http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/05/19/rita-pacilio/
La poesia come impegno contro tutte le forme di violenza:
la trilogia dei corpi offesi.
1. ‘Non camminare scalzo’ – Edilet Edilazio Letteraria, 2011
Non camminare scalzo è l’incontro con la sofferenza propria e
dell’altro. Lo sguardo è centralizzato sullo spazio interno del proprio
vissuto e la dimensione parola poetica permette di esprimere il senso di
alcuni momenti della vita come esigenza di mettere a fuoco meccanismi
interlocutori, seppur intimistici, per portare a nuove vie di unione
concrete e sociali. L’altro diventa l’allarme di una comunicazione
difficile con se stessi o che non avviene più … (dall’introduzione
dell’autrice)
La memoria si fida di me ed io stringo i limiti, ritrovo
l’imbroglio, sento il tradimento.
Si arresta il dormiveglia, l’anima
superba beve birra e ammutolisce.
Nessuno chiede verso dove, verso quando,
verso chi lasciare cadere
queste mele marce. Il vento. Il vento asciuga
il sangue dal naso. Cosa ti porto?
Il mio orizzonte è tondo, sono di nuovo
al punto di partenza. Mi concedo.
Mi sono coricata sulle scale
tra i calcinacci del mio corpo
oro cado dall’intonaco nuovo
trapasso i muri con le ali.
Sono un fantasma incandescente
– ancora una volta –
il dolore impronunciabile
si sposta nelle ossa della gente.
Si paralizza nei figli bastardi
corre nei passi dei marciapiedi.
Se volessi separare l’unità
dell’infinito universo che sono
dovrei morirti mille volte ora
e trascinare la luce con me.
La morte cammina dentro al petto
come la tua lingua mi masturba.
Lo stupore dell’andare a tempo.
giorni fa c’era il sole sul tetto
un cielo rovesciato
ed io nella tegola riflessa.
2. ‘Gli imperfetti sono gente bizzarra’, LVF 2012
Poche opere di poesia mi hanno colpito recentemente come questa
raccolta di Rita Pacilio. Un dolente e splendente diario,
personalissimo, dove la forza dei versi fila, tesse e spacca la
mormorazione in cui pure restano raccolti, pronunciati da quel luogo
inespugnabile che è lo spazio dell’essere sorella. [...] Il libro è
visionario e intimo, ma in forza di una speciale qualità di composizione
e di concentrazione, evita tutti i rischi che si incontrano in un corpo
a corpo così stretto con l’abisso. [...] la voce di Rita Pacilio viene
da un luogo intimo e indifeso. La poesia-sorella non osserva, è una
destinazione comune, un luogo carne sangue comuni e indivisibili. Un
amore che è conoscenza. L’osservatore è in un luogo altro rispetto al
gorgo, alla pena, la sorella no. La sorella, lei sola conosce. [...]
Tutto il viaggio all’inferno, questa dura traversata, dove i versi sono
d’una bellezza sfiancate e maestosa, hanno un centro di diamante,
castissimo e brillante: «Ho parlato al tuo corpo fraterno». [...]
Pacilio mostra in questo libro una qualità di misura e di potenza
emblematica che la accosta ad alcune voci della migliore poesia
italiana. [...] se dunque si vorrà cercare un altro gruppo di pagine a
cui accostare queste, per luminosa impenetrabilità, per rispettosa forza
e arrendevolezza, si dovranno aprire le lettere di Paul Claudel alla
sorella Camille. Anche là bruciava inintelligibile una fraternità
scossa, devastata e pur incrollabile … (dalla prefazione di Davide
Rondoni)
Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.
Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà
pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.
Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare
stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino
è un cerchio senza fine.
***
Verso nord-ovest aumenta la scogliera
si arrampicano le acque
dove si posa la clemenza
le alghe consegnano umori tra dita.
Convulsi baci a pieni polmoni
all’abisso che rimane tra i denti.
I folli hanno labbra di rosa vermiglio
ginocchia conficcate nella gola
quelli del primo piano chiedono l’ora
collezionano dossi per l’inverno.
