Recensione - Rita Pacilio su 'Il mondo nelle cose' di Nadia Agustoni - LietoColle 2013








Un codice di paragone che cerca, nel linguaggio poetico, la spiegazione al complesso reale che si rimodula e si rimescola nella centrifuga metaforica del compromesso con le cose appartenenti al mondo: nasce così l’ultimo lavoro di Nadia Agustoni, Il mondo nelle cose (LC 2013), come una tenuta forte dell’eterno collasso identitario di ciascuno di noi. In poesia, l’anima si sveste di paradigmi e incoerenze e cerca, nella parola poetica, la garanzia, seppur frammentata, dell’incarnazione possibile del senso e della fortunosa avventura, leopardianamente intesa, come ‘terrestre e celeste’. Agustoni è la plausibile viandante che sventra ogni agitazione emotiva che, la fretta e l’omertà del tempo sociale, riduce a impotenza, a tormento. Si carica, con coraggiosa personalità, connessa ai personaggi della letteratura del settecento, Venerdì e Crusoe, di ideale e reale allacciandosi al simbolismo che ha come massima aspirazione l’elevato, la bontà autentica, la ricerca della libertà. Nella parte iniziale del testo, infatti, l’autrice mette in movimento le direzioni e le evocazioni di alcuni sentimenti e meditazioni appartenenti alle fonti letterarie che dal settecento arrivano al primissimo novecento: la concezione estetico-etico-conoscitiva tende a limare la forma del Male/Buio baudelairiano scegliendo di risolverlo in un confronto con l’aspirazione di sapere che esiste l’altrove in cui le proiezioni dualistiche possono essere messe a fuoco e risolte. Uno sguardo all’esigenza di collocarsi dalla parte della verità, in modo chiaro e autentico: l’autrice deposita, a livello letterario, l’interpretazione energica tra passato e presente soffermandosi nell’attualità nostalgica dell’eroico inteso come organicità della controparte salvifica. L’alter ego dell’io lirico diventa l’io narrante che si proietta in un’ideazione di noi stessi come riflettori di esperienze di viaggio, di attese, di quotidianità. Nadia Agustoni avverte l’esigenza di coordinare le fragilità dei suoi personaggi per rendersi mediatrice e intermediaria tra la poesia e la costruzione rocambolesca dell’inquietudine umana e della scelta morale resa fisica, personalizzata, materia. Il mondo nelle cose fornisce al lettore elementi per discutere e ironizzare sul miracolo della cancellazione della presenza del declino: ogni lettore può identificarsi in una minuscola particella del cosmo che si avvolge su se stessa e ruota intorno ad altre misure di paragone per sentirsi onnipresenti e per vedersi dal di fuori nei modi temporali più prossimi alla propria conoscenza, alla propria individualità. Ecco, quindi, che si scandisce la frantumazione del presente che si scontra e si fonda con il passato e poi si rende interminabile nel futuro. La poesia diventa monito, tentativo di persuasione, ardore di smembrare vendette o solitudini destinate a colpire i deboli e i meno intrepidi. Corpo Nostro PPP è l’epilogo del vigore dell’intelletto e della spiritualità che esprime aperture di posizione, di dignità, di ripresa sociale. La visione poetica si intreccia con la comunicazione della forma, dello stile che ha un netto slancio verso il plurilinguismo, perché l’autrice sa bene quanto si possa rovesciare l’atroce dolore di tutta la vita.

seminava aiuole
nell'inverno - un Dante
azteco e gabbiere
al supermarket -
aggrappato a carrelli
a cassette di frutta
(nei giornali sportivi
metteva consonanti
e l’orologio gli andava come a Lima
o nella Terra del fuoco)
nel parterre di un ipermercato
un contuso Venerdì
tra réclame e luci elettriche
sbircia toilette per cani
e dice “cane” il mondo.

*
era qualcosa nel freddo
il colore della nafta e cisterne
l’agonia dell’aria sui cancelli
- ma il cuore degli uomini se graziato
risponde con un mantra di sirene
di fabbriche e vento sporco -
e i camion sulla camionabile
coi clacson cantavano il purgatorio:
“ Dante quassù avrebbe sognato
la fissione dell’atomo o Hiroshima”,
e di nuovo autostrade
un valico a nord ovest
con la terra azzurra
il cielo azzurro di Vicchio
e sopra l’Appennino,
nel temporale, quella luce
affrancata dal bene
così limpida.

