Recensione - Giuseppe Vetromile legge 'Quel grido raggrumato' di Rita Pacilio - La Vita Felice, 2014
IL "GRIDO RAGGRUMATO" NELLA POESIA DI RITA PACILIO
Siamo forse troppo abituati a considerare la poesia come una forma espressiva che traduce sensazioni e osservazioni prevalentemente pittoresche, belle, luminose, colorite: la natura, il tramonto, i campi verdi, l'amore, la famiglia, e tanti altri aspetti positivi della vita quotidiana. La maggior parte della produzione che nasce dal cuore di tanti, forse troppi, appassionati dello scrivere in versi, verte essenzialmente sulle facili e ovvie composizioni dedicate e/o ispirate ai temi classici e scontati di cui sopra.
Con questo non voglio dire che i testi poetici che descrivono ed esprimono sentimentalismi, visioni idilliache e quant'altro di bello esteticamente ci possa essere nella natura e nell'uomo, siano da sottovalutare o addirittura da irridere: c'è tanta produzione ottima in questo senso, e tanti poeti di valore, dalla classicità ad oggi, che vanno sicuramente rispettati. Mi riferisco piuttosto alla facile caduta di tono e di liricità in altrettante abbondanti produzioni poetiche amatoriali, perché a mio avviso è molto più facile e semplice esprimere, anche con la velleità del dire poetico da parte di tanti, la superficialità evidente delle cose, la linearità e l'ovvietà dello spettacolo cui assistiamo tutti i giorni, come la levata del sole, il tramonto, il fiore nel prato, la madre, il padre, gli amanti che passeggiano sul lungomare. Encomiabile sicuramente l'intento, ma scarso potrà essere, sovente, il risultato artistico. E' dunque difficile, estremamente difficile, a mio giudizio, esprimere l'essenzialità di un tramonto o di una rosa in poesia, senza cadere nella piattezza descrittiva! Il fatto è che la poesia deve trasmettere immediatamente una sensazione forte, deve essere in grado di riassumere, sintetizzando con pochi tratti di penna, tutto il mistero profondo che è celato all'interno delle cose, dell'uomo, della natura, del mondo.
La poesia è un lavoro di cesello, e non importa quindi da cosa possa scaturire, quale sia l'elemento, l'argomento, l'oggetto, il pensiero, che offre l'abbrivio al poeta creatore, anzi al poeta ri-creatore, per poter alla fine comporre l'opera d'arte: un'opera d'arte che è valida di per sé, indipendentemente dall'originaria fonte ispiratrice: che sia un fiore, un'alba, un amore, una morte, una società in errore, dunque non conta.
Ma senza volermi ulteriormente dilungare su queste riflessioni sul perché e sulla funzione della poesia, direi a questo punto che il libro che Rita Pacilio ha realizzato, "Quel grido raggrumato", rispetta sicuramente la mia premessa. Bisogna dirlo subito: è un libro, bellissimo, singolare, unico direi, di denuncia sociale. Per questo mi riallaccio a quanto detto prima. Perché Rita Pacilio ha voluto parlare di cose che molti non hanno né il coraggio né la voglia di narrare e di descrivere: "Quel grido raggrumato" è l'emblema, l'effigie in versi, il documento delle infinite gravi vessazioni, maltrattamenti, stupri fisici e psicologici, violenze di ogni genere, sottomissioni, plagi e quant'altro di negativo la donna ha subito e subisce nella nostra società moderna, nel mondo; e non solo la donna. Esprimere in versi i vari aspetti, le brutture, le scene, le retrovie degradate e pusillanimi di ambienti quasi assuefatti e omertosi, in cui vengono perpretati simili nefandezze, non è cosa che un semplice poeta può fare. Dico semplice intendendo con questo un poeta in erba o un poeta che non ha ancora la stoffa, lo studio e l'esperienza adatta e matura per poter affrontare simili argomenti. Ma Rita Pacilio ci fa ascoltare quel "grido raggrumato", ce lo fa risuonare nel cuore e nell'anima con una forza inaudita, con una veridicità eccezionale, cruda, eppure con grande capacità lirica, tanto da commuovere. E' un miracolo!