Scrivono sui marmi con il trucco
e sbavano meduse sul mento
quelli del secondo piano tremano
il morbo che cresce nell’addio.
***
È un morso prudente l’oscurità
un disegno fatto di assenze.
Si denuda l’incavo della spalla
svuotato dalla mano
come un gheriglio
una lumaca.
Amore mio io sono questa:
la bellezza del circo,
la colpa di aver gridato
nel tuo gambo mendicante.
O forse
l’inquieto participio
e l’ora scandita del risveglio.
Non capirò mai niente del nome della sera
dei lampioni spogliati come donne
e di te che ti sfaldi sul muro di casa.
3. ‘Quel grido raggrumato’, La Vita Felice 2014
La raccolta, che segue Non camminare scalzo e Gli imperfetti sono
gente bizzarra, chiude una trilogia sull’inquietante e doloroso cammino
attraverso i temi dell’emarginazione.
Il volume si presenta come un manuale del sopruso, contro chi
ambisce variamente manovrare il corpo delle donne e dei fanciulli.
Ovvero un trattato, balisticamente in versi, dove viene differenziato il
mammifero maschio (e talvolta femmina) che la suddetta opera scellerata
compie per piacere, lucro, lavoro, biologia, vendita carnale.
Il corpo poetico, in questo libro, ricerca, enuncia e precipita, in
modo finanche notarile, la pratica maneggiona di coloro che si
condannano per un realismo moralmente e socialmente insignificante.
Rita Pacilio, attraverso la poesia, nomina l’innominabile nella
prospettiva dell’educazione, della rinascita, della ricostruzione.
(dalla quarta di copertina)
***
Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni
e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.
Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole
scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.
Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti
eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno
fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani
intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.
Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili
un lappare lento, immaturo
che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia
nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.
***
L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo
i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira
un mandarino intero riempiva la bocca e la gola
nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria
il suo esame di idoneità, la preparazione al primo
cliente la rendeva frutto acerbo del cactus
desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni
e spinge guardandosi intorno che sia coperto
dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni
ma sintonizza il morso e il liquido che cola
dalle due bocche aperte lungo una linea comune
in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine.
***
Deve aver penato tanto nel rovesciarsi sfacciata,
pronta, passata in tutti quei giorni che sono ancora qui,
senza risate. L’hai accompagnata fingendoti sorpreso,
prato che ha sete incenerito dalla ripetizione delle regole,
spuma bucata schizzata sul vetro che stupisce appena
e impoverisce. Chiude.
Ogni rovina conserva navate sgretolate nelle notti paurose
dei motel addormentati dove finisce la tonalità romantica
e si inclinano le tracce opache, nascoste nell’elenco corretto.
Lì c’è stato il temporale dalle tinte ingenue, quasi monacali
la rabbia del video passava sullo schermo un pompino
fatto con la devozione del ringraziamento. Era stata un’altra
la prima della lista.
Chissà il colore dei capelli.
Pacilio Rita è nata a Benevento, Sociologo, Mediatore familiare e dei
conflitti interpersonali ha lavorato nell’ambito dello Sviluppo delle
Politiche del Lavoro e nelle progettualità della Casa Circondariale di
Benevento trattando il disagio sociale e la Prevenzione delle
dipendenze.
Poeta, Scrittrice, Collaboratore editoriale si occupa di Poesia, di critica letteraria e di Vocal jazz
Pubblicazioni
• “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; Edizioni Scientifiche Italiane –anno 2003
• “Tu che mi nutri di Amore Immenso” Silloge Sacra Nicola Calabria Editore (Patti, ME) 2005
• “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare” Nicola Calabria Editore (Patti, ME) 2005
• “Ciliegio Forestiero” LietoColle 2006
• “Tra sbarre di tulipani” LietoColle 2008
• “Alle lumache di aprile” LietoColle 2010
• “Di ala in ala” (Pacilio – Moica – dialogo poetico) LietoColle 2011
• “Non camminare scalzo” Edilet Edilazio Letteraria 2011
• “Gli imperfetti sono gente bizzarra” La Vita Felice 2012
• “Il cigno del lago” Pulcino Elefante di A. Casiraghi 8 aprile 2013
• “Quel grido raggrumato” La Vita Felice 2014
Nell’agosto 2006 l’autrice presenta al grande pubblico il progetto “Parole e musica” – Jazz in versi: contaminazioni.