*
era solo coi nidi e le piante
tavole di legno nell’orto
parlando di formiche
risaliva il formicaio
(gettava mollica e il secco
del cuore) irrorava
con lo spray, senza compiere
nulla, sembrava calligrafia:
a volte si pensa nelle parole
sente le parole staccarlo.

Nadia Agustoni (1964) ha pubblicato per Gazebo Edizioni i seguenti libri di poesia: Grammatica tempo ( 1994) , Miss Blues e altre poesie (1995), Icara o dell’aria ( 1998), Poesia di corpi e di parole ( 2002), Quaderno di San Francisco (2004) e Dettato sulla geometria degli spazi ( 2006), Il libro degli Haiku bianchi ( 2007) . Nel 2009 è uscito per “Le voci della luna” Taccuino nero.
Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura per LietoColle, il Pulcinoelefante Il giorno era luce e la plaquette Le parole non salvano le parole per i libri d’arte Seregn de la memoria.
Nel 2013 per LietoColle è uscito Il mondo nelle cose.
Collabora a varie riviste e a blog letterari.

 http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/660-Nadia-Agustoni-Il-mondo-nelle-cose,-nota-di-Rita-Pacilio.html

Recensione - Enrica Meloni su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - LVF 2012




Enrica Meloni per Rita Pacilio su excursus.org:
L’incompresa psiche di un essere umano nel mondo odierno

Una poetica inabissata nell’enigma della bizzarria mentale
che invita a meditare, in una silloge edita da La Vita Felice  