"L'hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo / i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira / un mandarino intero riempiva la bocca e la gola / nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d'aria"... Ecco: è solo un primo esempio della scrittura acuminata, evocativa, di Rita Pacilio, in un brano iniziale della raccolta. Si tratta evidentemente di uno stupro, ma la bontà del dettato poetico di Rita Pacilio è tale da porgere i fatti velatamente, non vagamente, ma con precisione quasi matematica: l'equilibrio tra l'evidenza diretta e il sottaciuto allusivo, quasi allegorico, è perfetto, magistrale! Ed è in effetti così che la poesia è vera, genuina, in quanto assume in se stessa tutto il bagaglio episodico, tutto il narrato, per trasfonderlo su livelli più alti e lirici, dove il non detto, l'appena accennato o sfiorato diventa comunque evidente, evidente soprattutto al cuore del lettore ancor prima che venga da lui interiorizzato razionalmente. E non c'è possibilità di equivoci, in quanto non si tratta di divagazioni allegoriche, di versi costruiti con modalità narrativa per esprimere i fatti, quei fatti nefasti, più o meno velatamente: no, i versi di Rita Pacilio sono strali, ogno verso è una freccia diretta al cuore, e si capisce benissimo di cosa sta parlando, pur esprimendosi in alta poesia.
"Ci sono sentieri che nascondono l'inganno dei lastroni / e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall'est. / Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole / scruta l'iride abbassata il sonno del cliente, antico padre".
Con un grande rispetto nei confronti della donna, della natura e dell'umanità intera, Rita Pacilio racconta dunque in versi la storia millenaria dei vessati e dei diversi, dei sottomessi, e il "grido raggrumato" è una pietra che opprime il cuore, ma che è anche pronta a spaccarsi, a sgretolarsi, se appena l'uomo, il lettore, prende coscienza di questa realtà amara. Eppure Rita Pacilio compie una denuncia, perché la poesia può anche essere denuncia, indicazione e presa di coscienza, acquisizione e consapevolezza dei propri diritti e doveri all'interno di un consesso civile, di una società che sovente li aggira se non addirittura li ignora o li sovverte persino. Una denuncia forte, sottintesa, che vibra in ogni suo verso, in ogni brano della raccolta. Non è cosa da poco. Perché la parte etica della sua poesia comunque non adombra, non sminuisce la parte lirica, la parte propriamente poetica, ma come dicevo prima la nostra Rita è riuscita a conciliare le due parti, integrandole perfettamente in un unico corpo poetico veramente efficace, di grande pregio.
"Quel grido raggrumato" segue di poco più di un anno il precedente libro, "Gli imperfetti sono gente bizzarra"; ambedue i libri editi da "La Vita Felice", con veste tipografica elegante, tipica della rinomata casa editrice milanese; ed inoltre si intravede, nella raccolta "Quel grido raggrumato", quasi una ripresa del tema già trattato nel libro precedente, ma con confini più ampi e soprattutto con temi più dolorosi.
L'esergo iniziale è particolarmente indovinato, direi perfettamente riassuntivo di tutta la poetica di "Quel grido raggrumato": "A chi rinasce, nonostante tutto". ed è quel nonostante tutto che la dice lunga, che è la summa di tutto ciò che denigra, violenta, stupra, sottomette, abbandona, calpesta: un nonostante tutto che implica e sottintende un grande sacrificio, ma anche una luce nuova, sulla donna e sul mondo, sui diversi, una luce di speranza.
Rita Pacilio non si lascia coinvolgere dai suoi personaggi, lei deve rimanere attenta osservatrice nel descrivere le scene anche le più riprovevoli e raccapriccianti, usando le parole giuste, non per abbrutire ulteriormente il quadro, ma per renderlo più vivo, reale, tremendamente reale, e per raccoglierne contemporaneamente il brivido poetico, la vibrazione lirica più profonda: "Soccombe la bocca di lui, poi il resto. / Molte sentinelle scrutano la forma / sollevata, penetrata, che si muove. / Bisogna essere coraggiosi / a restare fermi, guardare attraverso il buio / sopportare l'odore dell'urina (pag. 30)".
La struttura poematica del libro è varia, dai brani iniziali che si susseguono senza titolo, come per mostrare l'urgenza del dire che non può troncarsi o esaurirsi in pochi versi, alle composizioni centrali in cui è predominante la liricità dei versi, sovente arricchiti da un fuori quadro in corsivo a piè di pagina, che si integra nel corpo poetico con annotazioni in prosa poetica a complemento. Insomma, "Quel grido raggrumato" è un libro complesso e completo, per niente monotono, grazie alla molteplicità degli aspetti narrati e al modo, allo stile, della narrazione poetica.
