Poesia - Novità editoriale La Vita Felice - Rita Pacilio 'Gli imperfetti sono gente bizzarra'




VOLUME DISPONIBILE PER META' NOVEMBRE

Poche opere di poesia mi hanno colpito recentemente come questa raccolta di Rita Pacilio. Un dolente e splendente diario, personalissimo, dove la forza dei versi fila, tesse e spacca la mormorazione in cui pure restano raccolti, pronunciati da quel luogo inespugnabile che è lo spazio dell’essere sorella. «La prigione di mio fratello/ ha le finestre sorde».
E allora la sorella-poesia accetta di farsi finestra e specchio, voce, canto nel mormorio. Grazie a lei vediamo il lago «mordere nuvole». E «l’azzurro elementare». E vediamo che «I folli hanno labbra di rosa vermiglio/ ginocchia conficcate nella gola».
Il libro è visionario e intimo, ma in forza di una speciale qualità di composizione e di concentrazione, evita tutti i rischi che si incontrano in un corpo a corpo così stretto con l’abisso. Voglio dire i rischi del ripararsi, del coprirsi dietro la letteratura, i luoghi comuni, lo stereotipo. Ci vogliono molti anni di consuetudine con tale corpo a corpo. Molti anni di buio e di una concentrazione che ha la stessa dismisura dell’abbandono per vedere «il falco pallido sul collo»; in «loro quella composta di cose». Ci vuole una consuetudine disarmata, casta, povera, che abbia visitato le ombre senza innalzare il maledetto occhio dell’osservatore, quel patetico punto di vista con cui ci hanno ammorbato – a riguardo di questi luoghi di custodia dell’incustodibile – persino canzoni portate a Sanremo o mielose scritture. No, qui, la voce di Rita Pacilio viene da un luogo intimo e indifeso. La poesia-sorella non osserva, è una destinazione comune, un luogo carne sangue comuni e indivisibili. Un amore che è conoscenza. L’osservatore è in un luogo altro rispetto al gorgo, alla pena, la sorella no. La sorella, lei sola conosce. Il che non vale come salutare scandalo solo a riguardo di quanto accade e muto grida in queste pagine, ma per tutto, per ogni dove in un’epoca a cui stanno crollando addosso tutte le presunzioni di “conoscenza obiettiva”, di ragione senza affezione, di razionalismo senza fuoco. L’attraversamento duro di Rita Pacilio non offre il suo valore appena in riferimento alla vicenda che qui tocca e la riguarda, ma indica qualcosa che oggi investe ogni campo della vasta crisi della conoscenza, troppo spesso isterilita in falsi obiettivismi, tradotti infine in soffocanti burocrazie, o in minuetti senza pathos. Il libro è un viaggio di conoscenza, non un affresco patetico. Sia detto non solo per rispetto al lavoro della poetessa e agli abitanti delle stanze che ha attraversato, ma della poesia intera, attuale e passata, che in prove come questa trova conferma e rilancio della sua vocazione: poetare e conoscere sono lo stesso movimento. E qui la poetessa si è disposta – a quale costo – a un viaggio di conoscenza del pianeta sperduto e vicinissimo...
Rita Pacilio mostra in questo libro una qualità di misura e di potenza emblematica che la accosta ad alcune voci della migliore poesia italiana. Penso a De Angelis certo, di cui condivide taluni scarti, ma anche più precipuamente a voci di poesia femminili come Francesca Serragnoli o Franca Mancinelli.
Il tema che lei attraversa con la speciale veste sacrificale di sorella è di inesauribile vastità. Si prendano per bussola i saggi di Eugenio Borgna. Ma il punto in cui si colloca quest’opera è speciale, ha un posto speciale nella infinta rete di rimandi possibili tra studi sul rapporto tra arte e disagio mentale, da un lato, e dall’altro tra opere, figure e poesie direttamente dedicate all’argomento, anche recenti. E se dunque si vorrà cercare un altro gruppo di pagine a cui accostare queste, per luminosa impenetrabilità, per rispettosa forza e arrendevolezza, si dovranno aprire le lettere di Paul Claudel alla sorella Camille. Anche là bruciava inintelligibile una fraternità scossa, devastata e pur incrollabile. E una forza delle parole, una loro sorprendente poesia, ancora, e ancora, e ancora. Perché la parola che scava l’abisso è il primo segno di una luce possibile.
«Nel dubbio serrano le palpebre per ritrovare la notte, per non perderla».
dalla prefazione di Davide Rondoni


Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.

Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà

pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.


Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.