Una raccolta che si presenta al lettore come sguardo univoco rivolto alla diversità psicomorfa di un uomo, il quale è percepito ed osservato come intoccabile bizzarria dinnanzi all’ovvio sociale; un cantico di sofferenza racchiuso nell’intimità etica d’un poetare fraterno che non desta dubbio alcuno su quello che è l’imprescindibile bene offerto da chi osserva senza aver risposte.
Nell’opera di Rita Pacilio, Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice, pp. 44, € 10,00), si delinea la meditazione del pensare dinnanzi all’estraneità diretta ad un fisico zoppicante in mente e passo. Il testo, egregiamente trattato nella Prefazione di Davide Rondoni, narra il più grande ed irrisolto enigma della precarietà psicologica, nota dolente ed acre piaga di un sistema sociale inerme ed incapace di raggiungere una categorica cura.
La Pacilio, nata nel 1963, autrice poliedrica, fa della poesia una costante peculiare del suo essere, ma anche musicalità oltre le note scritte. Minuzia spiritualmente e si fa portavoce d’ogni lamento che diviene arte. Incarnatrice di sinapsi d’autore, nate ed evolute al mondo dinnanzi all’anima di chi, cauta ed attenta, si capacita di comprenderne l’essenza.
Lungi dall’esprimere monotematismi, la poetessa è voce ed atto polimorfi, ciò lo si intuisce anche attraverso le attività da lei svolte, vere laboriosità dall’umana impronta: sociologa, esperta d’orientamento e formazione nell’ambito dello sviluppo delle politiche del lavoro e della progettualità della Casa Circondariale di Benevento, mediatrice familiare e di conflitti interpersonali, di prevenzione delle dipendenze.
La sua attività appare come una nomenclatura nutritizia di contenuti impressi in una scrittura capace di parlar di un Io tra le genti meritevoli d’ascolto. La priorità umana diviene caposaldo di prim’ordine, denominatore irrinunciabile d’un tratto di penna delineante sacrali testimonianze. La Pacilio offre un’intensa esistenza ad un iter di composto silenzio, quasi riecheggiante di un esserci narrante che procede pronunciandosi in graduali respiri riflessivi.
L’imperfezione umana come protagonismo d’un fare inadeguatamente compreso è nel suo libro il fulcro di un attento scrutare, atto ad un esistere privo di canoni da rispettare. L’imperfetto mai massificato, sorte innata di una scarsa integrazione alla convenzione umana, scarno nel suo mostrarsi, libero nell’agire nei meandri del tessuto sociale.
La diversità è abitudinaria lettera minuscola d’un sillabario taciuto e la Pacilio, con elegante ed intima voce, ne pronuncia ogni singolo suono meritevole d’esser percepito da coscienze viventi oltre le terrene apparenze. Lei, amabile donna, mano toccante il dolore e nel medesimo tempo sostegno della sofferenza, non è sola femminea parola bensì testimone e sorella di chi è diverso pur essendo uguale. Il testo è una silloge della bizzarria di chi, come il destinatario dei versi, è primario oggetto d’una presenza speciale nel mondo. Lo sguardo poetico elabora il suo dualismo identitario verso quell’Alfonso, divenuto impronta nel sistema di plurimi sé, sconosciuti, inauditi, taciuti ma al suo pari intime realtà dal claudicante passo psicologico dinnanzi alle folli corse di chi è perfettamente inconsapevole che l’imperfetto sia solo una mera convenzione umana.
Il dilemma è un quesito nato dall’animo di una sorella che con composta preghiera accetta di cullar tra i versi un’immagine sofferta di una fraternità insolita, alla quale mai cessa di porre il suo benevolo affetto, nonostante la bizzarria d’una natura ingrata abbia dato il suo assenso ad un uomo destinato alla sua sana imperfezione.
L’aspetto morale dell’opera s’adorna di una tecnica poetica che definisce l’autrice pur senza conoscerla: componimenti apparentemente privi di titolatura, criptiche operazioni che narrano senza appuntare, categorici fraseggi a priori. Il lettore è invitato alla meditazione, gode dell’esser reso parte integrante di un immane dono umano ovvero la benevolenza verso chi è in noi pur avendo parvenze d’un egli lontano. Doppi settenari, quaternari, endecasillabi che si sciolgono in iati assonanti: «amore mio io sono questa / la bellezza del circo / la colpa di aver gridato / nel tuo gambo mendicante». Uno schema libero tra strofe di realtà sociale che spesso muta in musicali quartine di dolore.
Strascichi di un’immancabile ospedalizzazione intercorrono tra svariate velature metriche, per mezzo delle quali l’accezione metaforica appare rilevante: «i camici verdi gli camminano accanto / è una lenta collina che si muove / lacci e aghi senza aroma / a febbraio che trascorre svelto». Il punto focale della narrazione poetica è un intreccio privo di fine, una Via Crucis dal chiodo introspettivo, tramite il quale lei parla pur apparendo tacente.
Un critico attento non potrebbe non dar merito alla presenza di una catacresi testuale che inonda l’opera d’un netto valore aggiunto, una professionalità scrittoria attraverso la quale termini apparentemente impropri riescono a raccontare quanto essa stessa stia guardando: «le vertebre hanno il petto impreciso / e aprono la pace imbavagliata / sanno sbarrare fiumi impacciati / colpevoli della fine del tempo».
Gli imperfetti sono gente bizzarra è un’opera editoriale emblema d’una riuscita circonlocuzione, un cammino tra pronunce e dialoghi che lentamente sono soliti ritornare ad un punto di partenza: il destino di chi resta bizzarro al mondo.
Enrica Meloni
(www.excursus.org, anno V, n. 46, maggio 2013)

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-e-meloni-per-r-pacilio-1359.html

 http://www.excursus.org/poesia-e-critica/lincompresa-psiche-di-un-essere-umano-nel-mondo-odierno