Completa il libro una pagina di note molto utile per comprendere appieno alcuni termini e situazioni storiche richiamate dall'autrice.
Un'opera davvero eccezionale, bella, originale e di una umanità e sensibilità sconvolgenti.
Giuseppe Vetromile
26/4/14
http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-giuseppe-vetromile-per-rita-pacilio-2615.html
Recensione - Flavia Balsamo legge 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' (LVF, 2012) e 'Quel grido raggrumato (LVF, 2014) di Rita Pacilio per Diario Partenopeo
Quel grido raggrumato
A chi rinasce nonostante tutto. Questa la dedica di una raccolta di poesie “carnivora”, nel senso che inghiotte la carne, si ciba dei patimenti del corpo dell’uomo, un corpo che è vita, che è coscienza, e li riversa su carta rimescolandoli, amalgamandoli con parole che sono falci, che sono ossa che scricchiolano tra loro per dire il freddo della carne nuda, per raccontare quelle “mani di padrone che sono daghe” e una donna “tenuta in due come un foglio”.
La poesia di Rita è racconto di delitto, di un’usurpazione compiuta ai danni della diversità, di quella “colpa che non si fermerà nella frusta dei reni” ma troverà una strada, raccogliendo le voci e trascinandole, facendosi veicolo e involucro anche di quelle “puttane con la carne svuotata e impagliata”, di chi non ha voce insomma, di chi la voce l’ha estinta in rassegnata compostezza. Il corpo vuoto è caverna che fa eco a un’immobilità che culla un dolore diverso, una sofferenza che non si dimena, che non chiede aiuto. Una rigidità che si ritrova anche in quei colpi che sono “rocce che reggono l’ignoranza”, una roccaforte che tiene lì le vittime, tutte ferme, trofei di caccia, “come se fossero nuovi Gesù in fila, feriti e lapidati, segnati nei lombi rachitici”, o “bambole imbronciate tutte sedute nel baule della nonna” a piangere “il silenzio nella bocca della carne”. E lei che “credeva di saper morire in modo impassibile”. L’empatia, che è farsi eco, come può riflettere quella fermezza e quel silenzio di voci se non in un grido raggrumato? Un grido che non dilaga ma resta lì, poesia calcificata.
Gli imperfetti sono gente bizzarra
Parafrasando Lyotard, si può dire che l’entusiasmo è espressione di uno scacco che non trova voce di lingua quotidiana e si cerca cantucci alternativi. Questa raccolta di poesie di Rita Pacilio è entusiasmo, nel senso che scuce tutte le parole dell’ordinario comunicarsi (“lo so tu sai scucire la terra”) e le riadatta al bizzarro essere altro che altrimenti non avrebbe parola e si perderebbe. Questa poesia è sorella, accorta custode di quelle “costole che non erano previste”, del fratello e di tutti “i folli che hanno labbra di rosa vermiglio” e “ginocchia conficcate nella gola”, a interdire il linguaggio.
Rita si fa sguardo malleabile, pronta a immaginare tutto, a stordire il pensiero per trovare dimensioni alternative, perché in fondo i poeti sono quelli che rifiutano il linguaggio, come diceva Sartre, ma non lo fanno per puro delitto, olocausto di parole, ma per tenere la vita sospesa, come neve, come raggio o lanterna, dice Rita, per dire tutto ciò che non si può dire, quello che esce fuori da ogni schema, paradigma, o categoria, quella “composta di cose che ha intristito la vita dei giusti”, che li fa arrendere perché non vi trovano alcun ordine di causa effetto, nessun sistema.
Ed ecco perché gli “imperfetti” sono lì “nel posto più lontano della solitudine”, “lasciati nell’arena come un silenzio, un ghigno”, senza nessuno che li sappia ascoltare, capire. “La prigione di mio fratello ha le finestre sorde” scrive Rita raggiungendo una vetta incredibile che in un colpo solo riesce a figurare gli uomini come monadi leibniziane, con le finestre spalancate sull’altro, mentre alcuni le finestre le hanno ma sorde, mutilate del dizionario per decifrare le sfumature, le insicurezze: “Ho pensato che Dio ama l’insicurezza e le sfumature dei dirupi”.