***
Verso nord-ovest aumenta la scogliera
si arrampicano le acque
dove si posa la clemenza
le alghe consegnano umori tra dita.
Convulsi baci a pieni polmoni
all’abisso che rimane tra i denti.

I folli hanno labbra di rosa vermiglio
ginocchia conficcate nella gola
quelli del primo piano chiedono l’ora
collezionano dossi per l’inverno.

Scrivono sui marmi con il trucco
e sbavano meduse sul mento
quelli del secondo piano tremano
il morbo che cresce nell’addio.


***

La prigione di mio fratello
ha le finestre sorde
esala l’anima ancora sbalordita
dalla paura del lampo
suoni di saluti nella campana
a morte
e sul collo il respiro che non vuole finire.

L’ecatombe ogni notte si maschera
impaziente il mormorio nei reparti
è illecito l’omaggio agli dei
si arriva sempre presto sottovento
menzogne e sacrilegi nascosti.

La prigione di mio fratello
è oracolo timido
probabile occhio spia
una pietra desolata
nella recinzione gli uccelli dormono
di là
nessuna barca esiste più.

***
È un morso prudente l’oscurità
un disegno fatto di assenze.
Si denuda l’incavo della spalla
svuotato dalla mano
come un gheriglio
una lumaca.
Amore mio io sono questa:
la bellezza del circo,
la colpa di aver gridato
nel tuo gambo mendicante.
O forse
l’inquieto participio
e l’ora scandita del risveglio.
Non capirò mai niente del nome della sera
dei lampioni spogliati come donne
e di te che ti sfaldi sul muro di casa.





Rita Pacilio è nata a Benevento. Sociologa, si occupa di poesia e di musica jazz, di Orientamento e Formazione, di Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, di Prevenzione delle dipendenze.
Per le sue opere, ha ricevuto numerosi riconoscimenti della critica di settore.
Pubblicazioni di poesia:
Luna, stelle… e altri pezzi di cielo (Edizioni Scientifiche Italiane, 2003);
Tu che mi nutri di Amore Immenso - silloge sacra – (Nicola Calabria Editore, 2005);
Nessuno sa che l’urlo arriva al mare (Nicola Calabria Editore, 2005);
Ciliegio Forestiero (LietoColle, 2006);
Tra sbarre di tulipani (LietoColle, 2008)
Alle lumache di aprile (LietoColle, 2010);
Di ala in ala (con C. Moica – dialogo poetico) LietoColle, 2011).
Narrativa:
Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria, 2012).

Nell’agosto 2006 l’autrice presenta al grande pubblico il progetto “Parole e musica” –  Jazz in versi: contaminazioni.
Discografia: ‘Infedele’ Splasc(h)Records

 http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/rita-pacilio/gli-imperfetti-sono-gente-bizzarra-9788877990039-116235.html

http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-novita-poesia-rita-pacilio-gli-imperfetti-sono-gente-bizzarra-730.html




Recensione - Rita Pacilio su 'Attraverso la tela' - La Vita Felice 2010 di Marco Bellini



Attraverso la tela – La Vita Felice 2010
di Marco Bellini
commento di Rita Pacilio

Attraverso la tela, di Marco Bellini, è una lucida raccolta di versi e narrazioni che ricorda le svolte dello spazio cosmico del destino dell’umanità già lette nei lavori di Elena Svarc. Il lettore si trova di fronte ad una colloquialità  che dal ‘basso’ procede verso il ‘laterale’ perché le esperienze vissute e conosciute, di cui l’autore parla, sono condivisibili e donate in una forma di confidenza amicale, quasi confessate. Bellini sa che ogni elemento del reale appartiene al mondo e che nessuno ne può cambiare l’irreparabile fatalità. Il tempo è localizzato nelle casuali intonazioni ideologiche e sociologiche: e allora ho chiesto di uscire dal tempo. Questa poesia ci consente di avvicinarci all’attività conoscitiva dei pensieri compiuti e all’importanza delle sue motivazioni. L’autore esce ed entra nel reale, infatti, per trasformare in poesia gli attimi che si annullano quando la definizione psicologica diventa corpo-materia. Il ritmo lessicale e l’evidente estetica romantica delle visioni proposte si mescola ad un raro senso poetico: tutto viene partorito da un subconscio che vuole rivelarsi come razionale, ma che conserva ed evidenzia una forte pulsione emozionale. La rifrazione del verso, espresso in una prosa poetica curata e coerentemente aperta, sprigiona una tensione fenomenologica che appare, a chi entra nel racconto poetico, come una sequenza di specchi sovrapposti. Il senso metaforico presenta un’ ‘essenza parallela’ che può determinare un nuovo flusso vitale possibile, dettato da regole eterogenee, e una nuova filosofia dello spazio-tempo che ci catapulta nel monologo, assai profondo, che misura, nel nostro animo, la percezione delle cose sensibili. In questa raccolta leggiamo, tra le righe, la consapevolezza della negazione filosofica del Novecento in cui Montale preferiva sottolineare il suo ‘non volere’ o il suo ‘non essere’. La lettura sincera del mondo, come straordinaria aderenza poetica, è l’elaborazione della fine del silenzio della perdita-assenza. Bellini definisce in modo acuto le distanze temporali tra ciò che è stato e ciò che rimane: non sfugge la definizione dei parametri che indicano gli abissi e ci dona, con autentico rigore, i movimenti armonici tra l’esistenza morale e la sapienza dell’intelletto.