Recensione - Rita Pacilio su 'Lady NN' di Monica Palma - LVF 2013




Lady Enne Enne
di Monica Palma – La Vita Felice 2013
nota di Rita Pacilio


Monica Palma nel suo ultimo lavoro poetico Lady Enne Enne - La Vita Felice 2013, apre una moltitudine di strade verso l’enigma della vita con devozione e ammirazione senza che lo spazio o il tempo possano alterare la sintonia tra il contenuto e il linguaggio utilizzato. Irrimediabilmente, come il destino, la creatività della parola diventa lo scenario in cui fluiscono gli affanni, le contraddizioni dell’amore e lo sguardo meravigliato sulle emozioni mute e solitarie lievitate nell’animo del poeta. La personalità dei versi si combina con i microcosmi attraversati nelle sette sezioni del libro in cui si animano agilità teatrali e musicali. La poesia, così, spalanca porte che hanno un doppio fondo di scoperta nonostante il livello sia essenziale, deliberatamente circoscritto. Palma è una nomade che vaga nell’universo senza meta e senza darsi pace: il suo vagabondare si stratifica nei paesaggi esteriori che danno vita a pulsioni gestite con disciplina e conoscenza fino a diventare la dimensione di un flusso sentimentale atemporale. Le esperienze narrate, in modo suggestivo, sono condivise dal lettore con affinità empatica: non sono anonime, cioè non appartengono a N.N., ma alla totalità umana che diventa testimone generoso e autentico del mondo che si esprime attraverso la singolarità. La personalizzazione (l’autrice scrive con la prima lettera maiuscola: Vento, Bella Oltremisura, Onda …) di alcuni termini non risparmia la colloquialità rigorosa, venerabile e quasi spirituale con le armonie geografiche che arginano in modo misterioso il movimento rotatorio della comunicazione. Si riedifica la percezione del realismo di G. G. Marquez attraverso luoghi e ombre dell’animo che è capace di entrare, con vocazione consapevole, nel tracciato inquieto e sordo del macrocosmo. 

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-m-palma-1309.html



Mirò alla precisione
cambiando la consognante
e mai parola fu più soddisfatta
e funzionante
di quella pensata in un modo
e condivisa in un altro.

Via Amoris n 1


Tue erano le mie vesti
tue erano le membra dell’anima.

Tuo era tutto
e così io sempre mendicherò
il trapasso dell’amore:
uomini equilibristi
alle pulizie delle vetrate americane
occhi trasparenti.

Tua era la forza di sognare mia
e tuo era il mio furore
tutto ti rendo
così tutto a me torna.
Così si ricompone
la forma
dell’amore
del mio cuore:
così fra
le coperte e i cuscini
del mio muscolo
resta la posta per la noce
nocciola divinata
di risveglio
agata risvegliata.

Via Amoris n 4


Ti risvegli non intero a capriola
ma hai gusto di colmare
Olmo divino
tuono pungente
Voglio la lingua tua imparare coi suoni
liquidi del bacio in mare.
E così imparai la lingua del futuro
lunga lingua rossa di lupo
con elastico alla nuca
per fissarsi
al detto umano.
C’era da inchinarsi per
raccoglierne la punta
e da ben
intingere gli equilibri
al peso
a tenerla tutta in
bocca.
Era una litania baciarla
e un breviario impararla tutta
la lingua del lupo buono
del lupo mamma
mammamaschionuovo.

A mio Padre


Quando Cenerentola cercò la scarpetta
nella casa del padre
Cappuccetto Rosso rimandò la pioggia
di un anno
Biancaneve infilò le manopole
alle unghie infreddolite
allora il grumo di quel parlar lontano,
attraversò i secoli della gerarchia
e delle origini

e cominciò a rotolare nel senso di ogni parola:

Si diventò grandi
con speranza
con comodità
ardita soletudine.

Elezione


A festa del digiuno
ti ho portata
libellula imperiale
il grembo
attende le mani
accostate al vuoto
la fronte luccica di olio specchio
nutriamo assiemate
strette e larghe,
la giornata
del vuoto fatto insieme
per più non incarnare
a battito di sacrificio
ma tornare andare a essere
eleganti vegetali
di suono e profilo
che loro sì,
hanno radici.

La concuordata


Cosa fanno le ultime
gocce alle gocce?
Le gocce lente
in ritardo alla pioggia furiosa?

Quelle ultime gocce lente
al canale di foglia
fanno questo
percorrono fra me e loro
la verticale verde.

Per Leonella


Si è a fatta perdonare
la mia poesia
dalle piccole pecore
dai pidocchi
himalayani
e da quel lenzuolo
di leonessa sottile
che attraversa i mondi
alla velocità dolce
di una culla di suono?
La neve nasconde l’orma
alla parola, cuce l’attesa
e i passi cauti,
candidamente saggi
del custodire giorno a nuovo
appuntamento.