Questa è una raccolta che dolcissima raccoglie l’invito di queste anime che “portano le ali sotto la maglietta”, che “hanno la testa nei sotterranei”, “un amore negli occhi, un presentimento di attesa”, di pugni che smarriscono le mani, e occhi che rendono urgente il guardarli, cerca di afferrare tutto, ogni frammento impazzito di mondo, e andare con loro “nel rumore di valzer zoppo a braccetto”. Solo la poesia può raccogliere questo mondo al contrario, in cui si incontrano le parole come cose, “mi accade di cercare la bocca per affidarmi a quel vuoto il tocco della lingua dalle cose”, e non le cose per poi arrivare alle parole. È un dire che non rimanda a, non significa: “nessuno conosce la voce scalza e non importa cosa voglia dire”. Solo il “terzo occhio della poesia” può cogliere quella scenografia che è dentro la testa degli imperfetti, e vedere il “falco pallido sul collo” mentre gli altri, “gli spettatori chiudono le porte”.
Tra singhiozzi ti aprirò il nome come fa una rosa.
http://www.diariopartenopeo.it/la-poesia-di-rita-pacilio-il-grido-raggrumato-che-da-voce-allaltro/
http://poesia.lavitafelice.it/news-recensioni-flavia-balsamo-per-rita-pacilio-2604.html
Recensione - Rita Pacilio legge 'Malestremo' di Nina Maroccolo - Tracce, 2013 ( per EstroVerso 9 aprile 2014)
Per
poter provare sensazioni di dolore e di piacere, così come la nostra
cultura le intende, è necessario avere un sistema nervoso molto
elaborato che possa individuare con esattezza le emozioni che servono
alla sopravvivenza (paura, ansia, vergogna), quelle che sono campanelli
d’allarme (irritazione, stanchezza, invidia) e le emozioni che ci
segnalano che tutto procede per il meglio (gioia, piacere, comprensione,
accoglimento). I nostri recettori a distanza (olfatto, udito, vista) ci
anticipano sia gli obiettivi da raggiungere che le minacce da evitare
aumentando la nostra consapevolezza e il controllo sull’ambiente. Solo
gli individui particolarmente complessi possono provare emozioni che
hanno la possibilità di anticipare/prevedere l’esperienza del dolore.
Naturalmente esistono delle differenze tra le persone e, soprattutto,
tra gli scrittori/poeti che percorrono le strade impervie della
sofferenza umana. Nina Maroccolo, chiudendo la trilogia ‘I posteri del
moderno’, con i racconti di Malestremo, sedici viaggi nell’altrove,
Tracce, 2013, compone un potente e importante lavoro iniziato in poesia
con Illacrimata, 2011 e sfociato nel romanzo Animamadre, 2012. Il
lettore, di fronte alle storie presentate in questo testo conclusivo,
Malestremo, sedici viaggi nell’altrove, si trova a dover fare i conti
con i processi psicosociologici legati all’ansia misteriosa di
afferrare-stringere, attacco-fuga, difficoltà-pericolo,
forza-vulnerabilità: tutte procedure consce/inconsce che hanno il
compito di attraversare e fronteggiare il dolore della Storia. La
teatralità dei canti in cui l’altrove cerca il rimedio, la cura, ci
immerge in un ambiente pressoché fantastico, ignoto dove si ricorre al
consenso e al conforto sociale: gli spostamenti adottati nei sedici
percorsi assumono la funzione di soffocare l’imprevedibilità
dell’esistenza e somatizzano strategie per meglio fronteggiare le
frustrazioni, l’impotenza, le tematiche negative del nostro passato. La
fiction si intreccia e si sostituisce alla realtà, mentre la realtà
affronta le minacce esplicite in modo razionale. Ettore e Andromaca,
infatti, di cui Ettore è il grande fisico nucleare Majorana, e Andromaca
la Scienza, sua sposa fibrillante, ci proiettano in approcci
scientifici e, allo stesso tempo, magico/razionali: la socializzazione
della paura/minaccia è sempre stata un’esigenza esistenziale. Tutti gli
spazi di vita sono contaminati da guerre e rimedi, da credenza e
ingegnosità, da emozioni che ci spingono ad agire/reagire per non
adattarci alle difficoltà, alle offese. I duecento e più bambini
trucidati a Beslan ne ‘Il giorno della conoscenza’, spinge Maroccolo a
intrecciare i suoi monologhi ai dialoghi in cui non sappiamo rilassarci:
il tono è alto, struggente, un urlo sanguinante. Il sé è continuamente
insidiato dalle verità alterate dal male. La memoria dei fatti incalza
nei vissuti storici e l’autrice ci stimola a reazioni di pensiero e di
comportamento: l’amore può essere la cura meritevole e capace di cose
meravigliose, ma bisogna impararla, impadrosirsene. L’anima non è
rassegnata alla sorte estrema: la tensione sale così come aumenta il
tormento, quasi allucinatorio, schizofrenico, spossato, ma mai
definitivo o espiato in Parceval o nei cani di Pavlov, cani che ci
rappresentano, che siamo tutti noi, così come afferma Nina Maroccolo.