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-bellini-728.html


Premiazione - Non camminare scalzo' di Rita Pacilio - Edilet Edilazio Letteraria Primo premio sezione narrativa edita Premio TERZO MILLENNIO 2012 - ROMA.

Condivido con voi tutti la mia gioia:

'Non camminare scalzo' di Rita Pacilio - Edilet Edilazio Letteraria
Primo premio sezione narrativa edita Premio TERZO MILLENNIO 2012 - ROMA.

Premiazione sabato 20 ottobre, ore 16, Teatro dei Dioscuri, via Piacenza 1, Roma

(Grazie a Marco Onofrio e a Raffaello Utzeri)

Recensione - Rita Pacilio su 'L'essenziale curvatura del cielo' - La Vita Felice 2012 - di Adriana Gloria Marigo



L’essenziale curvatura del cielo - La Vita Felice 2012
di Adriana Gloria Marigo
Commento di Rita Pacilio

La poesia di Adriana Gloria Marigo arriva al lettore come una forte energia in movimento. L’essenziale curvatura del cielo, infatti, è una posa intellettuale che attinge nell’universo, ovunque, le conoscenze cosmologiche e filosofiche da tradurre in poesia. Lo scopo poetico dell’Autrice è quello di mantenere un contatto forte con la materia esistenziale e culturale dell’amore, inteso come ritmo antropologico e come manifestazione prolungata della realtà. Marigo ricerca nei versi, eleganti e incisivi, l’adeguato gusto e rigore linguistico per comunicare al mondo l’esattezza e la chiarezza con cui è necessario intessere il rapporto vita-poeta-lettore. Lo spazio-tempo in cui l’autrice errante diventa peregrina intellettuale è destinato a diventare uno spazio cosmico-riaccolto, mai immaginato, bensì definito dall’analisi degli elementi conoscitivi fisici e mentali sempre in tensione. L’attesa, l’incontro, l’illusione, l’incanto, il ricordo, il disincanto, l’ostinatezza costituiscono la colonna vertebrale di questa raccolta poetica che sorprende per le dinamiche metaforiche descritte, originali e possibili come unica via di scampo alla fuggevole e insoddisfatta sensibilità del mondo.  L’aspirazione e la salvezza dell’uomo è da ricercare nel continuo processo di rinnovamento purificatorio dell’esperienza vitale. Il passato-presente-futuro si affiancano e si fondono nella stessa contemporaneità dove si incontrano parole, immagini e folgorazioni fugaci. Così spariscono le distanze e prendono forma gli elementi naturali con una spinta emotiva surrealista, allegorica. L’autrice celebra, in prima persona, l’azione, riconosciuta e fervida, della passione intellettuale del mondo creativo puntando lo sguardo alla poesia del novecento come realizzazione matura del proprio destino artistico. Riluce il pudore delle domande senza fondo per non mostrare la vita come una terra stanca, già percorsa, sofferta, data. La parabola emozionale ha una curvatura esistenziale stratificata, ampiamente segnata dal cammino nell’oltre intuizione. Marigo non costruisce il cosmo con leggi bizzarre, ma eleva la percezione romantica della tradizione poetica a suprema intelligencija, alla grazia del cielo.

http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-marigo-724.html


Recensione - Rita Pacilio su 'Pertiche' - La Vita Felice 2012 - di Alberto Cellotto