Monica Palma è nata nel 1963 a Lonigo (VI). Durante gli anni ’80 e inizio ’90, si muove fra Italia, Francia, Germania e West Africa, nel teatro di ricerca.
Dal 1994 interrotto il nomadismo, agisce la sua scrittura, intrecciandola a quella di donne visionarie, in linee di azione performativa:
Canti oltre il Pesce; Trilogia di un’ospite e oltre; Scheggia fra le due sponde; In aurem dicere; Mamma che ti passa; PLA th   PAL  ma - 11 febbraio 27 luglio 1963; Velatio: opera su appuntamento; Il sogno nella stanza di un uomo; Sotto l’isola, Julia.

Ha pubblicato le raccolte poetiche :
Con la mia sete con prefazione di Alberto Cappi  (Publi Paolini Editore, 2008);
Frankestein e dintorni con prefazione di Giulia Niccolai (LietoColle, 2011).




Recensione - Francesco Palmieri su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - La Vita Felice, 2012



“Gli imperfetti sono gente bizzarra”
di Rita Pacilio – edizioni La Vita Felice


“Gli imperfetti sono gente bizzarra”, di Rita Pacilio, è una silloge poetica il cui fulcro tematico è il disagio mentale; o meglio, è il segno grafico dell'impatto crudo e sofferto contro quella dimensione altra, “bizzarra”, dove i paradigmi di normalità, razionalità, pragmatismo, deflagrano, non reggono più, non assolvono più alla funzione di essere viatici della relazione dell'Io col mondo, la più coerente possibile. E' la visione-trascrizione angosciante del Kaos che travolge e soppianta il Logos, e la Pacilio sembra esserne lucidamente consapevole. Ma contrariamente a un Dante che sa, fin dall'inizio del suo viaggio ultra, che tornerà a rivedere le stelle, qui l'Autrice è assolutamente cosciente di un itinerario che non prevede uscite, miracoli, purgazioni redentive, teofanie possibili; sa in anticipo dell'impossibile 'lieto fine' che riscatterà l'orrore di una storia tragica: “Io mi trovo qui dove non si torna indietro.” dice; un verso lapidario, ultimativo, un lasciate ogni speranza davvero definitivo per coloro che inciampano nell'abisso infernale dell'alienazione.
Del disagio mentale possono dire, parlare, la psicopatologia, le più moderne neuroscienze o la poesia; le prime col loro linguaggio scientifico-medico necessariamente descrittivo, etiologico, distaccato, l'ultima in quel suo codice linguistico fatto di simboli, metafore, allegorie, analogie, similitudini e persino le insensatezze che tanto spesso follia e poesia hanno in comune (si pensi alla visionarietà di un Poe, di un Rimbaud o del nostro Campana). Rita Pacilio ne parla in poesia, vale a dire che ci mette testa e cuore, tanto cuore, con una compartecipazione così estesa, ampia, che arriva a sconfinare com-passionevolmente in quel reietto della postmodernità che si chiama anima.
E' difficile davvero tentare di mettere in evidenza alcuni aspetti topici del testo-libro, antologizzare a uso del lettore qualche singola poesia più perfetta di altre o addirittura versi di maggiore spicco e incisività semantico-formale, tanto costante è il continuum espressivo, emozionale, cognitivo, che regge l'intera struttura, il disegno totale, il passaggio di testo in testo. E dice bene Rondoni nella prefazione quando scrive che in questo libro non si corrono “i rischi del ripararsi, del coprirsi dietro la letteratura, i luoghi comuni, lo stereotipo”. Sono d'accordo: in questo libro non c'è letteratura, scuola di scrittura, compiacimento estetico, estetizzazione della parola o l'ormai conformistica e mimetica neosperimentazione linguistico-grammaticale, il pastiche babelico di un Novecento postumo; in questo libro la letteratura è ciò che ontologicamente deve essere la letteratura autentica:
un pretesto per dire, raccontare l'esserci nella sostanza di carne e sangue, intelletto e cuore che noi siamo; in altri termini, dire, raccontare la vita. Anche quando la vita è parola crudele, dolore afono, urlo. “Bizzarro” o savio che sia.
Francesco Palmieri

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-f-palmieri-per-r-pacilio-1239.html


Recensione - Rita Pacilio su La nobiltà dell’ombra – corrispondenze – La Vita Felice 2013 di Valerio Mello