Discografia: ‘Infedele’ Splasc(h)Records
Premiazione - 'Quel grido raggrumato' di Rita Pacilio - LVF, 2014 risulta 1° classificato - sez poesia edita - XX PREMIO NAZIONALE DI POESIA “ TRA SECCHIA E PANARO” 2014
Primo Premio - Poesia Edita 'Quel Grido raggrumato'
Rita Pacilio - La Vita Felice, 2014 - 'Tra Secchia e Panaro' XX
Edizione 2014 Modena
Motivazione:
Le hanno insegnato l’arte di star muta.
Le hanno portato due maschi già duri e pronti,
mascherati. Poteva guardare senza lacrimare,
né ansimare, senza dire. Era negra.
C’era la nebbia in quell’alba di febbraio sul lago.
Le tragedie sono una farsa preparata, lei credeva
di saper morire in modo impassibile,
senza arrossire. I colpi sono rocce che reggono
ignoranza, generazioni che cadono a picco
negli abissi deformi della nevrastenia.
Il dolore esplode in una risata e ricerca il tremore
vuole l’immobilità dopo la burrasca.
E avvampava di pudore
nausea che mai intirizzisce la sua foglia al duello intimo
mai bastava il peso a penetrare la dignità ancora bianca.
Rita Pacilio
http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-primo-premio-tra-secchia-e-panaro-a-rita-pacilio-2668.html
Motivazione:
Le parole della poetesa Rita si innalzano prorompenti e analizzano dalle profondità del cuore alcuni temi che si estendono tra l'inquietudine, la sofferenza e l'emarginazione, aiutando il lettore a riflettere sulle situazioni che da sempre angosciano l'essere umano, in particolare di quelle donne e di quei bambini che, in molti paesi, perdono la propria libertà e la propria dignità vendendo o vedendosi mutilato il proprio corpo. Questa raccolta di Rita Pacilio diventa un canto propedeutico e un impegno pedagogico a combattere tutte le forme di violenza (e non solo quelle subite dalle donne africane del Mali), un canto pregnante di innegabile ricchezza di immagini che a volte sfiora la rarefazione di un quadro impressionista, di un luogo, di un volto, di una situazione della vita delineandoli in versi precisi e soffusi di vera e rara poesia.
Antonio Maglio
Le hanno insegnato l’arte di star muta.
Le hanno portato due maschi già duri e pronti,
mascherati. Poteva guardare senza lacrimare,
né ansimare, senza dire. Era negra.
C’era la nebbia in quell’alba di febbraio sul lago.
Le tragedie sono una farsa preparata, lei credeva
di saper morire in modo impassibile,
senza arrossire. I colpi sono rocce che reggono
ignoranza, generazioni che cadono a picco
negli abissi deformi della nevrastenia.
Il dolore esplode in una risata e ricerca il tremore
vuole l’immobilità dopo la burrasca.
E avvampava di pudore
nausea che mai intirizzisce la sua foglia al duello intimo
mai bastava il peso a penetrare la dignità ancora bianca.