Pertiche - La Vita felice 2012
di Alberto Cellotto
commento di Rita Pacilio

Ogni corpo poetico deve contenere una unità di senso capace di rappresentare, nel suo linguaggio, un percorso di vicende segnato da tragitti compiuti. Nel volume di poesie, Pertiche, Alberto Cellotto mostra al lettore la padronanza consapevole dell’utilizzo di linguaggi comunicativi ed espressivi che rendono, il suo lavoro, una vera e propria ufficiatura di seria, drammatica e, allo stesso tempo, di gioiosa lettura del mondo. Lo sguardo dell’autore è spesso rivolto ad un passato storico che ritorna tra le modernità delle cose come coscienza di una realtà trasparente che vive tra il e l’oggetto. La parola poetica diventa traccia visibile depurata dal conflitto che ancora genera inquietudine nell’animo umano e nei territori di appartenenza. Chi legge si ritrova in una verticalità caratterizzata dall’assenza, che non è mancanza, di spazio e tempo: una temporalità che, comunque, posiziona la propria costante tra il passato e il presente. Il racconto cronologico, quindi, è scardinato e mescola metafore, attese, luoghi, personaggi in una sequenza quasi crittografica. Pertiche non è un’opera dedicata ai lettori sprovveduti: nessuna iniziativa contenutistica o simbolica, contenuta in questo lavoro, è un’avventura espressiva. Cellotto rifiuta il casuale per dedicare ogni suo impegno alla congiunzione tra la quotidianità del reale, seppur persecutoria, e l’annuncio di un mondo esterno sorvegliato dalla confidenza con l’antico intimo, familiare. La lotta ancestrale contro l’anonimato degli individui che hanno determinato il quid e sfidato la propria storia sociale spinge Cellotto a coagulare la tensione di ogni vita punteggiando scene ed episodi così da nutrirci di cose viste, ascoltate e narrate (Joyce, Wolf). La pertica, come unità di misura o come il bastone che bacchia le noci, è l’arma poetica con cui è possibile manipolare il punto di vista (James, Contrad) del modernismo rimescolando il già detto delle forme chiuse appartenenti alla scrittura postmoderna. La prospettiva diventa la continua ricerca dell’identità di ciascun individuo che per comunicare e abbreviare le distanze  sociali ha l’urgenza di trasmettere la conoscenza della vita, celebrata e accolta.  

 http://www.lavitafelice.it/news-recensioni-r-pacilio-per-cellotto-726.html

Recensione - Rita Pacilio su 'Mi fa male una donna in tutto il corpo' di Matteo Maria Orlando - La Vita Felice 2012



Mi fa male una donna in tutto il corpo
Di Matteo Maria Orlando – La Vita Felice 2012
Commento di Rita Pacilio

L’opera poetica Mi fa male una donna in tutto il corpo, di Matteo Maria Orlando, contiene elogi d’amore narrati in versi limpidi ed espliciti dedicati alla figura femminile, contraddittoria e multicolore, quale musa di esperienze di dolore e di profondo piacere. La tematica sentimentale è il sottofondo  luminoso attraverso cui il lettore può osservare il reale individuando i propri percorsi emozionali. La Poesia non è l’espressione immediata di un’emozione; è un’emozione esatta, come diceva Eliot, proprio perché reagisce alla critica immanente ed è chiamata a giustificare la propria necessità (Massimo Cacciari). Matteo Maria Orlando colloca lo sguardo emozionale sull’anima della propria amata per tracciare un percorso di levitas senza staccarsi dai luoghi e dalle cose del mondo. Come tutti coloro che vivono il linguaggio poetico, l’autore non esaurisce il pathos nel significato, ma si lascia appartenere,in tutta la sua essenza, dal logos complice che conserva potenza e nobiltà filosofica: così io parlerei se potessi fare poesia (Eliot). I verbi pronunciati, privi di retorica, sono quasi tutti al presente perché spingono impulsi e immagini verso un moto in avanti, inteso come uno spazio fisico ed un tempo storico nuovo, architettato con cura e simbolicamente, da chi scrive. La poesia qui vuole significare esperienza del quotidiano sentimentale fissando l’attenzione all’estetica reale che sembra allontanarsi dalla concezione della poesia evasiva e oggettiva del primo Novecento. Il viaggio, in cui il lettore è accompagnato, è un unico atto d’amore: un tragitto lungo vari registri morali e di senso che confessano lo stato d’animo del poeta quale individuo immerso nelle proprie sensazioni e che sa riconquistare l’energia in eterno movimento del proprio corpo (Mi fa male una donna in tutto il corpo – Borges). Orlando comunica al lettore che la propria esperienza amorosa è aperta ad infinite dimensioni culturali che dovrebbero valutarla come un campo ideologico in cui l’universalità umana partecipa in modo totalizzante, senza porsi limiti, né confini. L’io diventa noi ed ogni evento pronunciato esce dal singolo per entrare a far parte di un coagulo di esistenze che comunicano e ricercano, sorprendendosi, il senso della vita.