La nobiltà dell’ombra – corrispondenze – La Vita Felice 2013
di Valerio Mello
nota di Rita Pacilio

L’ombra è associata, in molte culture, a paure socioculturali e ancestrali. Gli indigeni delle isole Salomon, infatti, se calpestavano l’ombra del re venivano puniti con la morte. I poeti, invece, hanno adoperato l’ombra come luogo della rinascita fenicia, dove si vive, da quando si è bambini, la regola della fantasia e la consapevolezza della voce più intensa, potente dell’io. Se si acquista la cognizione di una percezione positiva dell’oscurità, l’ombra può essere riconosciuta come il nostro doppio che protegge e diviene la parte più disponibile all’io cosciente. Valerio Mello, nel suo lavoro poetico La nobiltà dell’ombra – corrispondenzeLa Vita Felice 2013, ci indica un superamento liberatorio della rappresentazione buia e ambivalente dell’ombra  muovendosi in un viaggio spaziale, simbolico ed espressivo, senza obblighi di dimora fissa. La forma non ha recinti sintattico-espressivi, né locazioni spazio-temporali, mentre le realtà quotidiane dei contenuti risultano distese e fuori dalle oscurità di mondi esistenziali, riferite ad un periodo storico ben delineato e collocato nella partecipazione della contemporaneità.  Una sfida della parola che diventa cammino verso la tolleranza delle diverse interpretazioni; è la stessa parola che fa da trait d'union tra le cose e l’essere umano che continua a ricercare il senso profondo e annichilito dell’esistenza. La ricerca prudente e responsabile di versi, capaci di concentrarsi sulle vicende umane scarnificate dalle sovrabbondanze moderne, è il veicolo più confacente a istituire la giusta illuminazione per aderire al progetto del superamento della marginalità, sia geografica, sia sociale e dell’inquietudine che deforma di continuo l’animo. Mello, infatti, si immerge nella passionalità dei disegni del mondo per sondare le esigenze diverse e le contraddizioni ricorrenti e provocatorie che turbano le coscienze. Interagisce in senso catartico con la fisicità del disincanto e, attraverso la parola, agisce interrogandosi e consegnandosi a una visione consapevole e razionale della vita, che deve essere accolta per quella che è, senza prostrazione.

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-v-mello-1181.html

Recensione: Raffaello Utzeri su 'Gli imperfetti sono gente bizzarra' di Rita Pacilio - La Vita Felice 2012