PROLOGOBeslan, Ossetia del Nord,
(Cecenia 2004)
Si chiamava Sergej. Aveva otto anni.
Quel mattino Sergej camminava sul marciapiede costeggiando il muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude l’ombra nera di qualche mostro.
Ed ecco che il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa: Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna. Pallide mani da cui sorgeva qualcosa di simile alla gioia.
Sergej dondolò Gioia, dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola.
Mani di terra, a quel pensiero non fece caso.
Madre e figlio camminarono fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino si voltò ripetendo la stessa frase:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi…”
*
Lei, Anja, ventiquattro anni, era una delle maestre di Sergej.
Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i
suoi cavernosi avvallamenti.
Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola.
Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che chi muore non nasconde ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, affinché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali.
Con fare ineluttabile del Cremlino.
Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore; salvare il salvabile era un atto necessario non sempre lecito.
I nostri amorini alati: troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione.
Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se queste ultime rigettavano qualsiasi soluzione armata.
Ma l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.
«Sempre con la bocca chiusa!» urlava mia madre.
«Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria!»
E gemevo con la voglia di essere dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, dal divenire imperfetto:
«Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?! Feudatari dei GULag, vergognatevi!»
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:
«La rivolta in una preghiera, madre».
«Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato!».
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
“Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”Anja rimase sorpresa. Cercava di non capire la precisione sensorea di quella domanda.
“Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete.
Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita: proprio come Madre Russia. Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
«Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!».
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
«Noi del popolo, noi illuminati siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue!».
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i demoni.
«Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno prega per te, solo tua madre… ».
Mi sentii una valvola inceppata.
Ci scucimmo.
La nostra libertà non aveva sede di salvezza, un perimetro consolatorio. Ebbe solitudine da bisbigliare.
Il colonialismo, suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni, descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… Non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali umani: c’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.
Impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“… maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono molto, molto cattiva!”
“… non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto!”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il bambino, dov’è il bambino?”
Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira! Respira!…” continuò il soldato.
“… dov’è il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Parla!… Non chiudere gli occhi! Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome!…”
“…mi chiamo Grozny…”
(Nina Maroccolo, Il giorno della conoscenza, in: Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove, edizioni Tracce, 2013, pp. 77-82) http://www.lestroverso.it/?p=6375
Partecipazione - 3 maggio 2014 Torino NOTE E VERSI - dialoghi poetici e incursioni liriche tra quattro coppie di poeti - Rita Pacilio in dialogo con Daniele Santoro
Con il patrocinio della Circoscrizione 5 della Città di Torino, l'Associazione culturale ART 10100, la casa editrice La Vita Felice, con la collaborazione di Salvatore Sblando, presentano
NOTE E VERSI - dialoghi poetici e incursioni liriche
tra quattro coppie di poeti
Un dialogo in poesia attraverso i testi di ciascun autore, non scritti per l’occasione. La scelta è per attraversamenti poetici comuni alla coppia, con temi diversi che interessano differenti sfere: intimistico-esistenziali come la fede e la morte, i soprusi e le violenze, l’emarginazione e la diversità, la natura e il rapporto amoroso.
con la partecipazione dei poeti
GIAN LUCA FOLCO (TO) – I paesi del silenzio
SALVATORE CONTESSINI (RM) - Dialoghi con l’altro mondo
RITA PACILIO (BN)– Quel grido raggrumato
DANIELE SANTORO – Sulla strada per Leobschütz
CRISTINA BALZARETTI (MB)– La somma del tempo
MAURIZIO A. MOLINARI (MI) – Inversi Panici
SILVIA ROSA (TO) - SoloMinuscolascrittura
SALVATORE SBLANDO (TO) - Ogni volta che pronuncio te
del soprano MARIASOLE MAININI e del tenore AMEDEO FOLCO (studenti del Conservatorio) che, accompagnati dalla pianista MICHELA VERDA, eseguiranno incursioni liriche.