Rita Pacilio
http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-primo-premio-tra-secchia-e-panaro-a-rita-pacilio-2668.html
Premiazione
domenica 01 giugno 2014 ore 15,45 -
Partecipazione - 30 maggio 2014 Pozzuoli (NA) - Rita Pacilio trio al White Chill Out
Rita Pacilio trio
Vincenzo Saetta Sax
Antonello Rapuano Piano
Rita Pacilio
Venerdì 30 maggio alle ore 20.30
al White Chill Out
via Giacomo Matteotti, 48 Pozzuoli
Vincenzo Saetta Sax
Antonello Rapuano Piano
Rita Pacilio
Venerdì 30 maggio alle ore 20.30
al White Chill Out
via Giacomo Matteotti, 48 Pozzuoli
Partecipazione - Milano Festival della Letteratura - 6 giugno 2014: Pacilio e Fasoli: 'Il corpo offeso'
http://www.festivaletteraturamilano.it/salone/6-giugno-2014/
http://poesia.lavitafelice.it/evento-milano-6-6-14-rita-pacilio-e-claudio-fasoli-il-corpo-offeso-1534.html
il 06.06.2014 dalle ore 18.30 alle ore 19.20
Ex Fornace di via Gola, il 06.06.2014 alle ore 18.30, alzaia Naviglio Pavese 16, Milano
Festival della Letteratura Milano - Salone Piccola Editoria - RITA PACILIO: il corpo offeso; reading performativo con incursioni sax di Claudio Fasoli
La poesia come impegno contro tutte le forme di violenza. L’incontro con la sofferenza propria e dell’altro; lo spazio dell’essere sorella: un dolente e splendente diario, personalissimo, dove la forza dei versi fila, tesse e spacca la mormorazione; un manuale del sopruso, contro chi ambisce variamente manovrare il corpo delle donne e dei fanciulli. Rita Pacilio, attraverso la poesia, nomina l’innominabile nella prospettiva dell’educazione, della rinascita, della ricostruzione.
Come arrivare:
Mezzi pubblici:
- Metropolitana Verde Linea 2, Fermata Porta Genova
- Tram n. 3 - 9
- Autobus n. 47 - 59 - 325
- In treno stazione P.ta Genova FS (Treno regionale Trenord)
Recensione - Plinio Perilli legge 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - La Vita Felice, 2012
COME INNO DELLA LINGUA
ABITERÀ AMORE
Dona Amati & Rita Pacilio
Giovanned’arco di Animus e Anima
ovvero
Poetare il corpo del desiderio
Desiderare il corpo della lingua
Inventare l’argilla dei corpi amorosi
Dopo anni di assurda banalizzazione – ahinoi – della poesia “al femminile” (inevitabile e consacrato frutto delle rivendicazioni femministe e di tutte le rivalse psico-socio-culturali dei decenni di lotta contro le sciagurate ma concrete disuguaglianze, perfino a livello, diciamo così, “artistico” e “creativo”!), fa piacere poter tornare a leggere poesie di poeti “donne” con la gioia bipartizan di un vero approdo espressivo, che per fortuna spiazza e spazza via ogni accezione, collocazione, menzione, porzione, limitazione… di Verità.
Finalmente BASTA! con le ormai vetuste categorizzazioni e agnizioni delle Donne in Poesia e compagnia bella, che ci hanno educato, formato, entusiasmato, ma a lungo andare anche stancato, oberato, fuorviato dal ’68 in poi, nella provvida fornace civile, etica ed emotiva dei progressisti – manichei? – anni ’70, impennati ma anche invischiati di urgenze velenose, faziose… La poesia, se ha sesso, ha quello insieme dell’Anima e del Corpo: o meglio, per usare una grande intuizione di Sabina Spielrein (allora amorosamente legata a Carl Gustav Jung, diciamo, come paziente in transfert, ma anche musa di un appassionato contro-transfert), di Anima e Animus – uscendo definitivamente da ogni sterile pretesa o categoria scientifica… Correlate, eppure in fertile, calamitante distinguo, esiste dunque un’anima corporea, infibrata d’impulsi e pulsioni, desideri, eventi e avventi del dio Eros; così come una suggestione, una presenza, una strenua valenza corporale, una densa ipoteca fisica, tattile, epidermica, viscerale, umorale della medesima anima anche mentre si libra eterea ad amare e farsi amare…
Due libri recenti, uguali e contrari, di due brave poetesse contemporanee, Dona Amati e Rita Pacilio, mi hanno appunto riportato alla salvezza e salvazione di questi opposti – tra metodo e contenuto che è insieme psichico e formale, lirico ed esistenziale: il concetto junghiano (e alchemico) di vaso ermetico (e cosa lo è più di un’opera, di un libro!), in cui possa avvenire la trasfusione, la distillazione, la coniunctio oppositorum, e si compia l’opus, cioè la trasformazione, diciamo pure la sublimazione del mistero degli opposti… Dove ogni poeta, sia ben chiaro, dà a questa valenza il nome, il senso che più gli aggrada: Anima e Animus, Corpo e Spirito, Femminile e Maschile, Poesia e Prosa, Volontà e Ragione, Essere e Tempo, Arte e Storia, Idealismo e Realtà –: ma tutto in sapienza, vorticante assieme, libero e redento…
Per obbedire al corpo, vuol proprio dirci Dona Amati (Riguardo all’obbedienza – Poesie dal corpo), dobbiamo essere per davvero signoreggiati dall’anima – e ancor più signoreggiarla…
Ti desidero la linea
l’eruzione della pelle
farti tramontare la lingua
all’orizzonte del seno
io zitta come
casualità bianca di scogliera
che cerca spinge
carnalità messaggere
dell’incanto del mondo.
