza, un oggetto di trastullo e di ghiribizzo, che si è nutrita dei regesti e delle anticaglie dei linguaggi poetici diroccati e fracassati. Oggi, di fatto, c’è una situazione di impossibilità che ha lasciato dietro di sé il discorso di Montale. Oggi non è più possibile dire né meglio né peggio con quelle parole, semplicemente non si può dire nulla di diverso e di nuovo. In questa camera stilistica iperbarica qual è divenuta la poesia contemporanea, dove i piccoli ritocchi si fanno come in frigidaire, sono ammessi ancora dei giochi, ma il più importante, il gioco erotico è al di fuori della poesia, nel mondo del «reale»; il ruolo della poesia moderna non è più «quello di chi si diverte a ritagliare il linguaggio degli altri, a lavorare di forbicine e colla» (come scrive Baldacci riferendosi alla poesia della Valduga) ma quello, direi, di ricostituire il nuovo traliccio del linguaggio poetico e il suo rapporto con il «reale». E non è un compito da poco.

Giorgio Linguaglossa






[1] Patrizia Valduga con Medicamenta (1982), Medicamenta e altri medicamenta (1989), Cento quartine e altre storie d'amore (1997); Giovanna Sicari con Decisioni (1986), Sigillo (1988), Uno stadio del respiro (1995) e Epoca immobile (2003); Maria Rosaria Madonna con l’unico libro pubblicato: Stige (1992), morta nel 2002; Giorgia Stecher con Altre foto per album (1996), libro uscito postumo; Maria Marchesi, di cui ricordiamo i due volumi pubblicati: L’occhio dell’ala (2003) e Evitare il contatto con la luce (2005). Seguono poetesse di varia provenienza culturale che hanno un approccio disparato alla poesia: Chiara Moimas con L’angelo della morte e altre poesie (2005); Lidia Are Caverni con Un giorno e poi (1985), Nautilus (1990), Il passo della dea (1999), L’anno del lupo (2006); Laura Canciani di cui ricordiamo L’aquila svolata (1983), Da questi occhi (1986), Il dono e la meraviglia (1989), Lo stesso angelo (1998), Il contagio dell’acqua (2009); Maria Rita Bozzetti con Monade arroccata (2008); Rosita Copioli con Splendida lumina solis del 1979 e Furore delle rose del 1989. Con la terza raccolta, Elena, del 1996, il periodo di punta del movimento «mitomodernista» è già nella sua fase di naturale riflusso; con l’ultimo libro: Il postino fedele (2008) siamo già in una temperie modernista; e poi Maria Consolo di cui ricordiamo: Da sola a solo (1998),  Coi macigni e l’erbe (2000), Dissonanze (2003), In queste stanze (2006); Anna Ventura con Nostra dea (2001) e Cinquanta poesie (2003); Maria Benedetta Cerro di cui ricordiamo il libro Allegorie d’inverno (2003); Isabella Vincentini con Diario di bordo (1998) e Le ore e i giorni (2008), Daniela Marcheschi con Sul molo foraneo (1991), Lidia Gargiulo con Penelope classica e jazz (1994) e i segni di proserpina (2006); Gabriella Sica con Poesie familiari (2001) e Le lacrime delle cose (2009); Manuela Bellodi con La prossima volta  (2008). Delle nuove generazioni segnaliamo  Elena Ribet con Diario dei quattro nomi (2005) e Serena Maffìa con Il ragazzo di vetro (2005).


Recensione - Pacilio su Farabbi 'Solo dieci pani' - Poesia 'Da queste parti le creature non conoscono il mare'





X .Da queste parti le creature non conoscono il mare.

Racconto il movimento degli azzurri.
L'orizzontalità cangiante.
L'impossibilità del taglio.
L'unico, il lunghissimo, lontanissimo
lato.

Ma nessuno lo chiede.
Stanno in terra, dentro la notte,
guardando la profondità del cammino
con il fuoco che dal petto
gli fa luce.

Poi, quasi all'alba, prima del tuorlo,
mi tolgono l'argilla dagli occhi
leccandomi il muso.