Diana Battaggia (Responsabile poesia LVF) coordina l'incontro
INGRESSO LIBERO
http://poesia.lavitafelice.it/evento-torino-3-5-14-note-e-versi-dialoghi-poetici-e-incursioni-liriche-1337.html
Partecipazione - Terme di Traiano - Civitavecchia - 15 giugno 2014 - EROS e KAIROS - I Festival internazionale della poesia al femminile - Rita Pacilio legge 'La trilogia dei corpi offesi: 'Quel grido raggrumato', LVF, 2014'
Data del 15 giugno 2014, Terme di Traiano - Civitavecchia.
Happening di Poesia Performativa, sotto la direzione artistica di Dona Amati e Monica Maggi, alcuni tra i più importanti nomi della poesia agita, sonora, visiva, teatrale.
Lello Voce, Sara Davidovics, Chiara Daino, Zingonia Zingone, Tiziana Colusso, Rita Pacilio, Maria Carla Trapani, Stefania Sergi Artist, Ugo Magnanti, Maria Luisa Bigai. E Agnese Monaldi, cantora a braccio dell'ottava rima.
All'interno della rassegna è indetto il Premio letterario "Eros e Kairos", concorso di talent scouting per la scoperta di nuovi talenti femminili. Il premio prevede la pubblicazione gratuita della silloge poetica. La cerimonia di premiazione l'8 giugno presso il Ninfeo di Villa Giulia, Roma, ad opera della giuria composta da Mariateresa Ciammaruconi (presidente), Beppe Costa e Lidia Riviello.
Partecipazione - Napoli 7 maggio 2014, Libreria Papiria - Rita Pacilio legge 'Quel grido raggrumato' La Vita Felice, 2014
http://poesia.lavitafelice.it/evento-napoli-7-5-14-rita-pacilio-1460.html
il 07.05.2014 dalle ore 17.30 alle ore 19.00
Libreria Papiria a Montesanto, il 07.05.2014 alle ore 17.30, via Ninni , Napoli
I tre poeti ospiti: Rita Pacilio - Monica Maggi - Mariastella Eisenberg -
Introduce e presenta: Giuseppe Vetromile; Coordina e modera: Gennaro Maria Guaccio.
5° incontro della Rassegna Poetica "V.I.M. - Vediamoci Il Mercoledì", da un progetto di Gennaro Maria Guaccio (I Ponti dell'Arte), con la collaborazione di Giuseppe Vetromile. -
il 07.05.2014 dalle ore 17.30 alle ore 19.00
Libreria Papiria a Montesanto, il 07.05.2014 alle ore 17.30, via Ninni , Napoli
I tre poeti ospiti: Rita Pacilio - Monica Maggi - Mariastella Eisenberg -
Introduce e presenta: Giuseppe Vetromile; Coordina e modera: Gennaro Maria Guaccio.
5° incontro della Rassegna Poetica "V.I.M. - Vediamoci Il Mercoledì", da un progetto di Gennaro Maria Guaccio (I Ponti dell'Arte), con la collaborazione di Giuseppe Vetromile. -
Presentazione - San Salvatore Telesino 26 aprile 2014 - Giardino della Biblioteca: Rita Pacilio presenta le opere 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' e 'Quel grido raggrumato', La Vita Felice
http://poesia.lavitafelice.it/evento-san-salvatore-telesino-26-4-14-rita-pacilio-1459.html
26 aprile 2014 Giardino della Biblioteca San Salvatore Telesino,
ore 17.00
ospite Rita Pacilio con le opere poetiche:
'Gli imperfetti sono gente bizzarra' La VIta Felice, 2012
Relatore Raffaele Urraro
e
'Quel grido raggrumato' - La Vita Felice, 2014
Relatore Giuseppe Vetromile
Modera MariaGrazia Porceddu
Introduce il Presidente de 'Gli Amici della Biblioteca di San Salvatore Telesino'
26 aprile 2014 Giardino della Biblioteca San Salvatore Telesino,
ore 17.00
ospite Rita Pacilio con le opere poetiche:
'Gli imperfetti sono gente bizzarra' La VIta Felice, 2012
Relatore Raffaele Urraro
e
'Quel grido raggrumato' - La Vita Felice, 2014
Relatore Giuseppe Vetromile
Modera MariaGrazia Porceddu
Introduce il Presidente de 'Gli Amici della Biblioteca di San Salvatore Telesino'
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