Attenzione: “Poesia dal corpo” – non “del” – poesia dunque che ci giunge dal corpo, ma non del tutto gli appartiene, se si fonde e trasfonde all’energia, all’anima stessa dell’amore; se si transustanzia in un rito o sacramento che entrambi li prende, ci esige all’unìsono:
Sto portando fuori dal corpo
singolarmente
le oscillazioni insonni
dell’osmosi viva
del sesso sonoro.
Un’unica cellula rossa
s’addensa di noi
e appesantisce le tue mani
della sapienza femmina
che t’invocai quando nuda
inventavo l’argilla dei nostri corpi.
Ha ragione Letizia Leone nella lucida, partecipe post-fazione, “Centralità del corpo”, a ricordare le ipoteche maligne di tanta e tale – incommensurabilmente sana, benedetta! – energia d’Eros… Ma anche a invocare, riconoscere la potenzialità salutare e terapica di “questa ampia distesa metafisica” che “attraversa la poesia carnale”, e la riscatta, l’arricchisce finanche in qualità espressiva, istintiva genialità di forma : “Qui la dimensione energetica dell’erotismo coincide in pieno con la qualità primaria della poesia che è puro piacere della forma, un percepire sensoriale che riporta le parole alla loro dimensione concreta e tattile, sensuale”…
Ricordiamo del resto un saggio fondamentale di Freud, “Contributi alla psicologia della vita amorosa” (1910-1918), capace al solito di svelarci assai scomodi e talvolta obbrobriosi arcani della Psiche (specie di quella, ahinoi, maschile):
“… La principale misura protettiva presa dagli uomini contro il verificarsi di un disturbo del genere a causa di questa scissione del loro amore, consiste in una devalorizzazione psichica dell’oggetto sessuale, riservando così la sopravvalutazione che normalmente gli si rivolge, all’oggetto incestuoso e ai suoi rappresentanti. Non appena si realizza la condizione di devalorizzazione, la sensualità può esprimersi liberamente e si possono sviluppare notevoli capacità sessuali e un alto grado di piacere.”…
Incredibile dictu: “devalorizzazione psichica dell’oggetto sessuale”… Quando tutto il ruolo e il sogno e il bisogno della poesia sono perfettamente all’opposto! È tempo, è tempo da troppo tempo – ci direbbe Dona Amati (nomen omen! Dona agli Amati! Amati doni!) – di trasformare l’oggetto in soggetto, di essere sempre oggettivamente soggettivi!
Ora sei tu che scivoli come
un’unghia che ha sacrificato la presa,
non ci salva più la fretta anchilosata sul sesso
i corpi marciscono al primo orgasmo, la voglia
dismette la sua sete, una bancarotta ai sussulti del piacere.
È quella foga di andartene, il soldo di latta del tuo bottino
che pretende pagar d’ufficio la mia rabbia.
Resto, indigente – e illesa – come un dio infame.