Anna Maria Farabbi


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Solo dieci pani di Annamaria Farabbi
Commento poetico di Rita Pacilio



‘Cara mamma ho imparato a mangiare la neve…’  Anamaria Farabbi conclude così il suo elaborato poetico ‘Solo dieci pani’; con un calco, un’impronta, un’espressione visiva che ipnotizza, una dichiarazione, un testamento in prosa/poesia capiente di tutto il suo macinato e catalizzato essere umano di non comune sensibilità.
Il Poeta rielabora la memoria e l’attesa disponendosi all’apertura del giorno che viene denudando lo spirito dalle potenziali ambizioni o dai pericoli del tempo. E si presenta al lettore come ‘la bambina addormenta la montagna sua nonna’ perché il tempo è fatto di creature che danno voce ad una cosmogonia polifonica, universale, aperta e senza centro: ‘respiro il volo e torno interiormente a volarlo/ così respiro anche la madre del nido/ e del volo’.
La poesia della Farabbi è rivoluzionaria, come quella di Mario Luzi: è una voce soggettiva in un plurimo sussurrare umano. L’Autore non ci propone la sua personale prospettiva ma lascia che siano gli interlocutori a tornare con i propri canti, a rimanere, a possedere, a spasimare, ad andare: ‘continuiamo a tremare/ mantenendo a stento l’equilibrio’
Il percorso è terreno e spirituale ad un tempo. Trasuda di ardore come il verso di Czeslow Milosz, riflettendosi in un magico specchio: l’attesa dell’intelligenza viva garantisce il senso e la salvezza di un possibile rigenerare la sacralità della vita.
Così il congedo è amore e vita e dà un senso dolce alle ombre presenti nella nostra anima comprendendole e, come Montale, accettandole fino a ritrovarle nella storia del mondo.
Lo sguardo è misericordioso e si spinge fino allo scioglimento possibile delle stagioni temporali dei ‘dieci pani’: premesse trasparenti di una memoria quasi perfetta e ricomposta che sa decifrare il senso dell’ultimo segreto.

Rita Pacilio

Premio letterario - Premio San Leucio : segnalazione per R. Pacilio

Premio San Leucio : segnalazione per R. Pacilio

28 novembre 2010
15^ Edizione PREMIO LETTERARIO NAZIONALE
di Poesia e Narrativa
“CITTA DI SAN LEUCIO DEL SANNIO”
sezione C – Poesia edita
Segnalazione speciale della Giuria

Alle lumache di aprile di Rita Pacilio – Lietocolle

Commento di Lorenzo Vessichelli


Nella complessa tessitura dei versi e nella terminologia, ben dosata, è irretita l’ispirazione peculiare del momento. L’anima, quasi per trasbordìo da parte del lettore, è affascinata e drammaticamente, con un’inevitabile inquietudine, approda in un’alcova di vissuta carnalità. Ad essa si unisce un amore intenso, a volte disperato, sognato, perché affonda le radici nella solitudine, nell’incomprensione, nell’incertezza, nel desiderio spesso non pienamente appagato. La coscienza dell’Autrice è prostrata ed obnubilata per i sensi attanagliati in un indicibile dolore, senza tregua. Ne consegue che le fibre del corpo si piegano sotto la sferza del quotidiano imponderabile.
Rita Pacilio, ben consapevole, si compiace ed ama adagiare il suo essere in un fulgore irreale, nonché soffuso di inusitate tonalità che, in parte, edulcorano quel persistente marchio bruciante. Rimane, infine, quel perenne turbinio psicofisico, intuitivo, trasognante, enigmatico che va sfrondando la sfera del dubbio e s’acquieta nell’onda della Poesia.

Lorenzo Vessichelli

Rassegna stampa - Applausi al Doria di Milano per l'Event Special trio Pacilio Fasoli Colombo

25 novembre 2010

NTR 24 Direttore Editoriale Geppino Grande
Categoria: Cultura&Spettacolo
Applausi al Doria di Milano per l'Event Special trio Pacilio Fasoli Colombo
Al Jazz Club Doria di Milano per l’Event Special
(Direttore Artistico Roberto Baciocchi)
si è esibita Rita Pacilio trio con Claudio Fasoli ai sax e
Massimo Colombo al piano, elettronica.
Rita Pacilio, poetessa e cantante jazz sannita
ha presentato il suo programma artistico
 ‘Jazz in versi’ proponendo alcuni brani del suo
Album ‘Infedele’ edito dalla ‘Splas(h) Records’
di prossima uscita, album i cui testi sono
della stessa Pacilio e sono quasi tutti tratti
dalla sua recente raccolta poetica ‘Alle lumache di aprile’
edita da LetoColle di Michelangelo Camelliti,
che già vanta alcuni premi letterari nazionali.