Recensione a: “Gli imperfetti sono gente bizzarra”, di Rita Pacilio

Nel profondo sentire, generalmente rimosso, di gran parte dell’umanità, la figura della sorella viene spesso percepita come quella di una consorte. “Mia sorella, mia sposa” recita il Cantico dei Cantici; e parlando di tempi lontani, ma non remoti, “La Sacra Famiglia” certifica che in varie tribù europee “la sorella era la moglie”. Due testimonianze così lontane nello spazio e nel tempo confermano un sentimento che risale a esperienze primarie dell’umanità, quando il potere tribale, non sappiamo se patriarcale o matriarcale, dovette occuparsi del controllo delle nascite per limitare la consanguineità. Nel conseguente “disagio della civiltà” prodotto dall’istituzione matrimoniale coi suoi tabù, il sentimento di affinità e l’attrazione tra familiari furono relegati alle fantasie infantili. Non è raro però che anziani coniugi convivano “come fratello e sorella” dando dimostrazione di coincidenza tra coniugalità e fraternità nell’amicizia: “e fatta bianca l’una e l’altra coma” secondo un visione petrarchesca non ancora oggi superata.
In senso quasi esoterico, fratello e sorella primari sono i due generi opposti e complementari, che convivono in ciascuno di noi nel corpo e nella mente, in equilibrio spesso instabile. Se questo viene compromesso, è possibile che l’oscurità della mente in un corpo disturbato intralci l’esercizio del libero arbitrio. Le vittime di questo “accidente” vengono poi relegate in luoghi senza orizzonte destinati ai disabili, o Imperfetti. Non tutti provano empatia per questa realtà, non tutti mantengono il contatto. Rita Pacilio lo fa, come donna e studiosa, come sorella e poeta. Inizia qui un pellegrinaggio che fisicamente la conduce, ironia della sorte, presso un lago simbolico della pazzia.
“Si increspa il lago di Nemi / in un gesto di doloroso silenzio …”. “Sale … l’azzurro elementare, ti aspetta davanti al cancello” dell’istituto che ospita l’infelice fratello circondato “nel luogo più lontano della solitudine” da esseri umani simili a noi, simili a lui, che soffrono del “morbo che cresce nell’addio”.
Sulle acque del lago sottostante, un celebre Imperatore circumnavigava ripetutamente il perimetro della propria follia con due navi gemelle; una sotto il firmamento della trasgressione tirannica e una sotto quello dell’espiazione: la nave dei folli e quella dei penitenti, nave bordello e nave tempio. Che il trauma di Caligola sia derivato dal desiderio frustrato di sposare una sorella non si può escludere: da lì forse la regressione infantile delirante prese le mosse.
Chi sia poi veramente sorella, nessuno sa dirlo; finché il genere femminile, che si muove nel dramma della natura umana in ognuno di noi, non si fa protagonista di fronte al maschile che, suo malgrado, risulta comprimario. L’attrazione verso l’unione totale di maschio e femmina difficilmente realizza in noi quel due in Uno del primordiale leggendario androgino e tende a trovare compensazione nell’essere Uno in due, scissione tra la paralisi della creatività maschile e la inquietudine della ricettività femminile.
Contrastare, se non sanare, questa realtà, richiede un sacrificio; il sacrificio richiede un’offerta, l’offerta richiama una vittima. In questo caso non può essere un animale, per quanto puro, ma la più cara delle idee. Qui è la poesia, ovvero la pietosa insania che abita in ciascuno di noi. Gli Imperfetti, gente bizzarra, non sempre possiedono questa pietosa insania, ma o una pietas senza insania o una insania senza pietas, come alcune loro espressioni verbali e mimiche spesso mostrano. Comunicare con il disabile mentale può significare allora uccidere o la parte d’insania insita nella forma, o la quota di pietas velata nel significato.
Non è dato sapere se la sorella creda o sappia di compiere una simile azione rituale; ma è quella che appare, quella che fa. Circoscrivendo il perimetro spaziotemporale del dramma nelle ventotto composizioni del poema, il centro del libro diventa il suo altare, su cui bruciare con l’infrarosso del pathos la passione che si fa compassione; mentre similitudini, metafore, analogie, e quante altre figure poetiche circondano coralmente l’altare dell’espressione, vengono incenerite in frasi, proposizioni, sintagmi, stilemi privati disperatamente del senso: lasciando in evidenza una scarna versificazione in quartine, anche ametriche o aritmiche, come ossatura fumante, scheletro calcinato nella combustione di sentimenti, emozioni e intuizioni:
“Se sotto le foglie c’è il resto sordo / anche l’altro tempo canta bugie / le scale di Montale sono ripide / grattano fino alla polpa bianca. … Amore mio io sono questa: / la bellezza del circo / la colpa di aver gridato / nel tuo gambo mendicante.”
Continua così, non troppo a lungo, questa operazione apparentemente autolesionista e in parte nichilista: l’unica forse che, azzerando il significato per esibire provocatoriamente il nudo significante, con qualche debito verso sperimentalismo e/o avanguardismo, si qualifica umanisticamente come condivisione di una esperienza non altrimenti definibile. Aveva detto: “Noi dispiaciuti li guardiamo enigma senza soluzione”.
Sperando che il fratello possa ricevere beneficio da un libro, a lui più destinato che dedicato, va detto che questa operazione risulta poetica in sé, anche nell’ anomalia che la distingue da ogni orazione o giaculatoria propiziatoria o apotropaica. La sua potente allegoria esoterica sembra trasformare la voce umana in polvere marmorea di frammentarie macerie, quasi reperti di un piccolo Taj Mahal raso al suolo. Circondata da quei reperti, la mente della sorella si fa custode dell’anima fraterna, che non è sua consorte ma, già considerata perduta, è stata ritrovata “nel posto più lontano” … “ e ora condiviso “…. della solitudine” come amorevole richiamo a una nuova dimensione della sublimità rivisitata.

Febbraio 2013 Raffaello Utzeri

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-utzeri-per-rita-pacilio-1156.html