*********
Ancor più ci consola e s’accanisce a innamorare, eccitare il Bene la poesia di Rita Pacilio, non meno ardua e coraggiosa di quella di Dona nello sdoganare le antiche, vetuste formule delle convenzioni e convinzioni… Gli imperfetti sono gente bizzarra è molto di più di un elogio dell’imperfezione, è la consacrazione e il ribaltamento di ogni fallace dogma di ciò che è equilibrio, canone, misura, metro campione, recta via – direbbero i dediti uomini di fede, sapienti sia dell’Altissimo che dell’altrove…
Ha tolto lo spillo dalla costola
dove la Santa si scioglieva rossa
nello specchio del cielo cotonato
nell’orologio che lo ignora.
Che è un gioco del dio cieco
sotto le crepe limpide di acqua
rimodella i collant
mezza sorda di perdono e vita.
C’è insomma una fede (“una sola fede diventare burrasca”), un miracolo nella dismisura, nella ferita, nella Imperfezione che ci avvince d’anima e risana il corpo, omeopaticamente, dello stesso male contro cui si agiva, che ci impediva di agire…
Conosco tragitti della mancanza
che dividono a metà le braccia
il dubbio è nell’angolo destro
se questa è l’estate dei saluti.
Rientra in gola l’urlo e la lancia
nella cella pietrifica l’anima
si tengono strette due rose bianche
chiavi e chiavistelli il sigillo.
“Il libro è visionario e intimo,” – scrive nella prefazione un ammirato, fervido Davide Rondoni – “ma in forza di una speciale capacità di composizione e di concentrazione, evita tutti i rischi che si incontrano in un corpo a corpo così stretto con l’abisso. Voglio dire i rischi del ripararsi, del coprirsi dietro la letteratura, i luoghi comuni, lo stereotipo.”…
L’abilità di Rita Pacilio è insomma di parlare al corpo – il suo, quel del suo uomo, ma anche di tutti gli altri da sé, cittadini, degenti, pazienti, lettori d’ogni seme infuriato, di tutte le foglie sulla via o le file di formiche sui bordi – sempre e solo con l’anima. E al contempo di convocare sempre e solo l’anima con prove e dedizioni corporali, turgide estasi o sfinite estenuazioni fisiche (una ininterrotta contro/estasi di Santa Teresa? – inopinata ma berniniana come il neo-barocco sinuoso, danzante, dei suoi versi, madornali e sacri, bruniti e lampanti di misticismo)…
È la caviglia che porta l’altra me
o un tacco, un colpo lascivo
potrai inalare muschio dai reni
forse sono stata senza errori
nell’isolamento.
Ma allora? Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? titolava Carver una sua asciutta, lapidaria raccolta di short stories, nemmeno troppi anni fa (1981). Gli rispondiamo, ci affabuliamo con due risposte in versi delle nostre due amiche e campionesse, giovanned’arco d’amore.
Rita: “L’amore prevede due bugie / una crepa nel monte / un verbo finito sul petto / dove i canneti hanno smesso di dire. // Lontano dal battito dell’altro.”
Dona: “L’amore non è mai innocente, nemmeno / fatto di tempi morti. / E se scortica l’anima a blandi pezzi, / è risulta di facili bocconi d’eros. / Non più giaciglio di sinapsi.”
Per tornare davvero a inventare l’argilla dei nostri corpi; per rimeritare ogni inquieto goduto amplesso come rito d’anima, cielo in una stanza, abisso di sole: “se nasci nuovamente giovinezza / senza le rughe mi farai l’amore”.
Confessava Sabina Spielrein al suo Diario, in data 15.1.1911: “Dopo un prolungato stato di depressione, ora sono tranquilla. Voglio affrontare il destino piena di speranza. Da quando amo la vita sinceramente, credo che i demoni nella mia anima non abbiano il coraggio di litigare: questi ‘cattivi’ saranno sconfitti. Ma che cosa si deve intendere per ‘cattivi’? ecc. ecc. Per ora lasciamo da parte la filosofia. Adesso, destino, mi affido a te!”.
Plinio Perilli
- Dona Amati, Riguardo all’obbedienza – Poesie dal corpo, FusibiliaLibri, Roma, 2013, pp. 72, Euro 13,00.
- Pacilio, Rita, Gli imperfetti sono gente bizzarra, La Vita Felice, Milano, 2012, pp. 48, Euro 10,00.
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